“La trap è sempre differente, marginale, eccessiva, anche adesso che occupa il centro della scena” con i brani di Sfera Ebbasta, Anna Pepe, Tony Effe e tanti altri trapper in cima a ogni classifica di streaming. Non serve più spiegare che cosa sia e da dove venga questa musica. Anzi, la stessa trap è ampiamente in grado di spiegare il Paese, come una specie di mitologia sotterranea e onnipresente. L’ossessione per la ricchezza, la paura della povertà, l’attrazione per il crimine e il potere, i conflitti di classe. Queste storie di riscatto, tradimento, successo raccontano la realtà urbana contemporanea con una vitalità che manca al pop rassicurante e consolatorio. Alberto Piccinini e Giovanni Robertini mostrano la natura spesso conflittuale e polarizzata del dibattito pubblico in cui la trap è immersa, tra ansie securitarie e panico morale sui famigerati maranza. Ma soprattutto "Maxi-rissa" ci porta dentro il mondo di Baby Gang, Simba La Rue, Paky – un “fumettone di case popolari, pistole, famiglie divise, piccoli criminali, spaccio, vendette, macchinoni e Rolex” –, offrendoci uno sguardo unico, provocatorio e finalmente empatico sulle disuguaglianze, l’identità delle seconde generazioni, il rapporto tra centro e periferie nell’Italia di oggi.
Argomento interessantissimo trattato di merda. Questo stile giornalistico anni '2010 tutto teso alla ricerca della frasina un po' sagace e tagliata con l'accetta, buona solo da postare su Twitter, ha francamente stancato. Se volete scrivere un libro, scrivete un libro. Altrimenti rimanete a "scrivere" sulle carte da culo che chiamate quotidiani.
Se questo libro fosse un meme, sarebbe un tormentone del 2019: un giovane ragazzo disegnato in outline riverso con la testa su se stesso, in azioni di dannunziana memoria. Non sono stato abbastanza esplicito? Guardate i primi minuti di Tintoria con Fabri Fibra e capirete subito. - Se l'inizio della recensione vi ha irritato, per via dei rimandi molto puntuali a ciò che viene spacciato per cultura pop, allora sappiate che tutto il libro è impostato in questo modo. Due maschietti che non vedono l'ora di scrivere goebbelsiano, usare allegorie forzate e citare - figuriamoci! - Davide Foster Wallace. Per tre volte in poche righe. La prima di queste semplicemente come D.F.W., perché loro sono brillanti e se non ci arrivate è colpa vostra. Un'occasione persa per fare un buon libro, perché ci sono tanti spunti interessanti. Alla fine del libro provano a mettere le mani avanti sul tema della critica musicale, facendo metacritica e provando a spiegare il loro approccio alla materia. Solo che - ça va sans dire, direbbero loro - se vengono definite "avanti" è perché quelle mani andavano in prefazione, non a danno compiuto.
Un bel saggio sulla trap e le sue interazioni con la cultura, la politica, la società. Non è didascalico, perché come giustamente riporta, non è più il caso di spiegare la trap e chi sono i trapper. I riferimenti sono tanti, gli spunti di riflessione anche, non sempre ben approfonditi. Altro lato negativo lo stile: troppo giornalistico, troppe espressioni legate al mondo dei social, modi di dire che strizzano l'occhio ai più giovani. Capisco l'esigenza di rendere il libro appetibile per i maggiori ascoltatori di trap, ma avrei apprezzato parti di maggior approfondimento.