«Sei una giovane dottoressa nel Pronto soccorso di una grande città. Affronti il dolore di tutti, giorno e notte, ti esaurisci in turni spossanti, sacrifichi ogni cosa fuori di lí. Resisti come puoi, ma la sofferenza degli altri sta per travolgerti. È a questo punto della tua vita che incontri il male in persona. È seduto sul cofano di un'auto, di notte, nel parcheggio buio dell'ospedale. Sulla schiena ha due ali scure. Sta aspettando proprio te.
Un romanzo coraggioso, capace di restituire l'umanissima intensità del Pronto soccorso e insieme la solitudine di chi ci lavora, le paure di chi non dovrebbe averne mai, le fragilità silenziose di chi ci cura». Tiziano Scarpa
È notte, una giovane dottoressa stacca dall'ennesimo turno in Pronto soccorso. Il suo lavoro è diventato un buco nero dentro cui sparisce tutto il resto - il fidanzato, le amiche, le passioni, la vita fuori di lí. A furia di difendersi dal dolore degli altri, dalla rabbia, dalla frustrazione, dall'impazienza dell'umanità varia che affolla quelle stanze, sta iniziando a non provare piú nulla. L'idealismo dei primi tempi diventa un vago ricordo, l'entusiasmo sbiadisce turno dopo turno. Pensa a tutto questo mentre attraversa a passi svelti il parcheggio vuoto dell'ospedale, ma a un certo punto sul cofano di una macchina c'è una figura inquietante, con due lunghe ali membranose, che sta aspettando proprio lei. Lucifero all'inizio sembra solo un'allucinazione dovuta alla stanchezza, ma poi la sua presenza si fa costante. Mentre i rapporti umani intorno a lei scompaiono, mentre il mondo di fuori sembra sempre piú opaco e dentro al Pronto soccorso si accumulano i codici rossi, le terapie, i ricoveri e gli interventi urgenti, lui è l'unico che resta, che le si fa amico. Che riempie il vuoto lasciato dagli altri. Ma la sua è una presenza tutt'altro che disinteressata, che porta con sé domande perturbanti - Che valore dai alla tua anima? Come ci si salva dalla sofferenza degli altri? Esiste una giusta distanza dal male? - e che, a un certo punto, le propone un patto. Questo romanzo appassionante è una meditazione sul quello di chi lo prova nella propria carne e quello di chi lo cura. Sono vividi, umanissimi, a volte inquietanti i ritratti di chi popola il Pronto soccorso. I corpi sono enigmi, abissi spaventosi, mirabilie di falsi allarmi e insidie occulte. C'è chi scopre nel giro di mezz'ora di avere una malattia grave, chi esagera i sintomi per procacciarsi qualche giorno di pausa dal lavoro, chi non accetta l'agonia di una persona cara e aggredisce i professionisti sanitari. Medici e infermieri fanno del loro meglio per affrontare le continue ondate di urgenze, ma tutto quel dolore alla fine ti scava anche se non vuoi, devi anestetizzarti, o soccomberai. Giorgia Protti usa con sorprendente talento alcune delle armi piú acuminate della letteratura (l'iperrealismo e il fantastico), e cosí facendo racconta le condizioni dei sofferenti e dei soccorritori, la loro vulnerabilità e le loro paure, il collasso della sanità pubblica e di chi ci lavora ogni giorno.
In una parola sola parla di burnout. E lo so che così forse non viene voglia di leggerlo, ma credetemi, dovete farlo. Perché parla del mestiere più difficile e affascinante del mondo, il medico di pronto soccorso, a contatto con tutta l'umanità. Parla di quanto sia difficile mantenere la propria, di umanità, in mezzo a quelle storie, drammi, urla, insulti, caos. Di quanto ci si possa sentire soli, in mezzo a tutta quella gente. Di come a volte il lavoro si mangi tutto e quando esci non resti niente, neanche da raccontare per far comprendere il proprio disagio. E narra tutto questo con uno stile serrato, travolgente, che ti trascina in un gorgo profondo e buio per poi farti ridere all'improvviso. Ah c'è anche un diavolo che sta a metà tra il Bulgakov de "il maestro e Margherita" e il John Niven di "a volte ritorno". Se avete mai lavorato in un pronto soccorso dovete leggerlo. Se volete capire meglio come mai il pronto soccorso sia sempre più in crisi pure. Insomma leggetelo e basta. Io ve l'ho detto.
