Estate 2004. Alberto ha dieci anni e vive con la sorella Rachele e la nonna in una strada protetta dal bosco e dal lago, senza i genitori. Nella stessa via abitano sei bambini: il gruppetto gioca sempre insieme. Le cose cambiano quando nel ‘loro’ bosco sul lago vengono trovati i corpi di due giovani, e si inizia a parlare di sette, di diavoli e di strani rituali. Convinto di aver subìto una maledizione il gruppo, capeggiato da Luca, inizia a sottoporsi a una serie di prove di coraggio sempre più pericolose, fino a che tutto non sfugge loro, fatalmente, di mano. Sarà lo stesso Alberto, una volta cresciuto, a rompere il silenzio e tornare a raccontare di quell’estate maledetta. Scritto con la delicatezza di un rimorso, questo romanzo indaga le zone d’ombra, il male annidato nella mente dei bambini, il momento esatto in cui l’innocenza si perde.
Recensione a cura della pagina instagram Pagine_e_inchiostro: Quello che mi ha detto il diavolo è un romanzo breve, dallo stile semplice e dal ritmo incalzante, che si propone di esplorare le dinamiche psicologiche dell’infanzia in modo diretto e senza mediazioni. La narrazione, ambientata nell’estate del 2004 e affidata al ricordo di due bambini ormai adulti, parte con una certa leggerezza: giochi tra amici, giornate lente, il gioco della campana e Shrek. L’equilibrio si rompe con la scoperta di due cadaveri nel bosco, che scatena in un gruppo di sei bambini una spirale di paura e superstizione.
Il romanzo ha molti elementi interessanti, in particolare il modo in cui mostra la forza delle storie inventate dai bambini e come queste possano trasformarsi in qualcosa di pericoloso. Anche la rappresentazione della crudeltà infantile, spesso sottovalutata o edulcorata, è trattata con onestà, senza sconti né abbellimenti. L’autrice svela la psicologia infantile del gruppo con onestà: non c'è un filtro adulto, né il tentativo di renderla più comprensibile o rassicurante. Nonostante questi spunti, ho avuto l’impressione che la trama mancasse di un vero crescendo narrativo: la tensione non decolla mai davvero, tutto rimane in una zona di inquietudine, senza una reale svolta, se non sul finale.
Un altro elemento che mi ha lasciata perplessa è stata una scena di violenza su un animale. Capisco l’intento di esplorare i lati più oscuri dell’infanzia, ma in questo caso il gesto mi è sembrato superfluo. La fine, già di per sé estrema, bastava a chiudere il cerchio. Non serviva un’ulteriore escalation: non sono sempre gli ultimi due gradini a determinare la discesa.
Nel complesso, è una lettura che funziona, soprattutto per chi cerca un romanzo breve ma ben scritto, capace di toccare temi oscuri senza risultare retorico. Non è però un libro che lascia un segno profondo e se penso ad altri romanzi che trattano l’ambiguità dell’infanzia e la cattiveria dei bambini, ammetto di aver letto di meglio.
L’età di passaggio alla vita adulta comporta prove da superare. A volte queste sono solo metaforiche, altre invece sono reali e vivide. L’estate che viene raccontata da Leva è simile ad alcune che ho vissuto io in quegli stessi anni (nei primi anni 2000 avevo effettivamente solo qualche anno in più di Alberto e i suoi amici) e ho apprezzato come sia riuscita a rendere quei tempi senza suonare artificiale (pure l’associazione metallari-satanisti è realistica, purtroppo).
Alberto e i suoi amici rinvengono quasi per caso due cadaveri sul limitare del bosco vicino a dove abitano e nella cittadina si sparge la voce che sia stata opera del diavolo. Inutile dire che il gruppo di bambini, facilmente impressionabile, decide che è suo compito far finire tutto, far in modo che il diavolo non interferisca più con loro. Il modo in cui lo faranno sarà sempre più estremo.
Purtroppo ho letto questo libro avendo in passato amato storie di trama simile, ma con una dose più spiccata di cattiveria. Questo mi ha portata a sentirlo un po’ insipido, nonostante la prosa sia scorrevole e permetta di inserirsi nella vicenda. Se non si ha mai letto di bambini che compiono atti orribili, Quello che mi ha detto il diavolo è sicuramente un buon inizio. Per chi è già avvezzo al genere (penso a “Niente” di Teller, che è il più simile anche nei contenuti, o a “Amico mio” di Perale, per non parlare di “Un gioco da bambini” di Ballard o “Il giardino di cemento” di McEwan, e potrei continuare), sembrerà qualcosa di poco incisivo. Questo non toglie la bontà di questo esordio, sia chiaro.
