Jump to ratings and reviews
Rate this book

Lo sbilico

Rate this book
Alcide ha quarant’anni, a volte dorme ancora con sua madre, prende sette pasticche al giorno (cinque la mattina e due dopo cena), ed è considerato «un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall’eloquio fluido». È un essere umano «difettoso» tra i tanti, ma i suoi difetti stanno tutti dentro quattro pagine di diagnosi controfirmate da uno dei piú famosi psichiatri italiani: «disturbo bipolare», «spettro dell’autismo», «dissociazione dell’io», «antipsicotici», «pensieri di mancata autoconservazione»… Dal suo esilio in una cittadina dell’Abruzzo, dove ogni cosa sembra da sempre uguale a sé stessa, Alcide ci racconta il tempo melmoso delle sue giornate. Le ore in spiaggia, o a sfinirsi in palestra, dove va per riguadagnare in muscoli quello che ha perso in lucidità mentale. Soprattutto ci racconta – con tutta la chimica che ha in testa – cosa accade quando l’equilibrio psichico s’incrina: l’innesco della paranoia, la percezione che si sdoppia, il modo in cui il tempo fermo di un’attesa non è mai davvero fermo, perché è lí che arrivano i pensieri. Nel suo resoconto si alternano momenti di un prima a Milano, la città che da sola sembrava poterlo tenere in vita, e di un prima ancora, un’infanzia in cui tutto faceva già troppo male ma a salvarlo c’erano la nonna, la bicicletta, tutto uno zoo di animaletti di campagna. Nel presente, invece, c’è la vita con sua madre, che è insieme origine, scandaglio e unico argine possibile delle sue psicosi. E poi c’è l’ossessione per le parole: la ricerca quotidiana in biblioteca, nei dizionari, nei libri, dei termini esatti, che sappiano ridurre l’irriducibile, nominare l’innominabile. Questa è la storia di uno sperdimento, una storia che possiede il dono e la condanna di saper parlare davvero a chiunque. A chiunque, almeno una volta, non si sia riconosciuto nel proprio riflesso allo specchio; a chiunque abbia sentito la realtà passargli accanto come un vento laterale; a chiunque abbia messo in dubbio la fondatezza dei propri pensieri e dei propri desideri. Sono pagine brucianti, che Alcide Pierantozzi ha scritto come se il suo corpo fosse un sismografo, registrando il disagio psichico nella sua forma piú pura, descrivendo la violenza – poetica e brutale – di una mente smarrita che cerca di trovare una stabilità impossibile, ma che sempre, sempre, prova a salvarsi. Lo sbilico dà voce a un bisogno collettivo fortissimo: quello di nominare con precisione il malessere psicologico, l’alienazione, la medicalizzazione e la solitudine. Un’impresa che può fare soltanto la grande letteratura. «Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi».

232 pages, Hardcover

First published May 20, 2025

Loading...
Loading...

About the author

Alcide Pierantozzi

15 books38 followers

Ratings & Reviews

What do you think?
Rate this book

Friends & Following

Create a free account to discover what your friends think of this book!

Community Reviews

5 stars
930 (29%)
4 stars
1,285 (40%)
3 stars
720 (22%)
2 stars
172 (5%)
1 star
42 (1%)
Displaying 1 - 30 of 421 reviews
Profile Image for libriconfragole.
196 reviews413 followers
July 4, 2025
Come si sopravvive a un libro che ti cambia il modo di percepirti e di capire il mondo? Come può un uomo poter scrivere un racconto di una potenza così disarmante, mettendo a nudo ogni anfratto della sua anima, anche il più sudicio? Come potrò tornare a leggere altro, dopo questo meraviglioso esempio di letteratura sublime, come non ne leggevo da tempo?
La vita è quella cosa che un giorno senti come un’attrazione alle budella verso un romanzo, lo cominci, lo interrompi su alcune scene intense che ti turbano, poi lo respiri a boccheggi nella calura di una mattina di luglio, fino all’ultimo respiro. Alcide, solo una cosa: non smettere mai di portare la vita su carta. Non smettere mai di spiegarci il mondo e la sua fallacia.
Profile Image for Daniel De Lost.
256 reviews32 followers
July 8, 2025
"Lo sbilico” è un libro che mi ha lasciato diviso. Da una parte, ho sentito chiaramente l’urgenza di Pierantozzi di raccontare qualcosa di profondamente personale: la sua esperienza con il disagio mentale, il ricovero, le voci, le crisi, la famiglia. E questo lo rispetto. È raro trovare libri così spudoratamente sinceri. Ma proprio questa nudità emotiva è, paradossalmente, anche il suo limite.

Fin dal titolo, Pierantozzi promette instabilità, deviazione, fragilità. E questa promessa viene mantenuta: il romanzo è una lunga immersione nell’esperienza del disagio mentale, un flusso senza filtri di parole, sintomi, ricordi e dolori. Ma se da un lato si apprezza la sincerità dell’operazione, dall’altro emergono numerosi limiti narrativi e stilistici che rendono la lettura faticosa e, alla lunga, frustrante.

Il protagonista – alter ego dell’autore – viene ricoverato in psichiatria dopo un crollo. Da lì si snoda un percorso tra ospedali, ricordi dell’infanzia, relazioni familiari difficili e allucinazioni. Non c’è una trama lineare: il testo procede per frammenti, episodi, immagini, pensieri ossessivi.

Pierantozzi adotta una scrittura densa, a tratti poetica, ma anche sovraccarica. Frasi lunghe, giustapposte, piene di aggettivi rari, rimandi letterari, scarti di senso. Questo stile può risultare affascinante a tratti, ma spesso sembra cercare l’effetto più della sostanza. Il lettore viene travolto da una valanga di parole che a volte non costruiscono una vera narrazione, ma un vortice autoreferenziale.

Il tema centrale è quello della malattia mentale – o, più precisamente, della convivenza con un’identità instabile. Il protagonista si definisce “sbilico”, una parola che fonde “squilibrato” e “sbilanciato”, ma anche “sbilenco”. Questa condizione viene raccontata con sincerità, senza retorica, e in certi passaggi con una lucidità impressionante. C’è, ad esempio, una scena forte in cui il protagonista, ormai fuori dal reparto, osserva se stesso dall’esterno con uno sguardo distaccato, quasi clinico. In questi momenti il libro riesce davvero a comunicare qualcosa di profondo.