Mi piacerebbe moltissimo sapere che cosa pensano i medici di pronto soccorso di questo libro - forse però non avranno tempo di leggerlo. Mi è piaciuto perché parla dell’esperienza diretta, di prima mano, in modo realistico e non edulcorato, del lavoro intensissimo dei PS. Dovrebbero leggerlo tutte le persone che si interfacciano con gli ospedali: forse servirebbe ad essere più gentili, più umani, più comprensivi. Dovrebbero leggerlo anche le persone che ci governano, i ministri, gli intellettuali e giornalisti, insieme ad altri (numerosissimi) report sullo stato del SSN in italia. Mettetevi una mano sulla coscienza. E agite di conseguenza. Da aspirante psicologa in ospedale, riconosco quanto ci sarebbe bisogno di consulenze e supporto psicologico e sociale non solo ai pazienti, ma al personale sanitario. Da quando ho iniziato a studiare per diventare psicologa clinica mi sono sempre chiesta: chi si occupa della salute mentale dei medici? Chi può offrire un supporto e consiglio nella comunicazione delle diagnosi, gestione della compliance, relazionali con pazienti agitati, ansiati, disgregolati? Al momento, sembra non esserci un piano a riguardo, e leggendo dei sono ancora una volta resa conto di quanto sia necessario e importante questo aspetto. Rimbocchiamoci le maniche. Ma non solo noi sanitari (che di lavoro ne abbiamo già tantissimo), ma le istituzioni, chi ha il potere esecutivo. Andiamo a votare, come cittadini è la prima cosa che possiamo fare nel pratico.
Giorgia Protti non poteva esordire con un libro migliore di questo. Questa lettura mi ha entusiasmato, fatto piangere (per diversi motivi) in più passaggi e alla fine mi ha abbracciato scaldandomi ed infondendomi qualcosa di cui, soprattutto di questi tempi, tutti abbiamo bisogno: speranza.
Lo stile di scrittura, la scelta del lessico e la costruzione del testo rendono la lettura scorrevole ed accessibile: in poche parole, leggere questo libro è un piacere. A maggior ragione, sono veramente meravigliato e impressionato da come, l’autrice, sia riuscita a rendere fruibile, quasi godibile, la parte più “tecnica”/medica.
Passando invece, senza spoiler, a ciò di cui tratta questo romanzo, penso che la lettura possa procedere su “due livelli”, o meglio, possa essere vista come “due facce della stessa medaglia”. La prima, affronta l’epica “silente” della quotidianità degli operatori del pronto soccorso, fatta di sacrifici, burnout, ingiustizie e difficoltà pratiche. Per quanto opera di narrativa, l’impatto che deriva dal leggere cosa affronta uno dei baluardi del Sistema Sanitario Nazionale, cioè il pronto soccorso, è quasi difficile da comprendere per i non-addetti ai lavori. Questo deve farci rendere conto di quanto sia importante il SSN e di quanto, purtroppo, lo diamo per scontato. E soprattutto, deve farci riflettere sul fatto che i medici dedicano le loro vite per salvare le nostre. E da qui, mi ricollego alla seconda faccia: questo libro è un elogio all’umanità. All’empatia verso l’altra persona, a come ognuno di noi affronta le difficoltà, il dolore e la scomparsa della speranza. L’autrice parla della protagonista e della sua umanità per ricordare a tutti noi di come “il male”, che spesso, semplicisticamente, ci convinciamo venga dall’esterno è in realtà presente in ognuno di noi. E ognuno di noi ha una resistenza, che viene lentamente intaccata, graffiata, erosa. Ma, allo stesso tempo, anche se la caduta nel baratro sembra inesorabile, è possibile ricominciare a coltivare speranza per tornare a volare. E soprattutto, Protti ci ricorda che, molto spesso, “nessuno si salva da solo”. L’empatia per gli altri e l’accettazione di queste nostre parti più “oscure” si rivelano essere la chiave per non perdere noi stessi, la nostra umanità e i nostri “principi”.
Consigliato al 100%, va letto NECESSARIAMENTE per poter comprendere la complessità di quanto trattato. Bellissimo, complimenti.
