Mi ha attratto come un magnete silenzioso.
Sentivo un’urgenza sottile: entrare nella mente di Eriko, ascoltare il flusso dei suoi pensieri, capire l’origine della sua ossessione, il perché di quel vuoto che sembrava divorare ogni cosa.
Eriko non si osserva soltanto: si attraversa, come una stanza buia in cui si ha paura di restare troppo a lungo.
Dall’altra parte c’è Shoko. Con lei ho avvertito subito una connessione istintiva. Il suo blog era una boccata d’aria: leggero, libero, privo di pressioni e di colpa. Con Shoko potevo abbassare le difese, lasciarmi andare senza il peso del giudizio, come se le sue parole concedessero il permesso di respirare.
Il finale è stato inaspettato, e lo ammetto: mi ha sorpreso profondamente. Soprattutto perché ci si chiede, quasi in modo automatico, se la vita di Shoko sia stata davvero rovinata da Eriko.
Eppure, leggendo con attenzione, emerge una verità più scomoda. Tutte le scelte di Shoko, quelle che l’hanno condotta a diventare una persona terribile, non hanno nulla a che vedere con Eriko. Perché, in fondo, Shoko ed Eriko si somigliano più di quanto si voglia ammettere: due specchi che si riflettono, due solitudini che si confondono, due colpe che non possono essere attribuite a nessun altro.