Ma troppo spesso il racconto si arena in un dolore autoreferenziale, che non viene trasformato in letteratura. Il rapporto con la madre, la sessualità confusa, la dipendenza dai farmaci, le voci nella testa: tutti elementi che avrebbero potuto costituire un romanzo potente, ma che restano – quasi sempre – materiale grezzo.

Una delle principali debolezze del libro è la mancanza di distanza. Pierantozzi racconta senza mai davvero trasfigurare la sua esperienza, senza filtrarla o organizzarla in una struttura narrativa forte. Il risultato è che Lo sbilico somiglia più a un diario terapeutico che a un’opera letteraria compiuta.

Un altro aspetto critico è l’autocompiacimento stilistico. Invece di favorire l’empatia o la comprensione, molte scelte linguistiche sembrano fatte per stupire, per dimostrare “di saper scrivere”. Questo crea un cortocircuito: la materia è bruciante, ma la forma la raffredda, la congela in esercizio.

Infine, il libro lascia una sensazione di chiusura: è un racconto che guarda sempre dentro, ma raramente si apre verso l’esterno, verso l’altro. Non costruisce un vero dialogo con il lettore, ma resta ripiegato sul proprio dolore.

Inoltre, c’è un’insistenza quasi ossessiva su sesso, malattia, disagio, autolesionismo, e relazioni familiari tossiche – tutto raccontato con un’intimità che dovrebbe coinvolgere, ma che spesso risulta solo pesante, a tratti disturbante, senza però offrire vera profondità.

Mi sono chiesto: che cosa mi lascia questo libro? Forse un certo rispetto per il coraggio dell’autore, ma anche una certa frustrazione. Avrei voluto che questa materia incandescente fosse modellata in una forma narrativa più generosa, più aperta al lettore, meno egocentrica.

Non mi sento di bocciarlo del tutto, ma non riesco nemmeno a consigliarlo con convinzione. È un libro che può toccare chi cerca un confronto diretto con il disagio mentale, ma rischia di respingere chi cerca un vero romanzo.
Profile Image for metempsicoso.
486 reviews514 followers
July 9, 2025
Sbilanciato sono io, adesso, alla fine di questa lettura.
Stupefatto, spaventato: mi escono solo parole sibilanti, che si inceppano sul primo suono con un rimbrotto e poi frusciano via.
Quando la vita mi ha portato altrove e mi sono ritrovato a pensare "chissà come va avanti, la storia di Alcide", ho capito d'essere rimasto incagliato. Non tanto per il bisogno di proseguire, che è un'emozione comune a chi legge, ma per quell'ingiustificato passare al nome proprio: non sa neanche che faccia ho, Pierantozzi, eppure io nella mia testa gli rubo questa confidenza.
La esigo, quasi. Io resto qua, ti ascolto, cerco di capire la tua sofferenza, tu fatti stare vicino. Posso farlo forte del mio primato da "sano", perché faccio parte della massa che ti trascura, perché sento che posso esigere in cambio qualcosa da te per la mia sola attenzione, perché sono uno stronzo. Mi sbilancia anche sapere che con te si sbaglia sempre.
Ma poi come ti si sta vicino?
Sospetto che ogni gesto, ogni parola, potrebbe avere il potenziale della distruzione - quella assoluta che riduce tutto a pulviscolo sul suolo. Sei un campo verdissimo pieno di mine antiuomo, dove il primo a sfracellarsi sei tu. Eppure che malagrazia sarebbe voltarti le spalle, trascurare la tua voce quando ti esce dalle mani in frasi così calibrate e fingere che basti toglierti allo sguardo per risolverti.
Come ti si ama, quando sei così complicato? Eppure come si può non farlo, quando sei così brillante? Suppongo che starti vicino sia un po' come farsi grattare via: tu giri velocissimo e strazi a brani la carne di chi ti si approssima. Io mi sento così, nonostante la distanza di sicurezza che ci separa, nonostante lo scudo della carta.
Perché io sono lo stronzo, sì, ma tu esigi un pedaggio. Ti basta una dracma della mia sicurezza violata? Alla fine sei tu che decidi dove traghettarmi, no?
Eppure sarebbe anche così facile e così ingiusto, ridurti solo a quello a cui ti riduce la tua malattia nei suoi momenti peggiori, a quelli con cui hai riempito queste facciate: così non si amano gli uomini, si venerano i martiri. Ci saranno anche delle belle giornata, no? Mattine in cui sei insopportabile solo perché sei umano e non perché le tue ore sono scandite dai farmaci; in cui ci troviamo sullo stesso gradino, perché tu sei sceso dal tuo di alta grazia e non sei più speciale di me. C'è in sorte un istante in cui, coartati gli sguardi, potremo guardarci negli occhi e vederci pari? Un attimo di pausa dalle tue allucinazioni e dai miei preconcetti: fossi tua madre pregherei per questo, per una sospensione.
Sospetto anche che ragionamenti come questi ti farebbero incazzare, che nella realtà, fuori dalla letteratura, la gente si limita a evitarti, additarti e maledire Basaglia. Che devo smetterla di sforzarmi, che tanto non capirei comunque.
Ti do ragione. Ti chiedo scusa per tutta questa mia imprudenza.
Vorrei però che tu ora mi dicessi cosa devo farmene, di tutto questo.
Perché io ho accolto il tuo dolore e ora mi schiaccia verso terra. E stanotte hai reso tortuoso e faticoso il mio sonno. E una sensazione esecrabile mi accappona la pelle. E stamattina mi sono svegliato quasi sollevato ritrovandomi non impotente.
Io tutto questo non so gestirlo. Resta qui, come un bolo che non scende.
Scappo da te, torno a quando ero giovane, alla mia educazione sentimentale.
Ripenso a Lirica antica di Alda Merini - c'è, da qualche parte su YouTube, una registrazione di lei che la recita.
Forse hai ragione tu, alla fine ad ancorarci nella realtà, qualsiasi essa sia, sono le parole, è la poesia.
[Continuo a pensarci su]