Sei una dottoressa di pronto soccorso allucinata dai turni: non sai più se è giorno o notte, che giorno sia, quanto tempo manchi al giorno libero. La tua vita è una serie infinita di notti, smonto notti, straordinari: e quando a fine turno scendi nel garage buio dell'ospedale tutto puoi aspettarti (spacciatori, parcheggiatori abusivi, parenti inferociti per diagnosi non gradite o attese troppo lunghe) tranne il diavolo, seduto sul cofano, con addosso una maglietta dei Ramones. Lucifero è lì, perché ha sentito che la tua fede in un lavoro in cui credevi così tanto, sta tremando. Perché il lavoro sta macinando la tua anima, lasciandoti sempre meno empatia, emotività, erodendo tutti i colori. E lui appare ad ogni crollo di fede, tutte le fedi, perché è il suo lavoro, e sente quando un'anima è pronta per essere raccolta. Man mano spariscono i fidanzati, gli amici, il ricordo del benessere in quella settimana di ferie lontana dall'ospedale, resta solo la catena di montaggio che dal triage porta allo spogliatoio di fine turno, quando ormai relitto torni a casa. Ma c'è qualcuno che scardina i suoi piani, tenace come un'idea o una speranza. Bellissimo questo esordio di Giorgia Protti, tanto geniale nell'idea quanto brillante nell'esecuzione: quante volte ci siamo sentiti macinati dal nostro lavoro al punto di sentirci un guscio vuoto? Quante volte abbiamo cercato di dare una nuova scala di valori alle nostre priorità senza riuscirci? E quanto sappiamo noi dei meccanismi di un pronto soccorso, del SSN, di medici infermieri ed OSS? Protti ci porta in un purgatorio al neon dove si lotta contro il tempo barattando il proprio tempo, i propri affetti e la propria vita, solo per garantire a chi arriva di poter andare avanti, ancora un po', ancora un altro giorno. La sua scrittura ha la stessa forza, la stessa speranza. Bravissima.
Lucifero sprofonda nel divano, appoggia le braccia magre sullo schienale. « È per questo che sono qui. Per questo mi hai chiamato.». « Non ti ho chiamato.». « Ti ho già spiegato come funziona.». Per un attimo ho paura di lui. Lucifero è seduto sul mio divano e si lamenta che non lo faccio fumare. E tutto cosí surreale che non c'è proprio niente di cui avere paura. « Sono sicura di non essere l'unica ad avere dei buoni motivi per chiamarti. Anche solo tra i miei colleghi, mi vengono in mente tre o quattro persone al mio stesso livello di esaurimento. Appari anche a loro?». « No, non a tutti. A dire il vero, non sono molti quelli che mi danno confidenza: tu sei tra i piú logorroici.». «E per quanto tempo rimani?». « Dipende. Finché hanno bisogno di me. O finché hanno ancora un'anima.». Lo guardo di sbieco mentre mastico l'ultimo biscotto. Mi piego per mettere via il pacco nel cassetto, e quando mi tiro su il divano è vuoto.
4⭐️ Una dottoressa di PS finisce il suo turno a mezzanotte, per l’ennesima volta con due ore di ritardo, il suo lavoro è diventato un buco nero tanto che comincia ad avere delle allucinazioni e nel parcheggio intravede una figura con due lunghe ali membranose che la aspetta sul cofano dell’auto. A casa la aspetta Daniele ogni giorno, stanno insieme da otto anni ma si vedono poco: lui ha una vita fuori dall’ufficio mentre lei lavora allo sfinimento, tra codici rossi e ricoveri urgenti, il mondo fuori scompare così come le relazioni. Quando un’anima perde la speranza nell’esistenza si manifesta Lucifero ed è così che succede, in modo più frequente, alla giovane dottoressa che si palesa quando meno se lo aspetta sempre con una sigaretta all’angolo della bocca. Un’altra giornata faticosa, un altro pianto nel bagno del PS, prosegue le visite con l’obiettivo di non fare male a nessuno, nemmeno a se stessa, un’altra volta che si presenta Lucifero che porta dietro di sé domande difficili: come ci si salva dalla sofferenza degli altri? Giorgia Protti, l’autrice, racconta le condizioni dei pazienti e dei medici, le loro paure e il collasso della sanità pubblica e di chi ci lavora ogni santo giorno. Libro molto interessante!
