Ho avuto la possibilità di conoscere l'autore Fulvio Luna Romero e presentarlo nell'ambito della manifestazione "La Pieve che legge" grazie al Comune di Pieve di Soligo, la Biblioteca (le bibliotecarie fantastiche) e il mio amico Libraio Flavio della libreria La Pieve ( piccolo OT vi prego andate a comprargli i libri, che gliene sono arrivati una caterva di nuovi sennò non si muove più).
Quando un paio di mesi fa Flavio mi propose la cosa mi disse: "Guarda che è un genere particolare, non è proprio quello che leggi tu..." gli ho risposto che le sfide mi piacciono, alzare l'asticella mi stimola... salvo poi bestemmiare in turco quando ci sono in mezzo e la mia insicurezza prende il sopravvento e ho paura di far brutta figura.
Dire che questo romanzo è un page turner è un eufemismo, io non leggo molti gialli, thriller, noir, quindi magari non ci sono abituata, ma la storia per me è stata una sorpresa dietro l'altra...
Per questo poi è nata tutta la mia insicurezza, come avrei impostato una presentazione con l'autore in cui dovevo incuriosire i lettori ma non svelare nulla della trama?Perché il bello è scoprire pagina dopo pagina chi è Andrea Rasic e chi sono gli Storti che costituiscono la famosa ghenga.
E qui sono entrate in gioco le mie amiche, grazie a loro ho cambiato prospettiva, mi sono allontanata un attimo dalla storia e ho gettato le basi della scaletta che ho poi liberamente seguito nel dialogo con l'autore.
Oggi mi sento libera di mettere via questa storia, perché il libro io l'ho finito oltre un mese fa, ma non sono riuscita a leggere nient'altro per non scostarmi dagli storti e da tutto il libro.
In effetti non l'ho chiesto all'autore ma credo non sia stato facile lasciare andare questi personaggi una volta scritta l'ultima pagina.
Andrea Rasic ha gli occhi di 2 colori diversi e cerca in tutti i modi di non dare nell'occhio, fa 3 lavori, non crea abitudini, nota i dettagli, paga in contanti, ama nuotare e leggere.
Vive a Gorizia, una città sulla soglia, come lui, è e non è, un po' di qua e un po' di là, finché un giorno una paio di tizi lo aspettano a casa e lui li fa fuori con freddezza prima che loro lo secchino. Solo che in macchina con lui in quel momento c'è la sua ragazza, molto più giovane di lui, che non immagina minimamente di stare con uno che fa fuori un paio di persone senza battere ciglio.
Inizia una fuga rocambolesca, dove tutto viene calcolato per non lasciare traccia e inizia il nostro viaggio alla scoperta di chi sia veramente Husky, il protagonista, ribattezzato così dai suoi compagni di scuola. Un ragazzo cresciuto dal nonno, che ha imparato a tirare di boxe e a leggere, che mal sopportava i bulletti ed ha cominciato a fare il giustiziere, a lui sono poi uniti Weekend, Lele e Milady.
Da giustizieri a criminali in erba il passo è stato cortissimo ed elettrizzante.
Chissà se anche voi li avete visti, quei ragazzini ai margini della piazza, a fumare sigarette e guardarsi intorno, mentre il loro territorio aveva troppo da fare, troppo da guadagnare, troppo da bruciare, consumare e accumulare, rubare, devastare.
Si può mettere il mondo in un giallo? in un romanzo criminale? Si può. Si può costruire una storia, che con molta umiltà ma con accuratezza, una certa dose di poesia (la poesia chirurgica, quella che da il nome alle cose) crudezza, sincerità, va a comporre il ritratto di un periodo della nostra terra, la marca gioiosa et amorosa, quella parte di ricco nord est definita sempre dagli altri e mai da noi stessi, che non sappiamo venderci perché siamo troppo impegnati a fare altro, lavorare, far schei in qualsiasi maniera possibile, lecita o illecita.
Brutale, spregiudicato, ma con qualcosa sotto che per quanto si cerchi di nasconderlo è impossibile da non percepire; senza mai avere il tono da "io ho capito tutto della vita e te lo sbatto in faccia".