Caro, dammi parole di fiducia
per te, mio uomo, l’unico che amassi
in lunghi anni di stupido terrore,
fa che le mani m’escano dal buio
incantesimo amaro che non frutta...
Sono gioielli, vedi, le mie mani,
sono un linguaggio per l’amore vivo
ma una fosca catena le ha ben chiuse
ben legate ad un ceppo. Amore mio
ho sognato di te come si sogna
della rosa e del vento,
sei purissimo, vivo, un equilibrio
astrale, ma io sono nella notte
e non posso ospitarti. Io vorrei
che tu gustassi i pascoli che in dono
ho sortiti da Dio, ma la paura
mi trattiene nemica; oso parole,
solamente parole e se tu ascolti
fiducioso il mio canto, veramente
so che ti esalterai delle mie pene.
Profile Image for Sabrinaderrico.
55 reviews33 followers
June 7, 2025
Questo libro è diverso da qualsiasi altro abbia letto sul disagio psichico. Non chiede empatia, non vuole comprensione, non urla compassione. È quasi un trattato, alla maniera di chi in quel disagio vi è coinvolto, se ne dissocia e lo guarda dall’esterno. E questo riuscire ad argomentare in maniera così lucida una vita che di lucido ha ben poco mi lascia davvero a bocca aperta. Vero talento
219 reviews9 followers
August 13, 2025
Il testo è brutalmente onesto e in parte, soprattutto all’inizio, riesce a suscitare empatia (pur, ovviamente, non proponendoselo). Ma la scrittura eccessivamente carica, la sovrabbondanza di participi e l’assoluta autoreferenzialità alla lunga stancano. Ho cominciato presto a provare strazio per le figure comprimarie, la madre e il fratello, che non sono mai descritti né guardati come esseri umani completi che avrebbero diritto a una vita propria, ma solo come stampelle della malattia mentale del protagonista. Non c’è alcuno spazio per l’altro, e quando c’è, l’altro non è che una comparsa nello smisurato dramma dell’io. Le rare volte in cui emerge un senso di colpa per i danni collaterali che la malattia - in generale, e soprattutto quella mentale - infligge all’intero nucleo familiare, è il senso di colpa stesso, e non la tragedia delle persone a cui è rivolto, a diventare motivo di ossessione. Non si coglie mai lo spunto per sbirciare nella portata del dolore altrui; gli altri, quando non sono stampelle, sono creature malvagie e ostili, del tutto indegne di qualunque indagine narrativa. Per il padre in particolare, - un uomo senza dubbio annichilito dal dolore e dall’impotenza - non c’è che un aggettivo pieno di disprezzo, ripetuto molte volte fino a sostantivarsi: negazionista. Il libro è tutto un rimuginare ossessivo su se stesso e la malattia, un diario terapeutico, forse, e del resto l’impossibilità di sollevare lo sguardo dal proprio ombelico è parte integrante del disagio mentale. Ma la letteratura è una cosa diversa, e questo ossessivo scriversi addosso non basta certo a fare di questo testo un romanzo.
Profile Image for Silce.
28 reviews12 followers
May 23, 2025
"Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi."
Profile Image for Grazia.
528 reviews231 followers
Read
June 22, 2025
"La maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e quella intellettiva"

Le letture che riguardano la salute mentale esercitano su di me un fascino irresistibile: non è un caso che "Il male oscuro" di Berto sia tra i miei libri del cuore.

Le persone rotte, le persone disturbate, i funzionamenti delle dinamiche non a regime, mi interessano, mi interessa il perdente, il fallito la persona che si rivela in tutta la sua fragilità e non la nasconde.Gli eroi, le storie dritte, i finali lieti non sono cosa mia.

Alcide Pierantozzi, autistico, bipolare, nonché scrittore straordinario fa un'operazione davvero originale: ci fa vivere nei suoi pensieri. Lucidi e disturbati nel contempo. Nelle suo vedere distorto a causa delle allucinazioni, nel suo assoggettarsi ai farmaci senza cui non potrebbe sopravvivere e doverne accettare i terribili effetti collaterali. Nel doversi dedicare maniacalmente allo sport, per evitare di cadere nei baratri che il suo pensare vertiginoso gli riserva.

Un libro in cui le parole assumono un aspetto rilevantissimo, così come la forma che Alcide adotta per raccontare la malattia e raccontarsi. Perché oltre la malattia, a parte la letteratura e le parole, poco altro rimane.


"Sono le parole a secernere la mia follia. Sotto la parola «follia», sotto la «f», sotto l’accento sulla «i», sono scomparso ancora prima che la malattia mi fosse diagnosticata. Nel mio cervello le parole si somigliano tra loro piú di quanto somiglino alle immagini che mi indicano. Le parole non sono steli di zizzania che posso estirpare dall’orto quando mi pare. Le parole, le loro sillabe, le loro lettere pallottolose, il loro inchiostro schiacciato sulla pagina, il loro suono, funzionano da diserbante o da concime. Solo loro sanno ridurre l’irriducibile."


Non lo valuto in termini di stellette: mi parrebbe irrispettoso.