Il pronto soccorso è il punto d'incontro tra i volti più disparati dell’umanità. Qui il medico si confronta e scontra, senza filtri, con i lati migliori e peggiori di una società che chiede assistenza medica, sostegno sociale, ascolto o, semplicemente, aiuto. Giorgia Protti racconta con sincerità, profondità e una punta d’ironia la realtà di questo incontro, in cui spesso l’umanità del medico passa in secondo piano, rischiando di essere risucchiata fino a poter smarrire la propria anima. Accanto agli episodi di vita reale – nei quali chiunque abbia lavorato in pronto soccorso potrà riconoscersi – si snoda una trama dal tono al tempo stesso fantastico e introspettivo, con un Lucifero in bermuda e magliette di band musicali (dagli AC/DC alle Spice Girls) che assume il ruolo di tentatore e, paradossalmente, di salvatore. Questo libro offre uno sguardo spaventosamente autentico sul primo baluardo della nostra sanità, una realtà che tutti dovremmo conoscere e comprendere un po’ di più, nella speranza di aiutarci a trovare, se esiste, la giusta distanza dal male.
Ci sono libri che non si leggono: si attraversano. “La giusta distanza dal male” è uno di questi. Giorgia Protti, medico internista, ci guida in un viaggio nella carne viva del pronto soccorso, dove il dolore non è un’astrazione ma un urlo che lacera. La protagonista è una giovane dottoressa senza nome, si muove tra barelle, sangue, odori, sguardi e urla disperate e turni infiniti. Ma ciò che la rende viva è anche ciò che rischia di distruggerla: l’empatia, la responsabilità, il peso di ogni vita che sfiora con le proprie decisioni. È da questo vortice affiora un essere con “ali scure”. È reale o un’allucinazione data dalla stanchezza? È il male o il tentativo estremo di conservarsi interi? È la voce interiore che sussurra domande scomode quando il corpo è troppo stanco e cedono i bastioni che difendono l’Io. Giorgia scrive con la precisione di chi conosce il dolore e l’urgenza, ma anche con una tenerezza inattesa. Le sue parole tagliano, ma poi accarezzano. Non offre soluzioni ma consapevolezza. Il Realismo e la dimensione simbolica si intrecciano indissolubilmente. Non è solo un romanzo sul burnout o sulla sanità ma proprio sulle persone che fanno la sanità. Non automi infallibili (vorremmo tanto esserlo!) ma uomini e donne con i propri limiti ed emozioni, spesso negative. È un libro che aggredisce, colpisce con schiaffi, fa male. Ma è un dolore che insegna a essere umani e che anche giusto fermarsi per scrutasi dentro e, a volte, anche perdonarsi.
La lettura di questo libro mi ha lasciato molto interdetta, perché preceduta da una serie di recensioni molto favorevoli. La protagonista della storia è una dottoressa che lavora in un pronto soccorso: si ritrova ad essere vittima di una vera e propria sindrome di burnout, non riuscendo più a distinguere le notti dal giorni, facendosi fagocitare dal lavoro, perdendo ogni appiglio con la vita privata. Oltre che poco empatica la dottoressa ci viene rappresentata come una persona fondamentalmente ingrata, dal momento che non riesce a ricambiare nell’affetto il compagno che ovviamente la lascia, e nemmeno le manifestazioni di simpatia dei suoi colleghi o l’abnegazione della sua più cara amica che toglie tempo al lavoro e alla famiglia per trascinarla in vacanza. Oltre l’inferno, per strade complesse e immaginarie, una strada per la salvezza esiste ed è rimanere attaccati saldamente ad un affetto e una speranza. Senza entrare nei particolari, ho trovato il libro da una parte molto vero ed efficace, dall’altra piuttosto debole nell’immaginazione e nel finale. Piuttosto difficile anche arrivare a credere che una persona che è dotata di tutti gli strumenti per riconoscere la depressione ne rimanga vittima in maniera così profonda. Nel complesso interessante.
