Due giovani alpinisti, Ull e Johann, stanno per iniziare la scalata verso la vetta di una montagna nelle Alpi svizzere. Due amici diversissimi: tanto pragmatico, ambizioso, determinato il primo, quanto introverso, malinconico, riflessivo il secondo. Cominciano l’ascesa insieme ma alla prima vera difficoltà decidono, dopo un’accesa discussione, di separarsi e di andarsene ognuno per la propria strada: il temerario Ull, nonostante gli evidenti rischi di un’ascesa in solitaria, verso la vetta; il fiacco Johann, consapevole di abbandonare il compagno in un’impresa pericolosa ma troppo indolente per proseguire, verso valle.
E sarà questa scelta di separarsi, di non venirsi incontro, di non cedere, almeno in parte, al temperamento altrui, che determinerà i loro destini. Destini tragici, accomunati dal compiersi in maniera cinica, beffarda, quasi fosse una punizione per il comportamento tenuto in vita.
Quello che dunque all’inizio sembrava un semplice racconto di montagna, ricco di dettagli tecnici e di quelle “immagini enfatiche e un po’ patinate” tratte dal “repertorio romantico della narrazione di montagna” di fine Ottocento/inizio Novecento (il virgolettato è dalla prefazione di Davide Longo), finisce per diventare parabola dell’esistenza umana, e meditazione sullo scegliere e sull’agire.
Un racconto denso che si caratterizza per la scrittura semplice e gli spunti di riflessione.