"Le parole, per i matti, sono feconde."
Profile Image for Nood-Lesse.
460 reviews356 followers
September 13, 2025
La parte peggiore di avere una malattia mentale
è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi.
(todd phillips, Joker)

E’ una riflessione che ho fatto tante volte anch’io. Di fronte a una mutilazione fisica si è indulgenti, di fronte ad un’anomalia psichica si è sospettosi. Credo che la differenza stia nel fatto che la mutilazione è tangibile, l’anomalia potrebbe essere simulata.
Alcide Pierantozzi sembrerebbe un nome proveniente dalla fine del ‘800, invece è un uomo nato nel 1985 che ci racconta con indubbia capacità della sua composita malattia, dagli esordi ai giorni nostri. La forma è pressoché diaristica, nelle note finali l’autore rivelerà di essersi attenuto alla propria storia e di sperare che a qualcuno possa essere utile.
Per leggerla occorre stomaco, non quanto ne è occorso a scriverla, ma certo duecentoquaranta pagine in mezzo agli psicofarmaci e i loro effetti collaterali, non sono uno scherzo. Proprio lo scherzo, in qualsiasi forma è ciò che manca a queste pagine. Mi verrebbe da pensare che la mancanza d’ironia sia già uno dei sintomi della malattia. Non sto dicendo che Pierantozzi avrebbe dovuto inserirla forzatamente, o che l’abbia esclusa a priori, io sono convinto che non l’ha proprio presa in considerazione.
Bisogna mettere in conto pagine di sofferenza se si decide di effettuare la lettura e bisogna esser pronti ad accettare il fatto che la malattia psichica sia verosimilmente quantitativa e non qualitativa. Quando l’autore ha definito cosa fosse lo sbilico del titolo, mi sono reso conto di conoscerlo già e di aver provato a teorizzarlo con parole simili. Probabilmente altri lettori troveranno nelle composite manifestazioni della sua malattia, altri aspetti che loro conoscono solo in embrione. Come il veleno che assunto in dosi minime può esser curativo, così anche la patologia in nuce potrebbe essere normalità. Per quanto indispensabili per tenere sotto controllo i sintomi, gli psicofarmaci sono i personaggi che escono peggio dal racconto. Poterne fare a meno è senz’altro una fortuna considerevole, nota purtroppo solo a chi è costretto ad assumerli.
Di Alcide mi ha disturbato il compiacimento a piantare grane solo per verificarne l’effetto, l’assenza d’empatia nei confronti del prossimo e la pretesa di suscitarne in qualità di malato. Mi ha disturbato la totale incapacità di qualsiasi mediazione, l’ho trovata infantile. Sarà essa un tratto della malattia o dell’orientamento sessuale?

– Dobbiamo bocciarlo. È indisponente.
– Ma siete sicure? Un’altra volta? – l’ho sentita difendermi. – Scrive benissimo, lo sapete, se lo bocciamo anche in quarta, dopo che lo abbiamo già bocciato in prima, non potrà fare la maturità insieme ai compagni.
– Ma se non risponde nemmeno alle domande piú semplici. Vive in un’altra realtà. Chi se ne frega se sa scrivere, saper scrivere serve a qualcosa nella vita?

Alcide quarantenne sa scrivere, lo confermo. La lista dei suoi precettori e dei suoi numi tutelari non è la mia, se lo leggerete potreste scoprire che è simile alla vostra. Quanto alla domanda del docente, saper scrivere a Pierantozzi ha garantito un posto del mondo, una dimensione e ha dato una voce a quella malattia che combatte da decenni, tanto da far venire in mente l’epigramma di Lord Byron:
“Le mie stesse catene e io diventammo amici, fino a tal punto una lunga comunione tende a fare di noi ciò che siamo “

Colonna sonora
La Petite Fille De La Mer ( Vangelis )
https://youtu.be/OTWVEu6diGw?si=YnSDM...
Profile Image for Seregnani.
916 reviews45 followers
April 6, 2026
« Se una giornata finisce, non riesco a capire che ne comincerà un'altra. Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose.
È come se mi aggirassi confusamente all'interno della mia testa, con una torcia accesa, per ritrovare il dettaglio concreto - il margine di un foglio, un mozzicone di matita - in mezzo all'impalpabilità dei ricordi.
Cerco l'immagine materiale in tutti i passati che conosco, quello prossimo, quello remoto, la cerco al tatto per ritrovarla e quando non la trovo i cani incominciano a squittire, l'acqua va in combustione, tavoli e sedie si disarticolano e una voce mi dice: risolvi questa cosa o non potrai piú andare avanti.
Dove sei finita, giornata di ieri? Da qualche parte dev'esserci un telecomando. Non importa se oggi ne è arrivata un'altra, dov'è finita quella di ieri?
Ma anche il dolore di ieri, dov'è andato a cacciarsi? E perché mi manca anche lui?».


5 ⭐️ Alcide ha trentanove anni e dalle sue varie cartelle cliniche emerge che è un paziente lucido, vigile, sorridente - a tratti. Dopo la visita nell’ospedale di Milano, sta andando per un periodo al mare con sua madre: ed è proprio lei la causa e l’inizio di tutto ciò, o meglio il cancro che ha avuto. Ma anche la perdita del fratellino. È un essere umano difettoso: ha un disturbo bipolare, è autistico, ecc.
Sono passati cinque anni ma le medicine fanno poco o niente. Nel pomeriggio di un giorno di maggio Alcide pensa a suicidarsi ma subito dopo corre in palestra dove va a riguadagnare in muscoli quello che ha perso in lucidità mentale.
Sono due anni che Alcide non si guarda più allo specchio, si lava e si veste con la luce spenta. Un essere umano ridotto a puro tatto. Un uomo che aspetta la madre che lo venga a “visitare” come farebbe un dottore: lo guarda, lo tasta e lo rassicura.
C’è un altro personaggio importante in questa storia: il Negazionista, il padre di Alcide. Non crede alla malattia del figlio e non ha interesse verso di lui.
La maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e intellettiva. Alcide scrive libri, scrive sui giornali. Ma è proprio questa abbondanza di logica che lo manda in tilt.
Questo è un libro che mi ha colpito perchè queste pagine registrano il disagio psichico nella sua forma più pura e una mente smarrita che tenta sempre di salvarsi. Sopratutto racconta episodi di una vita che sto vivendo anche io ormai da due anni e mezzo. Alcide hai tutta la mia stima!
Profile Image for Dagio_maya .
1,166 reviews373 followers
Read
April 20, 2026
“…una risata embolica, da sommozzatore in asfissia.
Il classico matto che ride da solo.”



Matite con la punta ben fatta, fogli pronti ad accogliere le parole come strumenti chirurgici per boccare l’emorragia di pensieri irrequieti; parole che sono ” l’ultimo riparo tra me e l’irreparabile.” .
La scrittura, tuttavia, non è un progetto di salvezza: tutt’altro:

"Io un progetto di salvezza non ce l’ho.
Io vivo un passetto alla volta, una riga alla volta, resisto un’ora alla volta, vado da A a B.”


