Stefano Bartezzaghi dichiara apertamente che il libro contiene “mille errori per la precisione: refusi, errori lessicali e grammaticali, vocaboli sbagliati, errori fattuali, omissioni”. Non si tratta di negligenza, ma di scelte deliberate.
Il protagonista misterioso. Al centro c’è Niccolò Errante, descritto come “un grande scrittore misterioso, enigmatico, che non amava apparire: nessuno sa esattamente neanche quando o dove è nato”. Bartezzaghi racconta di aver avuto “il privilegio di essere il correttore di bozze dei suoi romanzi”.
La struttura narrativa. Il libro è definito “un oggetto narrativo non identificato: un’opera letteraria che non si limita a raccontare, ma ti costringe a giocare, indagare, osservare ogni parola come se fosse una prova in un’indagine”.
Il gioco letterario. Bartezzaghi spiega che “gli errori li ho messi io, per giocare con voi come Niccolò Errante faceva con me”, creando un parallelismo tra il rapporto autore-lettore e quello che lui stesso aveva con Errante.
Il formato innovativo. L’opera è descritta come “una provocazione letteraria, un giallo linguistico, un omaggio al potere” dove “ogni sbaglio disseminato nelle pagine di questo libro non è un difetto, ma una traccia da seguire”.
L’obiettivo. Trasformare la lettura da atto passivo a investigazione attiva, dove il lettore deve scovare gli errori intenzionali, diventando complice del gioco letterario. Il libro diventa così una caccia al tesoro intellettuale che celebra l’imperfezione volontaria come forma d’arte.
Un esperimento editoriale unico che sovverte le regole tradizionali del rapporto tra autore, testo e lettore, facendo dell’errore il protagonista assoluto della narrazione.
Non potevo non leggere questo libro. Scritto da un enigmista, il senso sta tutto nella parola. Anzi, le parole sono due. La prima è “enigma”. La seconda è “bozza”. Cosa sono?
Enigma ha un affascinante percorso etimologico che attraversa millenni di storia linguistica e culturale.
Il termine deriva dal greco antico αἴνιγμα (ainigma), sostantivo neutro formato dalla radice del verbo αἰνίσσομαι (ainissomai), che significa “parlare per allusioni, esprimersi velatamente”.
Il verbo stesso è collegato ad αἶνος (ainos), che indicava un racconto, una favola, un detto sentenzioso.
La formazione morfologica segue il pattern tipico dei sostantivi greci in -μα derivati da verbi, indicando il risultato di un’azione.
Dal greco, la parola passò al latino come “aenigma” (genitivo “aenigmatis”), mantenendo sostanzialmente inalterato il significato originario.
Nel mondo greco-romano, l’enigma aveva una doppia valenza: da un lato era un genere letterario minore, una forma di intrattenimento intellettuale che sfruttava giochi di parole, doppi sensi e allusioni oscure; dall’altro aveva una dimensione sacra e oracolare, come testimoniano i celebri enigmi della sfinge tebana o le risposte sibillini degli oracoli.
Durante il Medioevo, il termine mantenne la sua accezione di “discorso oscuro che nasconde un significato riposto”, trovando particolare fortuna nella letteratura allegorica e nella tradizione ermetica.
A partire dal Rinascimento, “enigma” ha progressivamente ampliato il suo campo semantico, assumendo il significato più generale di “mistero, cosa difficile da spiegare o da capire”.
Questa evoluzione riflette il passaggio da una concezione dell’enigma come artificio retorico-letterario a una nozione più ampia di problema irrisolto o fenomeno inspiegabile.
Nel linguaggio contemporaneo, la parola ha acquisito particolare rilevanza in ambito scientifico e tecnologico, dove si parla di “enigmi” della fisica, della biologia, della psicologia.
Non va dimenticato l’uso storico legato alla macchina crittografica tedesca “Enigma” della Seconda Guerra Mondiale, che ha contribuito a rafforzare l’associazione del termine con la crittografia e la decodificazione.
La ricchezza semantica di “enigma” testimonia come certi concetti attraversino i secoli mantenendo un nucleo di significato stabile pur adattandosi ai mutamenti culturali e epistemologici delle diverse epoche.
Bozza è l’altra parola legata a “enigma”. “Bozze non corrette” è il titolo di un libro che gioca magistralmente con il linguaggio editoriale e le sue stratificazioni semantiche.
La parola “bozza” porta con sé una storia affascinante che illumina il senso profondo dell’opera. Il termine deriva dal francese antico “boce” (protuberanza, rigonfiamento), che a sua volta risale al franco “bottja”.
Originariamente indicava qualcosa di grezzo, non rifinito, una prima forma che necessitava di ulteriore lavorazione. Nel linguaggio tipografico, la bozza divenne il termine tecnico per designare la prima stampa di un testo, quella da correggere prima della versione definitiva.
Nel XVI secolo, con l’espansione dell’arte tipografica, “bozza” acquisì il significato specifico che conosciamo: una prova di stampa su cui autori e correttori di bozze intervengono con correzioni, cancellature, aggiunte. È il momento in cui il testo è ancora fluido, modificabile, vivo.
L’espressione “bozze non corrette” crea un paradosso semantico denso di significati. Se la bozza è per definizione ciò che attende correzione, una “bozza non corretta” è un testo che rimane sospeso nel suo stato di imperfezione volontaria.
