Questo scintillante gioiello della letteratura ceca del 900, commovente e divertente insieme, è stato scritto da Ota Pavel nel suo periodo più critico, quando conosce la depressione e viene spesso internato (morirà in ospedale psichiatrico), e tuttavia riesce a donarci, in questo collage di racconti, “il libro più antidepressivo del mondo”.
Le storie della famiglia Popper, lui ebreo e lei cattolica, si collocano in uno dei periodi peggiori della nostra storia recente. Una storia distruttiva e meticolosamente devastante, sulla quale tuttavia Pavel sceglie di traslitterare con significative ellissi. Perché la vita è sempre vincente, nonostante tutto, la vita è sempre celebrata; attraverso le qualità umane, la resistenza e la resilienza, il carattere; attraverso la natura: la voce costante del fiume e quella degli animali, spesso necessarie vittime sacrificali, eppure straordinariamente amati. (Basti, come esempio, il racconto della consegna ai nazisti del cane e del gatto della famiglia Pavel, ai quali il protagonista, pietoso, cede la sua merenda: cane semita, gatto semita, simboli dell’assurdo).
Lo sguardo del narratore è quello del figlio minore, lo stesso Ota, che ripercorre le imprese del padre Leo con gli occhi stupefatti dell’infanzia e con una voce che riesce a essere innocente e scaltra allo stesso tempo. La capacità di misurare la distanza dagli eventi con l’arma dell’ironia è frutto di maturità e di esperienza, quella di astenersi dal giudizio, raccontando i fatti più strampalati con innocente semplicità è quella del bambino che Ota era e continua a essere.
La Storia -terribile- è sullo sfondo. Tutta la famiglia Popper viene deportata, tranne Ota e sua madre; da quei campi il padre e i fratelli torneranno, ricominceranno a vivere. È questa vita, quotidiana e minuta, l’oggetto della narrazione. È la descrizione delle imprese del padre, speciale, eccessivo, traboccante, venditore e pescatore per vocazione, sempre pronto a imbarcarsi in nuove pericolose imprese commerciali, come il rivoluzionario acchiappamosche:
“Il papà si lanciò nella vendita. Eravamo in primavera, nei parchi di Praga fiorivano i tulipani, in campagna i lillà e le mosche ancora non volavano a nugoli. Il papà vendeva come se non dovessero volare mai più. Era formidabile. Persuasivo. Una volta mi portò con lui. Socchiudeva i suoi begli occhi marroni, sorrideva, faceva un gesto con la mano, dissipava i dubbi, e chi lo ascoltava non capiva neanche più quello che papà stava dicendo e che cosa offriva, sapeva solo una cosa, che il prodotto era meraviglioso, che non poteva farne a meno.”
Ma ogni sua attività si muove dentro la luminosa ombra della moglie, la madre di Ota, donna solida che rimane al suo fianco nella buona e nella cattiva sorte, come la meravigliosa ironia di questo episodio dimostra:
“La mamma era una bellezza e di lei Lustig era un pochettino innamorato. Una volta era venuto a invitarla un bel signore alto e biondo e papà aveva fatto cenno che sì, la mamma poteva andare in pista con lui.
E quel signore aveva cominciato a farle la corte e a metà del ballo le aveva detto:«Lei è così bella» e non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.
La mamma aveva sorriso, a quale donna non avrebbe fatto piacere.
E poi quel bel signore aveva aggiunto: «Ma sarei curioso di sapere cos’ha in comune con quell’ebreo».
«Tre figli» aveva detto la mamma, aveva finito il ballo ed era tornata a sedersi accanto al papà.”
Ultima illusione: il comunismo, la speranza che disuguaglianza e discriminazione razziale abbiano fine, perché Leo Popper continua a sentirsi sognatore di sogni veri che con la buona volontà, la tenacia, la fede saranno in grado di fabbricare una realtà umana felice.
“Stavamo sempre peggio ma l’importante per papà era che esistevano l’amicizia, la fratellanza e soprattutto l’uguaglianza tra le razze. Questo valeva tutto l’oro del mondo.”
Purtroppo sappiamo che anche questo sogno era destinato a infrangersi contro il muro della peggiore realtà, quella dell’umana ebbrezza di potere.