Psicosi, paranoie, allucinazioni e psicofarmaci, tanti, sempre di più.

Lo sbilico è un termine coniato per dare l’immagine di precarietà esistenziale.
Perdere l’equilibrio e dimenarsi tra ciò che è reale e ciò che non lo é.
La razionalità con cui parla della sua malattia è spiazzante.

” Questo non è un libro di autofiction, anche se ogni tanto qualche invenzione è stata necessaria per esigenze drammaturgiche”

Raccontando la sua vita, Perantozzi fa un lavoro di traduzione per render accessibile al lettore la sua realtà.

” Questo libro è stato scritto in presa diretta, quasi come un diario di bordo della malattia, e racconta una verità molto spesso alterata dai farmaci e dai miei scompensi emotivi”

Lettura importante per riflettere su giudizi, pregiudizi e ricordarci che “da vicino nessuno è normale”
Profile Image for Elalma.
941 reviews108 followers
November 30, 2025
Scritto molto bene, ma che pugni nello stomaco! La malattia mentale è sempre un grande catalizzatore per la letteratura, qui il sapiente uso delle parole riesce a creare disagio e nello stesso tempo empatia profonda, nel finale mi sono commossa.
Profile Image for Come Musica.
2,180 reviews676 followers
August 14, 2025
“Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose.”

L’estate è anche il tempo dedicato a smaltire la lista dei desideri dei libri che non si è fatto in tempo a leggere a ridosso della pubblicazione (chi mi conosce lo sa che sono fissata con le ultime uscite!).

Alcide Pierantozzi parla di sé, della sua malattia mentale che è anche fisica, del suo essere continuamente in bilico tra la perdita dell’auto regolazione e il continuare a vivere la quotidianità

“È come se mi aggirassi confusamente all’interno della mia testa, con una torcia accesa, per ritrovare il dettaglio concreto – il margine di un foglio, un mozzicone di matita – in mezzo all’impalpabilità dei ricordi.”

Cos’è lo sbilico?
“Sarebbe stato impossibile far capire al lettore cos’è lo sbilico – e come funzionano da dentro gli sbalzi d’umore e le dispercezioni sensoriali – se avessi omesso le mie opinioni piú drastiche sulle cose che mi circondano nella quotidianità. Le stesse considerazioni sugli effetti dei farmaci vanno lette in un’ottica personale e non hanno alcuna pretesa di veridicità scientifica: da paziente resto convinto di quello che scrivo, e spero di poter essere d’aiuto a qualcuno, ma sfortunatamente non sono un medico.”

Mi hanno molto colpita i paragrafi che Alcide dedica agli anni della scuola, che per lui sono stati un incubo

“La scuola per me è stata un incubo, perché ai tempi nessuno mi aveva diagnosticato né un possibile autismo né il disturbo depressivo, e gli insegnanti non facevano altro che umiliarmi e bocciarmi, scambiando la mia settorialità in certe materie per provocazione.”

Non c’è stata una professoressa che lo abbia capito. E se anche c’è stata non è stata brava nel convincere le altre

“Mentre eseguivo lo stimming sbattendo i polsi, fregandomene altamente che qualcuno mi guardasse, ho rivissuto il giorno degli scrutini a scuola in tutti i suoi meandri. È strano come nella vita anche le cose che non abbiamo visto coi nostri occhi e sentito con le nostre orecchie si lascino ricordare. Il passato, soprattutto a scriverne, non finisce mai di arricchirsi, ampliandosi in tanti cerchi dilaganti. Ho visto la professoressa mentre si sedeva tra i colleghi, sontuosamente vestita come sempre, querimoniosa come sempre, già abbronzata dei primi soli di giugno. L’ho rivista ancora giovane, col suo sorriso di degnazione che consisteva in un breve tiraggio delle labbra truccate. L’ho vista inconsapevole del tempo che le era rimasto, e poi l’ho vista fare corpo con gli altri insegnanti seduti in cattedra.
– Dobbiamo bocciarlo. È indisponente.
– Ma siete sicure? Un’altra volta? – l’ho sentita difendermi. – Scrive benissimo, lo sapete, se lo bocciamo anche in quarta, dopo che lo abbiamo già bocciato in prima, non potrà fare la maturità insieme ai compagni.
– Ma se non risponde nemmeno alle domande piú semplici. Vive in un’altra realtà. Chi se ne frega se sa scrivere, saper scrivere serve a qualcosa nella vita?
– Collabora già con i giornali locali, diamogli una possibilità.
– Neanche per idea, – si è opposta la professoressa di chimica. – Noi qui formiamo la classe dirigente, le materie scientifiche sono tutto.”

Io spero vivamente che Lo sbilico sia letto anche dai docenti delle scuole secondarie di secondo grado, perché (lo tocco con mano da anni oramai) la chiusura davanti a chi ha problemi è tanta.


Tra 4 e 5 stelle.
Profile Image for Marcello S.
661 reviews294 followers
July 3, 2025
L'unico sollievo è pensare che Milano c'è ancora, che via Plinio 33, dove abitavo, esiste ancora, che a un certo punto per me potrebbe tornare la vita di prima. So che questo non succederà mai, ho dovuto estirparla dal mio corpo la città che mi ha dato tutto e mi ha salvato dal suicidio. Ogni giorno ho in testa quella frase dello psichiatra, detta ai miei genitori quattro anni fa: - A Colonnella vostro figlio morirà. Prima s'impoverirà culturalmente ed emotivamente, poi morirà. Milano si è frantumata in me, si è diroccata come una città fantasma insieme alle rovine della mia psiche. Se n'è andata in concomitanza con l'arrivo della malattia, mi ha lasciato scappare quando doveva soccorrermi. Dopo vent'anni mi hanno preso con la forza e riportato qui, ad abbrutirmi in mezzo a gente che mi considera un povero squilibrato, un povero frocio con cui è imbarazzante farsi vedere in giro. Perché se escludo un paio di ragazzi disabili e il figlio di una collega di mia madre, in palestra mi evitano tutti.