È un’opera che rifiuta la definitività, che sceglie di mostrarsi nel suo divenire piuttosto che nel suo essere compiuto. Somiglia al percorso della vita, nella sequanza deglie eventi che viviamo lungo strade seminate da continui errori. Una “bozza in progress”.
Il titolo di questo libro suggerisce diverse chiavi di lettura. L’incompiutezza come scelta estetica. L’autore potrebbe aver deliberatamente scelto di lasciare visibili le “cuciture” del testo, i ripensamenti, le esitazioni. È una poetica dell’autenticità che privilegia il processo creativo al prodotto finito.
In un’epoca di ipercontrollo testuale, le “bozze non corrette” potrebbero rappresentare una forma di resistenza alla standardizzazione, un ritorno alla spontaneità creativa. Il tempo sospeso della creazione.
Le bozze esistono in un tempo particolare, quello della potenzialità infinita. Prima della correzione finale, tutto è ancora possibile. Il testo respira, si trasforma, vive. Come la vita, appunto. Un susseguirsi si errori. Bozze da correggere.
Mostrare le bozze significa rendere visibile il cantiere dell’opera, demistificare l’atto creativo, mostrare che la letteratura, come la vita, nasce dal lavoro, dal dubbio, dalla riscrittura. Le “bozze non corrette” sono una metafora dell’esistenza umana sempre in divenire.
Un manifesto contro la perfezione? Una riflessione sulla natura provvisoria di ogni scrittura? Il titolo stesso diventa una chiave di conoscenza che orienta la lettura verso una comprensione più profonda dell’opera e del suo rapporto con l’imperfezione come valore estetico e esistenziale.
Ho fatto anche io il correttore di bozze, ho imparato a leggere e scrivere nella tipografia di mio padre mettendo insieme i caratteri mobili. Una vita fatta di bozze da correggere, ma non è possibile trovare tutti gli errori, sono davvero troppi.
La mia esperienza di allora giovane lettore, che doveva ancora imparare non solo a leggere e scrivere ma anche a pensare, la lettura di questo libro ha toccato il cuore più profondo e autentico del mio rapporto con la parola scritta, stampata e poi letta.
Crescere tra i caratteri mobili, imparare a leggere componendo lettera per lettera, significa aver vissuto la nascita fisica del testo, aver sentito il peso materiale di ogni parola.
Chi ha fatto il correttore di bozze sa che esiste una verità nascosta: l’errore è connaturato al processo di scrittura e stampa. Non è un accidente da eliminare, ma una presenza inevitabile, quasi ontologica.
Ricordo di aver vissuto quella tensione tra l’aspirazione alla perfezione e la consapevolezza dell’impossibilità a comprenderne il significato. Bisogna possedere una filosofia pratica che si acquisce solo scrivendo e leggendo.
Nella tipografia di mio padre ho imparato che ogni testo è un organismo vivente, soggetto a mutazioni impreviste. I caratteri mobili si ribellavano, le lettere si capovolgevano, gli spazi si dilatavano.
L’errore non era nemico, ma compagno di viaggio. Ogni bozza corretta ne generava di nuove, in un processo infinito che insegna l’umiltà. Il paradosso della perfezione. “Non è possibile trovare tutti gli errori”. Così ha scritto Stefano Bartezzagli.
Questa frase racchiude una saggezza profonda. Bartezzaghi, con le sue mille imperfezioni volontarie, ribalta il paradigma: se l’errore è inevitabile, perché non farne arte? La mia esperienza di correttore permette di cogliere la provocazione più sottile dell’opera.
L’errore smette di essere fallimento per diventare rivelazione. La memoria tattile della correzione nella lettura del libro della vita sempre in bozza. Chi ha maneggiato piombo e inchiostro, chi ha sentito la resistenza fisica del testo, conosce l’errore in modo diverso.
Non è astrazione digitale, ma presenza materiale. Quando correggi una bozza, non stai solo eliminando sbagli: stai dialogando con la fragilità stessa del linguaggio. Proprio come quando riconosci un errore di vita.
La mia esperienza mi dà una chiave interpretativa unica per la lettura di questo libro. “Bozze non corrette”. Posso scrivere da dentro il processo, da chi ha vissuto l’angoscia dell’errore sfuggito, la soddisfazione dell’errore trovato, la rassegnazione dell’errore accettato.
Bartezzaghi gioca con quello che ho vissuto come dramma professionale quotidiano. Il suo è un omaggio involontario a tutti i correttori che hanno combattuto battaglie impossibili contro l’imperfezione del linguaggio.
Le sue “bozze non corrette” sono forse l’unica vittoria possibile: smettere di combattere l’errore e iniziare a danzare con lui.
La recensione di questo libro potrebbe essere quella di chi riconosce, in ogni errore volontario di Bartezzaghi, l’eco di mille errori involontari che hanno attraversato la propria vita professionale.
Un dialogo tra chi crea errori per arte e chi li ha inseguiti per mestiere. Avevo cominciato a leggere il libro in versione digitale, poi mi sono reso conto che non era il caso.
Avevo bisogno del libro fisico. Ho trovato 250 errori. Una cifra molto lontana da quella segnalata dell’autore. Ma se penso a quelli di un intera vita, non riesco davvero a contarli.