Oh, che diamine. Cos’è Alessandra Leva? Una lamia serva di Ecate? Una fattucchiera? Non lo so, ma fatto sta che ti accompagna in uno scenario dell’infanzia carezzevole e dolce, ti fa giocare a lupo mangiafrutta o a Napoleone, ti porta nei videonoleggi in vhs, ti fa rivedere Koda fratello orso, Shrek, ti fa risentire le sbucciature al ginocchio dei dieci anni, la vita di vicinato e di comunità che oggi non lo so mica se c’è ancora, e poi si trasforma e ti dà un cazzotto tra capo e collo che nemmeno te ne rendi conto. Autrice di neanche 25 anni che costruisce benissimo un’infanzia che probabilmente non ha vissuto, essendo i riferimenti che utilizza propri di chi ha dieci anni di più; ha composto un racconto dolcissimo, posato, divertente, nostalgico che poi però diventa un’altra cosa, si piega, cambia pelle, e ti lascia lì, con la bocca aperta e un silenzio, ma un silenzio, che ti metti a osservare l’ultima pagina e dici «no aspè dai…» che ti metteresti a piangere come facevi da bambino. Stordente.
Plot scopiazzato dal Signore delle Mosche e trasportato in Italia. Romanzo inconsistente dalla prima all’ultima pagina, con una scrittura piuttosto banale. Pessima opera prima.
Una prospettiva diversa dal solito e straniante sull’infanzia.
Siamo, come lettorə, abituatə a leggere dell’infanzia come qualcosa di puro e innocente (almeno nella maggior parte della letteratura), ma Alessandra Leva è stata capace invece di raccontare un’altra faccia della medaglia.
Il romanzo inizia con l’evocare, attraverso i ricordi del protagonista che racconta la storia di quell’estate anni dopo, un’infanzia normalissima, simile a quella che moltə di noi hanno vissuto. Lupo ghiaccio, campana, Shrek e tutto quello che la mia generazione (la stessa dell’autrice) ha vissuto quotidianamente. Ma (ed è un grosso ma) piano piano in questo racconto si insinua l’oscurità e allora l’innocenza dell’infanzia inizia a mostrare il suo lato più oscuro.
Ho amaro vedere come l’ingenuità di questi sei bambini e bambine li abbia portati progressivamente a crearsi una “storia” tutta loro e, poi, a crederci con così tanta devozione. È stato interessante leggere di quanto questa possa diventare un’arma a doppio taglio, positiva o negativa a seconda di chi la manovra.
Ho apprezzato molto anche l’idea che in un qualche modo si voglia dare a queste idee sempre più malsane sviluppate dai bambini (che portano i protagonisti a sfidarsi in prove sempre più pericolose) una radice che viene dalla loro storia e famiglia. Un bambino più di tutti sembra guardare molto alla sua storia familiare per cercare conferme di quanto sta accadendo nella sua mente e per provare agli altri che devono spingersi ancora più in là.
La scrittura è abbastanza accademica, ma la cosa non ha disturbato la lettura o la sua godibilità in alcun modo. Complimenti ad Alessandra Leva per questo bellissimo esordio!
4,5 ⭐️ Non sapevo bene cosa aspettarmi, ma “Quello che mi ha detto il diavolo” mi ha davvero sorpresa. In sole 180 pagine riesce a creare un’atmosfera cupa e malinconica che ti rimane dentro. È una storia sull’infanzia, sulla colpa e su quanto velocemente l’innocenza possa rompersi. La voce narrante adulta dà al tutto un tono dolceamaro e inquietante allo stesso tempo. Diverso da qualsiasi cosa io abbia letto finora. Crudo, intenso, bellissimo.
Un esordio sorprendente, una lingua potente per una storia che riporta alla mente Stand by me e tante altre storie di formazione, senza per questo risultare una brutta copia.
Il tripudio di bambini rimane impresso nella mente e la lettura, che pure scorre veloce come l'acqua, lascia il segno.
Un libro disturbante che tuttavia si legge tutto d'un fiato. Uno sguardo diverso su quella che antonomasia viene considerata l'età dell' innocenza ma che in questo caso sarebbe più opportuno definire - citando il titolo di un film - come l'innocenza del diavolo.
Quello che mi ha detto il diavolo mi ha catturata fin dalla prima pagina. La storia è molto intensa e a tratti inquieta, ma sicuramente è qualcosa di diverso da quello che è il panorama letterario contemporaneo, finalmente una ventata di novità