[79/100]
Profile Image for Simophys95.
92 reviews
May 18, 2026
Dare la mia opinione su questo romanzo è difficilissimo, sembra quasi di dover entrare nelle fragilità più intime dell'autore senza averne davvero il permesso.
Pierantozzi ha compiuto un miracolo, ha reso con una prosa lucida, scientifica ma mai asettica, il proprio vissuto, un "diario di bordo" della sua malattia, invalidante in ogni aspetto della quotidianità.
La parola è salvifica, modella il mondo come lo immaginiamo, e non sempre la realtà oggettiva coincide con le percezioni della propria mente. Le tematiche trattate sono tante, la malattia e la terapia, l'accettazione di sé, i fragili legami familiari (ancore di salvezza e al contempo origine dei traumi), la speranza di una guarigione.
L'esperienza di lettura è totalizzante, ho sofferto con l'autore tanto da doverla interrompere più volte per distogliere il pensiero, per assorbire l'onda d'urto e rimanere centrato.
Pierantozzi merita molto di più del premio Strega, merita una comunità che possa accogliere davvero il suo "sbilico" e farlo sentire al sicuro.
"Suo figlio è un essere umano difettoso tra i tanti, e lei è una madre che, come tante, conosce qualcosa di suo figlio che lui stesso ignora. Suo figlio è un essere umano scritto su questi quattro fogli"
Profile Image for Gabril.
1,118 reviews277 followers
July 15, 2026
“Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi”.

“Ah, i normali! Pensano tutti di vivere nella realtà”, scrive Alcide Pierantozzi mentre questa realtà va smantellando riga dopo riga, parola per parola, neologismo su neologismo (lo ‘sbilico’, su tutti), metafora dopo metafora.
Schiettamente preciso, apertamente impudico, adorante cultore della parola, Alcide è autore e protagonista, implacabile (de)scrittore della propria vita, segnata e ancor più ridisegnata dalla malattia.
La malattia è psichica ma riguarda sempre il corpo.
Un corpo di quasi due metri di altezza, necessariamente palestrato, perché dev’essere addestrato, tenuto a bada, dominato dalla fatica e dal sudore, perché è un corpo imbottito di farmaci. La mente non è in grado di contenerlo ma in qualche modo vi si appiglia, vi si aggrappa, cerca di tenerselo stretto. Sia pure malato, impotente, isterico, teso.

Questo è un libro impietoso nel farsi strumento di verità individuale; questo è un libro grondante pietas nel raccontare le disfunzioni della famiglia, il calvario dell’accesso alle cure sanitarie, l’ottusità delle istituzioni (la scuola in primis), la solitudine della malattia mentale.
E poi il riscatto attraverso la ricercatezza del linguaggio, la cura della forma, l’amore per il vocabolario.
L’onesta gloria della letteratura che offre rifugio a chi dalla vita è maltrattato e vinto.
Profile Image for Enrico Cocina.
27 reviews4 followers
June 26, 2026
Come ci tiene a precisare lo stesso autore, Lo sbilico non è un romanzo di autofiction, ma la storia nuda e cruda della sofferenza e della malattia mentale. Pierantozzi racconta "in presa diretta" gli effetti delle allucinazioni quotidiane con una lucidità e una proprietá di linguaggio lodevoli. Nonostante la difficoltà della tematica trattata e la pesantezza dell'argomento, riesce a tenerti incollato alle pagine e a farti desiderare di comprendere ad ogni rigo qualcosa in più. L'unico neo è rappresentato dal fatto che spesso sembra perdersi nella ricerca spasmodica di termini aulici o desueti, rallentando in questo modo il ritmo della trama e diluendo la tensione narrativa.
Profile Image for Eddy64.
619 reviews20 followers
May 26, 2026
La malattia mentale raccontata in prima persona nuda e cruda, rovesciata sulla pagina senza veli. "A quarant'anni dormo ancora con mia mamma" : più che un incipit, un programma. Le tante diagnosi dei medici - depressione, bipolarismo, spettro autistico - e le medicine - depakin, aripropazolo, abilyfive, litio - da prendere per sempre, che dalla malattia non si guarisce mai completamente. Una vita in "sbilico", in equilibrio precario ogni giorno che la crisi è dietro l'angolo, l'allucinazione è quotidiana. Le relazioni difficili, a partire dalla famiglia, con il padre negazionista, il fratello insofferente, la madre che si sobbarca da sola il peso di un figlio complicato. La vita sessuale inibita dalla serotonina, gli amici che latitano, la solitudine come probabile destino di una omosessualità sofferta e dichiarata. Le piccole salvifiche manie e la rabbia o il pianto che esplodono alla minima contrarietà, il desiderio di morire un giorno e la voglia di vivere il successivo.
Però si vive e si diventa scrittori, un po' come il famoso matematico del film "a beautiful mind" si impara a convivere con il disagio mentale che non si traduce in infermità e ossessioni e amici immaginari sono accettati come tali. L'amore per le parole e il loro significato nato da un vocabolario caduto dal cielo (da un furgone in bilico sul viadotto) e la scrittura come classica ancora di salvezza, una scrittura colloquiale e al tempo stesso ricercata, a volte anche troppo: " sento un calore da vasocostrizione... mentre vedo i cumolonembi allargarsi... come emottisi... " e si finisce per sorridere ogni tanto e meno male. Una autofiction, genere inflazionato, che ha il pregio di trattare tematiche importanti e dolorose ma che ogni tanto esagera, enfatizza, cerca di impressionare con qualche momento fin troppo a effetto. Il racconto dei modi di uccidere gli animali da parte dei nonni in campagna che rasenta il sadismo e la lite al ristorante in famiglia decisamente sopra le righe sono alcuni esempi di un opera coraggiosa e "furba" al tempo stesso. Lo sbilico è uno dei libri del momento e potrebbe vincere lo Strega: tante recensioni entusiastiche, io non lo sono altrettanto. tre stelle e mezzo.
Profile Image for Violet Baudelaire.
90 reviews14 followers
August 6, 2025
Non tutto quello che fa male è letteratura.

