4,5⭐️
Come cicatrici su una tela non è una storia qualunque, non è solo parole e inchiostro su delle pagine.
È Storia vera, quella che fa da sfondo alla vita della protagonista e di tutte le persone che le ruotano intorno. E non è uno sfondo sfocato. Perché Laura Caroniti ci racconta cosa significava vivere nel Guatemala degli anni Cinquanta per una donna. Ci racconta della guerra, della società patriarcale, dei soprusi ai danni delle donne e della povera gente innocente.
E poi è cicatrici, è dolore, è una speranza che sembra spegnersi lentamente, ma che non muore mai del tutto. Perché, anche se molto debole e nascosta, quella fiammella riesce a resistere fino alla fine.
È arte, sofferente, brutale, ma autentica. Arte che diventa un rifugio, un luogo in cui poter esistere, per non perdersi, ma anche e soprattutto una testimonianza, un mezzo per permettere al mondo di aprire gli occhi e vedere davvero.
È verità nuda e cruda, senza edulcorazioni, senza orpelli.
È repressione, violenza, crudeltà.
E poi è anche coraggio, rinascita, conquista, libertà.
Come cicatrici su una tela è la storia di Vitalba Suaréz, una bambina nata da un’unione un po’ fuori dagli schemi, una figlia che non ha mai avuto l’amore della madre, una ragazza che è stata venduta dalla stessa donna che l’aveva messa al mondo, perché sempre considerata un mezzo per ottenere qualcosa e non una parte di sé a cui dare affetto e attenzioni.
Poi, una donna ferita, brutalizzata, annientata da tutta la violenza, psicologica e fisica, subita.
Vitalba, in un modo o nell’altro, è sempre stata prigioniera. Di sua madre, di suo marito, di altri personaggi.
Tutti – o quasi – si sono sempre imposti su di lei in maniera violenta.
Tutti, tranne una persona.
Fernando.
Forse non è facile per tutti digerire il fatto che fosse tanto più grande di lei, che i loro destini si siano incrociati quando lei era ancora minorenne e lui già un adulto, che un tempo era stato legato a sua madre.
Eppure, lui è l’unico uomo – a parte Ángel – che non le ha mai fatto del male e che ha cercato di salvarla da quella vita che non era vita. Che l’ha amata davvero e che ha cercato di agire per il suo bene e non solo per i propri interessi egoistici. Non è mai stato violento e, anche se a un certo punto si è arreso in un certo senso, ha sempre fatto il possibile per tenerla in vita attraverso la sua arte e, quando lei è tornata, era lì ad accoglierla a braccia aperte e a darle quell’amore che è sempre rimasto vivo nel suo cuore.
Non posso non parlare di Mita e Ángel, che sono stati un faro nel buio per Vitalba, durante parte della sua vita. Mita è stata la madre che Miranda non è mai stata in grado di essere per lei. E ogni volta che vedevo Miranda ignorare o maltrattare sua figlia, ero felice sapendo che Mita avrebbe lenito quelle ferite, forse invisibili ma profonde, con il suo affetto. E Ángel è stato un amico, una presenza costante e uno degli episodi che mi ha più straziata ha come protagonista proprio lui, purtroppo. Quella parte ha fatto tanto male, perché lui è uno di quei personaggi che avrebbe meritato qualcosa di ben diverso da ciò che ha avuto.
La scrittura di Laura è vivida, nella sua brutalità – che rappresenta alla perfezione il periodo storico, la società, il sistema e tutto ciò che accade in quell’epoca – e arriva al cuore perché è capace di trascinare all’interno della storia e sembra di essere presenti di persona ad assistere a ciò che accade.
Il finale, a mio gusto personale, è stato forse un po’ corto. Dopo tutto il dolore che ha segnato l’intera storia, mi sarebbe piaciuto poter godere di qualche momento felice in più, assaporare la conquista di Vitalba, gioire con lei per le persone ritrovate e l’amore che finalmente poteva vivere libera dalle catene del suo passato e, infine, leggere di quelle persone che doveva ancora ritrovare.
In ogni caso, mi è piaciuto molto ed è un libro che vi consiglio davvero con il cuore, perché tocca, scuote e mi ha fatta commuovere in più di un’occasione. Come avevo accennato precedentemente, ero stata già colpita da titolo, trama e copertina, che mi hanno spinta a scegliere questo titolo tra i tanti della CE e sono proprio contenta di questa scelta, perché è stata una bellissima scoperta.