Questo libro parla del burnout in un modo così reale, tangibile, feroce ... che puoi toccarlo con mano anche se, per tua fortuna, non ci sei mai passato. Si percepisce che è stato scritto da qualcuno che sa di cosa sta parlando; sia quando parla di pronto soccorso ... e forse, anche quando descrive questo annientamento, questo esaurimento, questo consumarsi del corpo, della psiche e dell'anima in modo così vero. Faccio parte anche io della schiera dei sanitari; non sono mai stata in burnout ma ne ho riconosciuto il tenore, la distruzione, il suo essere bruciante e dilagante. Non sono mai stata in burnout ma ho empatizzato con la protagonista; ho pensato "deve essere così, e così deve fare male, così deve lacerare, dilaniare, spazzare via tutto ciò che ti tiene attaccato alla professione, alla realtà, a te stesso." Anche nei suoi concetti più astratti, anche quando non si parla di corpi su barelle ma di anime nei corpi, ho trovato punti di vista e spunti di riflessione interessanti. Ha forse come unica nota leggermente stridente, un eccesso di ... fantasy? Non saprei come altro definirlo ... nel finale. Nonostante sia un "fantasy" annunciato (la protagonista colloqui con Lucifero in persona sin dalle prime pagine) e comunque coerente, ustionante, crudo ... probabilmente, adatto. Un libro scuotente. Lo consiglio ... agli operatori sanitari come me, sicuramente, anche per trovarsi a proprio agio in un'ambientazione e in un linguaggio che riconoscerete come vostro ... anche se (come me) non lavorate in pronto soccorso. Ma anche ai non sanitari. Per mettersi un attimo nei nostri panni, perché credetemi ... Protti li ha vestiti nella vita reale e questo non solo si percepisce ... fa anche in modo che li delinei molto, molto bene. Per ora il meglio del 2025. Spero che Protti scriva ancora; perché ho davvero voglia di leggere altro. Stavolta, anche subito.
Con fantasia e iperrealismo, Giorgia Protti ci racconta il burnout dal punto di vista di una dottoressa del pronto soccorso.
Trama: Dopo aver terminato l’ennesimo turno in pronto soccorso, una giovane Dottoressa ( cui non ci è dato sapere il nome ) si dirige verso il parcheggio dell’ospedale per far ritorno a casa. Stretta nella morsa dei propri pensieri, derivati dalla stanchezza e dall’annientamento fisico e morale che comporta fare il medico d’urgenza in Pronto soccorso, la Dottoressa nota qualcosa di strano sul cofano di un’auto. Inizialmente incolpa la propria mente che si sa, quando si è stressati, può giocare brutti scherzi; poi, realizza: ciò che sta vedendo non è frutto della sua immaginazione, è reale. Sul cofano della macchina giace seduto Lucifero. Lucifero con sembianze di un uomo, vestito con felpa e jeans e con in mano una sigaretta. Ciò che lo contraddistingue dagli esseri umani sono le ali.
Ma perché proprio Lucifero? Semplice: la Dottoressa sta perdendo la propria anima. Quel tipo di lavoro la sta completamente mangiando dentro. Sta perdendo il fidanzato e anche gli amici. Turni lunghissimi, pazienti maleducati, ospedali al collasso e sanità pubblica che fa ribrezzo. Tutto fa brodo, insomma. Lucifero accompagnerà la giovane Dottoressa durante il racconto mettendola di fronte a una scelta: la salvezza della propria anima in cambio dell’anima di una paziente che la Dottoressa conosce molto bene.
Il libro è scritto molto bene. La scrittura è semplice. Si legge con molta facilità e sopratutto non annoia, nonostante vengano presentati anche casi clinici. Non si deve essere medici per leggere questo racconto. Fa riflettere sul tema del burnout. Perché si, il burnout lavorativo esiste, eccome se esiste. E se non ci si mette al riparo si rischia di essere divorati da qualcosa che è più grande di noi.
Come operatrice socio sanitaria, il tema del burnout mi tocca da vicino. È una condizione che non solo studio, ma vivo e osservo ogni giorno: logoramento emotivo, stress cronico, perdita di motivazione e identità. Per questo ero molto curiosa di leggere questo libro, sperando in una narrazione intensa, capace di dare voce a quelle ferite invisibili che chi lavora nel settore sanitario conosce fin troppo bene . Il punto di partenza era davvero promettente: la storia di una dottoressa in un contesto di emergenza, oppressa dal carico psicologico e dal peso delle responsabilità. Tutti elementi che avrebbero potuto dar vita a un romanzo potente e profondamente empatico. Purtroppo, lo sviluppo narrativo non regge le aspettative. La trama appare frammentaria, quasi assente: la protagonista non evolve, resta identica dall’inizio alla fine, e le situazioni sembrano scorrere senza generare un vero cambiamento. Proprio quando ci si aspetterebbe una svolta, nelle ultime pagine, gli eventi accelerano in maniera improvvisa ma senza legarsi coerentemente a quanto narrato prima. Il risultato è che il tema centrale si annacqua, e persino la protagonista sembra passare in secondo piano. Peccato, perché qui c’era l’occasione di raccontare con autenticità e incisività una realtà drammatica e attualissima, che colpisce tanti professionisti . Rimane comunque un testo con messaggi giusti e importanti, ma che lascia la sensazione di un’opportunità mancata.