“Lo Sbilico” si presenta come un memoir sul disagio psichico ma fatica a trovare una dimensione realmente letteraria.
Il testo si muove dentro un dolore che rimane autoreferenziale e non si trasfigura in linguaggio o visione.

Fin dalla Parte Prima - La Proboscide dell’Ansia - il mio cervello visualizza, legge e sovraimpone “4.48 Psychosis” di Sarah Kane, che pur partendo dall’Abisso riesce a sublimare la materia autobiografica in una Forma Teatro radicale e stilisticamente devastante.

Pierantozzi sorveglia linguaggio e parole che però sono profondamente derivative.
Seppur citato nei ringraziamenti finali, David Foster Wallace getta ombre così lunghe che nemmeno i Moai dell’Isola di Pasqua.

“Lo Sbilico”, per me, non è “Obliquo”.

‘ UN ORRORE COSÌ PROFONDO PUÒ ESSERE FRENATO SOLO DA UN RITO ‘
~Sarah Kane, “ Febbre”.
Profile Image for Lettricefelice.
13 reviews2 followers
June 18, 2026
Un libro che si legge d'un fiato. Una straordinaria capacità espressiva riesce a portare nelle stanze più recondite della psiche. È un racconto lucido che apre la vista allo stupore e all'inedito. Non c'è un solo passaggio banale, prevedibile o già letto altrove. È uno straordinario regalo che ci fa l'autore, che indubbiamente ha fatto un lavoro di tale profondità e che credo, abbia comportato un lavoro di scavo non indifferente.
Profile Image for Chichirivoluzionaria.
98 reviews4 followers
October 8, 2025
Un libro che è un grido di dolore.
Una bellissima scrittura capace di trasportati nell' origine profonda di questo malessere che lo ha accompagnato per tutta la vita.
Profile Image for Maria Luisa.
394 reviews7 followers
April 16, 2026
Ogni pagina di questo libro parla della cruda e difficile realtà di chi deve affrontare il disagio psichico, sia in prima persona sia in famiglia. Pierantozzi ci fa immergere nelle sue allucinazioni, nelle sue psicosi, paure e limitazioni con grande coraggio e precisione: ci racconta che ha 40 anni e dorme ancora con sua madre, àncora e ostacolo nello stesso tempo nella sua vita, che ingoia sette pastiglie al giorno per sopravvivere, che è uno scrittore e che da parecchi anni è in cura per la sua malattia che non lo abbandona, anzi.
"...Tanto che il mio cervello, ancora oggi, lo si può valicare benissimo, perché non chiude bene: è una vecchia imposta sgangherata che lascia passare mille spifferi e filamenti di luce. ..."

La sua infanzia non è stata delle più serene, nonostante la presenza dei nonni, per l'ombra oscura del fratellino maggiore scomparso neonato per inspiegabili motivi, la cui morte ha causato profonda prostrazione nella madre, il fantasma del quale aleggia ancora nella mente confusa di Alcide.
Studente poco brillante per cause non riconosciute dagli insegnanti, trova nella scrittura e soprattutto nella ricerca delle parole lo sfogo della sua mente e lo scopo delle sue giornate . Con uno stile personalissimo l'autore in quasi tutte le frasi riesce ad inserire parole estremamente particolari: un odore verzicante a scardassarmi, fondachi palatini, vermicello esulcerante, mastreggiare col telefonino....

"...Tiro fuori quattro o cinque dei miei lessicari e leggo a caso «crocifisso affumicato» (da Tartaglia), oppure «fluidofiume» (da Joyce), oppure «diavoleto» (da Cornia). Le parole piú belle, piú strane, riescono a inibire le allucinazioni, diventano immagini che rendono il mondo fantasticato. Impediscono alle allucinazioni di uscire dal covo in cui si nascondono.
Lo so io, dove si nascondono.
Nella maggior parte dei casi sono localizzate nei punti del mio corpo che forse corrispondono alle smagliature del tessuto cerebrale. ..."

Libro anche di denuncia sociale e in parte politica, è speciale perché parla di dolore, di grandi tormenti senza mai scivolare nel pietismo o nel chiedere comprensione: è lo specchio delle giornate vissute da una persona affetta da malattie mentali e dai propri familiari, da chi lo accudisce, da chi gli resta a fianco ma anche da chi nega la realtà.

"...Quando qualcosa sparisce, il mio cervello va in tilt. Quando ho mal di gola, il mio cervello non prevede la guarigione, non vede oltre lo stato presente. Se una giornata finisce, non riesco a capire che ne comincerà un’altra. Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose.
È come se mi aggirassi confusamente all’interno della mia testa, con una torcia accesa, per ritrovare il dettaglio concreto – il margine di un foglio, un mozzicone di matita – in mezzo all’impalpabilità dei ricordi. Cerco l’immagine materiale in tutti i passati che conosco, quello prossimo, quello remoto, la cerco al tatto per ritrovarla e quando non la trovo i cani incominciano a squittire, l’acqua va in combustione, tavoli e sedie si disarticolano e una voce mi dice: risolvi questa cosa o non potrai piú andare avanti. ..."

Un libro che scava e che rimane attaccato al lettore.
Molto interessanti le note finali scritte dall'autore con molta schiettezza e sincerità, dove fa riferimento anche alle sue letture ispiratrici di David Foster Wallace, in particolare di Infinite Jest. Wallace ci mancherà sempre, ogni giorno.
Profile Image for Francesco.
217 reviews31 followers
April 27, 2026
Lo confesso: ho iniziato a leggere questo libro con l'idea di abbandonarlo qualora si fosse presentato come una qualsiasi baracconata autobiografica in nome di una fantomatica resilienza - dio mio, quanto odio questa parola abusata - o di una celebrazione della propria storia in quanto tale.

Penso che, in generale, l'editoria italiana (e internazionale) si sia fatta sfuggire la mano sulla promozione di tanti autori e autrici - o tali si credono - che propongono la loro storia facendola passare come alta letteratura. Basta con queste autobiografie di m***a scritte con ChatGPT. Scusate eh, ma anche basta.

