La bambina che oggi cerca esseri magici e gatti randagi non è così diversa dalla ragazza che seguirà artisti di strada per le vie di piccoli paesi e viaggerà verso nord in cerca di verità e protezione. Attraverso una geografia sentimentale che va dagli Appennini alla Finlandia, dai segreti dell’infanzia all’amore per individui bizzarri e tragici, la protagonista viaggia attraverso gli “altri” di questo romanzo recuperando il nucleo durevole e salvo che si nasconde dentro la fragilità umana.
«All’improvviso tu rallentasti e iniziarono a scendere le lucciole: una folla intermittente e luminosa che nessuno aveva intenzione di chiudere a partorire spiccioli sotto un bicchiere. Così tante e grandi e bianche non credo di averne mai più viste. Ci esplodevano addosso come stelle.»
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“Vedo me stessa bambina protetta in una sfera di chiarezza al mio interno, e sento la sorpresa inquisitiva, la ricerca di una comprensione, le cose violentemente vive stupirsi della loro crudeltà, della bellezza. S'inizia da uno spazio abitato e lentamente siamo invasi dalle architetture della luce, dalla varietà dei desideri, ma il tempo, per quanto possiamo illuderci del suo avanzare a precipizio, è in realtà circolare e torna, marcando la sua stessa traiettoria, convergendo al centro, come se il futuro fosse solo il bagliore diffuso di un eterno presente”.
Francesca Matteoni ha praticato la poesia: si impegna veramente, è autentica nel raccontare il dolore intimo, va a due a due come le nuvole e i sogni e attraversa le nostre stagioni. La cosa a cui mira in questo testo è lo stare da pari a pari con gli altri e con l'esistenza, lo stare aperti: prende il lettore alla gola, quindi emoziona, senza nascondersi, e raggiunge la meta prefissa. Lei scrive di sé, scrive di Daniele, di Matteo, di Tiziano, di Madre, e insieme scrive di un alce che porta la guarigione, di un tormento inesistente che perseguita la ragazza, di uomini che distruggono sé stessi, con una passione nera, di storie di magia e infanzia, di animalità e destini. È brava Matteoni, vive la vita sottraendosi, ineducata, irraggiungibile. Sa tenere in sé, nel suo narrare, tutti gli altri: le morti, le cancellature, le dipendenze, il sentire e il disperare, il rispondere a ciò in cui si crede. Parole che a volte lasciano solo le ossa, fragili e sabbiose, mentre i sentimenti inascoltati fanno invecchiare i personaggi, ma mai diventano adulti. Si rompe il gioco del romanzo, e forse proprio così ti cattura, con la sua privatezza, la sua avversità, mostrando le falle del suo nucleo, che non vuole essere seppellito. È stato scritto che si tratta di un'autobiografia atipica, fondata sulla conoscenza del pensiero mitico e dei suoi archetipi: mi sono sembrate coraggiose e commoventi le pagine sulla sofferenza che scende nell'abisso, nel desiderio indelebile e a volte realizzato di porre fine al vivere. Ti sei fatto fiume taciturno, così scrive Matteoni, in materia di disgrazia. L'autrice ha memoria profonda per le fiabe; ogni tratto del libro è una scomparsa. Quindi i personaggi devono fare ritorno, come corpi feriti e accuditi, come se mai si fossero persi; si toccano dentro per quello che sono, dove c'è la matrice che ha dato loro forma. Sopravvivenza e assenza sono strutture esistenziali che contaminano lo scorrere dell'intreccio: la morte come i sogni è una teoria della luce. Guarire è perdere, specie per un lettore, perdere tutti gli altri possibili che passano più veloci del tempo necessario a comprenderne la natura e a riconoscerla nostra; confondersi senza limiti. Le poetesse, figlie della pioggia, strane creature, innocenti, ogni volta che parlano; chissà dove sono, sanno mille giochi e modi di vivere e un fiore non basta mai.
“Cos'era per te l'amore? Essere dentro le cose, restare integro. Restare integri e all'unisono: uno scavare a fondo della sete, per riportare il grezzo del cuore in superficie, trovare risarcimento e casa nell'altro. Spesso condividevamo una stralunata alienazione, quell'insofferenza verso chiunque tipica dell'essere giovani: tu dicevi che io ero di vetro; io mancavo di cogliere quanto tu fossi andato più lontano”.
"Era un dolore piccolo, normale; non c'era niente che io potessi seppellire." È con questa frase che si chiude il secondo capitoletto di Tutti gli altri, prima fatica in prosa - "Romanzi" è il titolo della Collana, diretta da Vanni Santoni, dell'editore Tunuè di cui questo libro è il n. 4 - di Francesca Matteoni, giovane scrittrice pistoiese. Ci sorprende il dolore, in queste pagine della Matteoni, sopra ogni altra cosa. Un dolore espresso attraverso una prosa cadenzata, dal passo incontestabilmente poetico (fossero solo le allitterazioni nelle frasi giustapposte di ogni pagina, a dimostrarlo, ma non sono solo loro la prova del nove di questa straordinaria operazione letteraria). Si parte dall'infanzia, come ogni buona prima biografia che si rispetti, e i capitoli si snodano fra nomi di personaggi delle favole, nomi di amici-bambini, nomi di animali, nomi. La necessità di "nominare" è un'altra delle sorprese di questa storia, come se solo indicando qualcosa con l'appellativo giusto e proprio questa acquisti diritto di Esistenza, diritto di verità provata, vissuta - e quindi degna di essere raccontata. In questo modo, l'autrice cerca l'Orientamento, dal titolo del terzo capitoletto, segue la sua bussola interiore là dove l'ha già portata in passato, dove la porta ancora e dove la riporterà immancabilmente, anche se il futuro non esiste e siamo immersi in un eterno presente che è insieme passato e qui e ora. Si ha paura, a buttarsi in acqua subito, come a svelarsi totalmente, ma un'autobiografia è taumaturgica per definizione, e allora l'autrice si lascia andare a tutte le suggestioni che le arrivano dalla memoria, che non sono cambiate di una virgola nel corso del tempo, solo si sono fatte più nette e leggibili, decodificabili e dunque trasmissibili a un Lettore Possibile. Così, in queste pagine, si riesce appunto perfino ad abbandonarsi al dolore, cosa quasi impossibile quando lo si sta attraversando, e al ricordo di esso ancora vivo e vegeto. E s'impara da quello di Pinocchio, di Simone, di Nembo Kid padre, e si viaggiano i luoghi noti con occhi nuovi, pronti alla scoperta dietro ogni punto fermo che fermo non è.
È un libro che ho trovato molto interessante. Può essere visto come una raccolta di frammenti di un diario in cui l'io narrante (ma direi l'autrice) non risparmia di rivelare particolari, anche molto intimi, che hanno segnato la sua esistenza. Al di là delle storie e dei personaggi descritti (tutti gli altri) la vera bellezza risiede a mio avviso nel linguaggio particolare, usato dall'autrice, che sa essere nello stesso tempo erudito, poetico e popolare. Solo una poetessa poteva trasferire e rendere universali alcuni attimi di leggerezza o pesantezza vissuti. I temi cari all'autrice sono: il mondo dell'infanzia da cui non ci si riesce mai a distaccare, la fiaba non edulcorata, il folklore, la magia, la percezione dell'invisibile. La natura e soprattutto gli animali occupano un rilievo particolare, sono al pari degli esseri umani e anzi rappresentano archetipi di saggezza a cui tornare, quel Sé selvaggio che spesso soffochiamo dentro di noi.