Lavoro in Pronto Soccorso, ho trovato questo libro per caso e ho iniziato a leggerlo con la speranza di ritrovarci dentro ciò che vivo tutti i giorni, giusto per capire se le follie che incontro al lavoro succedano anche in altri presidi ospedalieri. Questo libro lo conferma, ma va ben oltre. Sono grata all’autrice perché ha messo sul piatto ciò che rende lavorare in Pronto Soccorso meraviglioso: dare un’altra chance a chi non ne ha più. Improvvisamente il punto di vista si sposta, la lente va dal medico al paziente e questo gioco di immedesimazione merita il prezzo del racconto e le pagine (per me un po’ noiosette) fatte di pure nozioni scientifiche, ed è il motivo per cui va letto, sia da medici che da persone comuni. Verso la fine mi sono commossa. Veramente bravissima la collega, sono orgogliosa di quello che ha prodotto.
Da medico di pronto soccorso, letto tra una fermata e l’altra della metro per raggiungere l’ospedale, non posso che consigliare questo libro! Tutte le realtà si assomigliano e c’è tanta verità nella storia. Ma la speranza sarà sempre l’ultima a morire; poco si parla della grandi e piccole soddisfazioni che questo lavoro dona, nonostante le ingiustizie e la poca tolleranza dei pazienti.
Libro scorrevole, piacevole e incalzante dal primo all’ultimo capitolo. Avrei preferito un finale diverso, ma questo permette di autovalutarsi e chiedersi “a quale distanza dal male sono?”.
Il racconto di come si vive la vita e il lavoro in pronto soccorso raccontati da chi lo ha vissuto in prima persona tanti anni è capace di farti vivere sensazioni ed emozioni incredibili… dolore, frustrazione, angoscia, ma anche di farci capire come si riesce a salvarsi da questa ondata che rischia di travolgerci ogni giorno. Scritto benissimo, scorrevole, appassionante; un mix fra racconto reale e fantastico ben equilibrato e bilanciato. Da leggere assolutamente!
Avrei potuto dare 5 stelle, ma la parte finale del libro non mi ha convinta per niente. Scrittura scorrevole, piacevole, autrice bravissima a rendere l’idea di cosa significa fare il medico adesso. Purtroppo la fine stona con tutto il libro a mio avviso. Il drittone fantasy che piglia lascia interdetto il lettore, che manco con la più grande forza di volontà si riesce a dare un senso al finale.
3,5⭐️ la storia mi ha catturato dalla prima pagina: il burnout visto così da vicino fa davvero tremare, fa riflettere su quanto accade realmente nei PS e porta a galla realtà che tutti dovremmo conoscere. Ammetto che però anche io come alcuni sono rimasta un po’ spiazzata dal finale ( forse era l’intento reale dell’autrice) con alcune domande in testa… però nel complesso non posso che essere soddisfatta di questo esordio . Io lo consiglio.
È un libro a tratti disturbante, e in quanto tale necessario. Da specializzanda di Medicina d'Emergenza Urgenza riconosco tutte le dinamiche che vengono riportate in questo libro, veritiere, prive di ogni edulcorazione, e devo ringraziare Giorgia Protti per aver avuto il coraggio di riportarle per evidenziare quanto la categoria sia allo stremo. Grazie di cuore
In quanto collega affetto da burn-out ho trovato la descrizione dei sintomi particolarmente accurata: il sentimento di perdita, di vuoto, di fatica, di perdita di senso (e di pazienza) sono così reali che sembra quasi di leggere una cartella clinica. La parte ”magica” l’ho trovata molto meno convincente sia nella scrittura sia nello svolgimento.