Colpisce subito per ambientazione: Santa Croce sull'Arno con le sue concerie, non è solo lo sfondo. Per me, che conosco bene questo territorio toscano, la sensazione iniziale è stata quella di trovarmi davanti a una storia che poteva restituire dignità e verità a un mondo raramente raccontato; e poteva esser un modo per dire tutto.
Michelangelo Cavalcanti è il filo conduttore di una saga familiare corrosa dal fallimento economico e affettivo: il padre che non si arrende alla rovina, la madre svanita in un giorno d'estate, il fratello muto e irraggiungibile.
Michelangelo porta sulle spalle la storia di tre generazioni di conciaioli, con il peso di un'eredità che non è più ricchezza ma maceria. La sua ostinazione, ovvero quella di salvare ciò che resta, soprattutto il fratello, è al tempo stesso commovente e disperata.
Lo stile di Cavallini è ossessivo, quasi febbrile. Cerca la precisione assoluta, a volte raggiungendo vette di lirismo che emozionano, altre volte cadendo in un autocompiacimento che rischia di appesantire. Non mancano termini tecnici legati al processo di concia, che rendono autentico il racconto ma al contempo possono risultare ostici a chi non conosce da vicino questo mondo. lo sì, io e l'autore (che non conosco) siamo quasi coetanei e nati nello stesso luogo. Leggo: laureato in chimica e poi orientato alla correzione di bozze passando dalla scuola
Holden e ad oggi ci sforna questo bel libro Einaudi.
Cos'è che mi fa incazzare? Dovete sapere che il distretto conciario, soprattutto dagli anni '90 in poi, ha visto arrivare intere comunità di lavoratori stranieri, in particolare africani, spesso costretti a turni massacranti, a mansioni tra le più dure e malpagate, in condizioni che rasentavano lo sfruttamento. Lasciando italiani senza lavoro e tasche piene ai proprietari. Poi ovviamente l'inquinamento delle acqua, dell'aria, di come molte concerie fanno uscire vapori dai tombini. Non si respira, o meglio: ci tocca respirare. Cavallini sceglie di ignorare la componente migratoria che ha sorretto (e ancora sorregge) buona parte del sistema. Questa realtà, che fa parte integrante della storia sociale ed economica del territorio, nel romanzo resta quasi invisibile. È una scelta narrativa legittima, certo, ma che rischia di offrire un ritratto parziale, sbilanciato verso un'unica prospettiva e meno incisivo di quanto avrebbe potuto essere.
Tornando anche al mio pensiero sulla storia: molti passaggi risultano ridondanti, come se il desiderio fosse quello di scioccare più che di raccontare. La storia familiare, che avrebbe potuto essere una parabola universale sul peso delle eredità e sulla difficoltà di salvarsi dal proprio passato, resta intrappolata nella cupezza senza sbocchi. Non c'è mai un vero respiro, né un contrappunto che equilibri tanta durezza: alla lunga questo logora, lasciando la sensazione che il romanzo rimanga fermo su se stesso, incapace di evolversi.
Per me Cuoio è stato quindi più una lettura faticosa che appagante. Sicuramente Cavallini ha talento e conosce la materia, ma il suo esordio appare acerbo, eccessivamente compiaciuto e a tratti respingente. È un libro che scuote, sì, ma non sempre nel modo giusto: ci si ritrova a chiuderlo con più stanchezza che riflessione, e con la sensazione che l'autore abbia preferito impressionare il lettore piuttosto che raccontargli davvero una storia.