Эльфрида Елинек любит бередить раны и во всеуслышание заявлять о вещах, о которых многие предпочли бы забыть. Вот и в "Бембиленде" она говорит о человеческой жестокости, о насилии, о беспринципности политиков и преступных действиях медиа-структур, - говорит необыкновенно поэтично и остроумно. А эротико-политические метафоры Елинек, как всегда, неповторимы.
Elfriede Jelinek is an Austrian playwright and novelist, best known for her novel, The Piano Teacher.
She was awarded the Nobel Prize in Literature in 2004 for her "musical flow of voices and counter-voices in novels and plays that, with extraordinary linguistic zeal, reveal the absurdity of society's clichés and their subjugating power."
De verdad intenté terminarlo. Me interesaba mucho su mensaje antibélico, pero cada página se hizo más insufrible que la anterior. Es un libro que exige mucha paciencia y yo no la tengo.
"Povero potere. Rende i poveri più poveri e i ricchi più ricchi. È la sua particolarità, tra le molte altre stranezze. Tutto ritorna sempre, specie le guerre. Ma il fatto che ritornino sempre rappresenta appunto il massimo avvicinamento di questo mondo del divenire a quello dell’essere. Tutto È, perché tutto è distrutto. Perché l’abbiamo detto noi e basta. Basta. Basta. Basta. Noi stiamo sulla vetta della contemplazione, ci guardiamo attorno, vediamo che ciò che è apparenza, appena è finalmente diventato nulla, e distogliamo lo sguardo e guardiamo dentro di noi e fuori da noi. Non sappiamo niente, non conosciamo niente, ci sbagliamo, ricominciamo da capo, ci inganniamo, inganniamo gli altri, siamo delusi per non aver ancora vinto. Ma presto avremo vinto. Presto ci compreremo un altro biglietto della lotteria, presto ci sbarazzeremo di noi, qualcuno ci aiuterà pure, non sono io, non ancora, ma presto, presto. Basta. Basta. Basta."
L'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti, Dick Cheney, Bush nostro Signore, gli interessi petroliferi e l'Halliburton, i missili col "margine minimo" di errore, padri iracheni che sventolano ai soldati le foto dei figli uccisi dagli esportatori di democrazia. Un'apnea di una settantina di pagine sulla guerra in Iraq ma anche su tutte le guerre, sulla macchina della propaganda e sulla sempiterna falsificazione di crimini di guerra da parte dei vincitori.
Prime righe: questo non è il mio genere, penso, questa densa poesia in prosa dal linguaggio immaginifico il cui traduttore ha palesemente sudato sette camicie (e ogni tanto lo dice sotto forma di N.d.T.) per renderlo in italiano. Poi mi prende e non mi molla più, come è giusto che sia per un poema epico, una moderna Iliade. Fortunatamente sono soltanto 72 pagine, altrimenti l'apnea mi avrebbe ucciso.