Detto questo - scusate, mi dovevo sfogare - premetto che mi sono accorto sin da subito che Alcide Pierantozzi non è un autore di questo tipo: le prime pagine di quest'opera ne sono un assaggio magistrale. Questo libro ti fa stare male, ti fa sudare acido, ti fa capire e comprendere anche cose a cui non avresti mai pensato - io personalmente, mi sono ritrovato in questa condizione.

Ebbene se in tante occasioni l'idea di buttar su la propria storia e darla in pasto al pubblico l'avrei sinceramente e immediatamente buttata nel cesso, questa di Pierantozzi la salvo, perché ha il potenziale vero per dirsi letteratura - ha uno stile e una "voce" che si differenziano dal resto che viene pubblicato oggi - ma anche per essere sì un racconto di sé, del proprio vissuto, che vuole far riflettere, senza necessariamente imporsi come racconto pietistico, o edificante.

E poi, non so: quel quid in più che mi ha conquistato è stato quel vedere (quasi) allucinazioni immaginifiche ad occhi aperti di Alcide, in contesti e situazioni più disparate. Sono cose che ho provato - e provo - ancora io. Mi devo preoccupare? Non so, ma so che quest'opera mi ha anche fatto sentire un po' più compreso, senza la necessità impellente di sentirmi tale da tutti.
Profile Image for Daniela ♥.
158 reviews6 followers
November 10, 2025
non mi è piaciuto affatto, anche se mi trovo nel mio elemento.
non saprei dire cosa non mi ha convinto, forse il fatto che più di metà libro gira intorno alle disfunzioni sessuali e alle descrizioni dettagliate del suo pene, o forse perché colpevolizza tutti quelli che attorno a lui come se l’unico martire fosse solo lui stesso, e non tutta la famiglia che ha accanto, oppure perché è scritto come un diario che ti dà il da fare lo psicanalista per analizzare le cose accadono e per renderti più auto consapevole di te stesso.
non so, non ha una trama, non ha un senso, è come se fosse stato scritto solo per lui stesso e per il suo terapista, ma visto che io non sono la sua terapista ho trovato poco interessante la lettura del libro, e ribadisco, questi argomenti sono il mio pane quotidiano, li vivo io stessa, mi aspettavo di giocare in casa con questa lettura, e invece mi sono trovata nel caos più totale che inizia senza un inizio e finisce senza una fine.

per me è no.
Profile Image for Andrea Cornaggia.
Author 1 book6 followers
February 20, 2026
Un pezzo confortante di letteratura in questa desolante metà degli anni Venti. Da ingurgitare tra una pasticca e l'altra.
Profile Image for Raffa.
24 reviews4 followers
August 1, 2026
Leggere Lo sbilico significa entrare nella mente di Pierantozzi e attraversarne la sofferenza, le cadute e i momenti di risalita. Più che limitarsi a raccontare lo sbilico, il romanzo lo fa sperimentare al lettore. Una scrittura lontana da quella che leggo di solito, ma capace di coinvolgermi fino in fondo
Profile Image for Giuseppe Di Caro.
148 reviews4 followers
December 3, 2025
Se cercate una storia che scavi nella fragilità umana e la racconti con onestà, questo è il romanzo che fa per voi.

Ci sono autori che lavorano sui verbi, altri sui dialoghi, qualcuno sulle atmosfere. Pierantozzi è un maestro delle parole: ogni frase può diventare un pugno silenzioso o una calma carezza. Lo sbilico è un romanzo in prima persona in cui l’autore e il narratore coincidono. L’esperienza è quella della psicosi dello scrittore, e parlare di psicosi, prima di tutto, non è mai facile. Non lo è per la società, scomodamente chiamata in causa quando si tratta di riconoscere che fra le minoranze ci sono anche loro, quelli che una volta avremmo chiamato “matti” o “scemi del villaggio”, incuranti del carico e della ferocia di certe etichette. Non lo è per chi vive accanto a queste persone, supportandole e non di rado sopportandole, perché può essere davvero drammatico e quindi incomprensibile a occhi esterni. E non lo è per il malato, ed è tutto qui il merito di Pierantozzi. La sua lucidità nel raccontare la propria esperienza è infatti mirabolante, esemplare.

Pierantozzi scrive un libro di letteratura, non un diario, non un memoriale, sebbene la narrazione sia memorialistica. È un libro che fa paura, tanto forte è la capacità dello scrittore di far trasparire il proprio dolore dagli eventi, dai racconti dei fatti. Sta a chi legge mettere insieme il puzzle di questo febbrile diario clinico: un flusso di coscienza perfettamente organizzato che si legge tutto d’un fiato.
Profile Image for Mary.
137 reviews10 followers
February 21, 2026
Il primo capitolo l'ho trovato geniale, mi ha fatto molto riflettere su come il nostro lavoro impatta sugli altri. Dalla parte del professionista sanitario la scrittura di un referto è un atto molto tecnico, dove la scelta delle parole cerca di fornire una descrizione precisa di una persona, di un comportamento, di un sintomo, con il lessico che abbiamo imparato, poco ci soffermiamo a chiederci come ognuna di quelle parole verrà letta e il significato che gli verrà attribuito dal paziente che cerca di descrivere. Spero di portarmi dietro questa riflessione in ogni nuova parola che scriverò.
Per il resto arriva molto la pesantezza del vissuto dell'autore.
Profile Image for Giacomo.
387 reviews26 followers
July 7, 2026
La prima cosa da dire è che invidio moltissimo all'autore la ricchezza di vocabolario. Si vede che era appassionato da bambino dei sinonimi e contrari e che è un grandissimo lettore, ma proprio grande grande e un amante delle parole. Cosa non scontata oggi.
La seconda cosa è che sono arrivato a questa lettura corazzato da un percorso con diversi libri "tosti" (marino, Lattanzi, Triste Tigre etc) quindi mi ha "shockato" meno. Questo vuol dire che mi è piaciuto meno? No. Ma probabilmente non ha avuto quel grip che le altre autrici sopra han avuto.
La terza cosa è che vorrei moltissimo che Pierantozzi si cimentasse con un thriller alla american psyho.
Leggetelo comunque. È un libro importante
Displaying 1 - 30 of 421 reviews