0.5/5 ⭐
Fondamentale iniziale disclaimer: ho tutto il diritto di recensire questo romanzo come mi pare. Come ci sono persone a cui è piaciuto, ci sono persone che al contrario non l’hanno apprezzato e, visto che io faccio parte del secondo gruppo, ho la libertà di dire la mia e argomentare quanto voglio per spiegarmi.
Avevo letto Il fabbricante di lacrime in tempi ancora non sospetti, quando era “solo” un romanzo famoso su Wattpad, e non mi era piaciuto per svariati motivi. Ho comunque deciso di approcciarmi a quest’ultimo romanzo da un lato con la speranza che il lavoro in casa editrice avesse portato a una scrittura più matura, dall’altro perché sono convinta che Erin Doom abbia un potenziale che deve essere ancora sgrezzato. A posteriori mi rendo conto che avremmo potuto benissimo continuare a vivere su due rette parallele.
Detto ciò, iniziamo con la recensione. Per ovvi motivi, troverete degli SPOILER.
Stigma è un romanzo oggettivamente brutto. Nel corso della lettura, infatti, ho notato diverse problematiche che non si possono trascurare e che hanno reso un’idea buona in potenza un disastro in atto.
Il primo grosso problema è il modo in cui è scritto. Non si può negare un miglioramento dal punto di vista stilistico, visto che le sbrodolate metaforiche sono stata ridotte drasticamente a favore di una scrittura più svelta e asciutta. Tuttavia, non sono neppure state rimosse del tutto, come dimostrano gli ultimi capitoli del romanzo in cui l’autrice si è lasciata prendere la mano ed è tornata ai fasti delle sue opere precedenti: si hanno infatti pagine e pagine infarcite di metafore e similitudini a tema floreale e galattico – molto spesso senza neppure un senso logico –, anche in momenti in cui sarebbe stato meglio proporre una narrazione più cruda e immediata. Per esempio, l’uso nelle scene più “spinte” tra i protagonisti ha portato a una ripetitività atroce, che le ha rese troppo lunghe, noiose e assolutamente vuote di contenuto. Oltretutto, non ho apprezzato la scelta di associare una scrittura di questo tipo alla tematica della dipendenza da droghe, visto che ha dato un taglio più stucchevole e fiabesco a qualcosa che, al contrario, avrebbe dovuto colpirmi come un pugno e lasciarmi senza fiato. Non è necessario essere poetici sempre, anzi, così come usare metafore e similitudini non implica necessariamente un’elevazione dal punto di vista stilistico. Buona scrittura è saper dosare, ed Erin Doom – e chiunque l’abbia editata in casa Salani – non ha ancora imparato a farlo.
Sempre rimanendo nel mondo dello stile, vorrei anche aggiungere che i due protagonisti hanno una voce estremamente simile. Nel capitolo conclusivo dedicato ad Andras, infatti, non sono riuscita a evidenziare una così grande differenza tra la sua voce narrativa e quella di Mireya se non nell’uso di termini più diretti e volgari – ma per il resto il registro è identico. Nell’economia di questo romanzo non è un grande problema, visto che il pov di lui appare solo una volta, ma è qualcosa su cui lavorare se nel successivo gli si vuole dare più spazio.
Altro aspetto terribile dello stile è la ripetitività di espressioni e parole. A parte le (ab)usate metafore floreali e spaziali, ogni volta che la protagonista descrive Andras vengono utilizzati i seguenti termini:
- virile, maschile e altre varie declinazioni per far ricordare al lettore che lui è un uomo, sia mai che si capisca il contrario
- possente, aggettivo che una volta è stato associato anche ai polmoni e mi ha fatto ridere non poco
- indecente, soprattutto nel sorriso e nell’atteggiamento
- compatto, imponente e altri modi per dire che ha una muscolatura che lo fa sembrare un blocco di cemento armato
- bruciante e caldo, in versione termosifone lasciato acceso al massimo durante l’inverno e poi vedi che bolletta dell’acqua ti arriva qualche mese dopo
Alla quarta volta che viene descritto usando ancora questi termini mi sono cadute le braccia. Apprezzo che l’autrice si sia sforzata di delinearlo, al contrario di Mireya – che è rimasta con poco volto e fisico fino a metà libro –, ma ripetere le stesse cose più volte rende la narrazione solo noiosa. Il lettore non è idiota: basta una descrizione fatta bene. In più, tutto ciò è in tell, cosa che quindi rende ancora più pesante ed evidente l’utilizzo smodato di questi termini. Se almeno ci fosse stato un po’ di show, non sarebbe risultato così faticoso.
Spostandoci sul secondo grosso problema, mi tocca parlare delle tematiche trattate. Nell’intervista a Che tempo che fa, l’autrice ha affermato che le piace indagare contesti difficili, con personaggi e tematiche non semplici e molto lontane dalla sua realtà. Apprezzo il coraggio e l’intento, ma se i risultati sono questi o è necessario fare ricerche più approfondite, o darsi a qualcosa che si conosce.
Nel romanzo si parla di dipendenze e di abusi. Riguardo alle prime, si ha la dipendenza da oppiacei della madre di Mireya e la dipendenza affettiva malata che nasce tra madre e figlia nel corso degli anni, mentre i secondi riguardano ancora una volta la vita di Mireya con la madre e ciò che accade a Coraline, sorella – o sorellastra? – di Andras, prima di scappare dal padre. Nella parte finale si intuisce che anche Andras abbia subito la sua dose di abusi tra le mura domestiche, ma immagino che questo sarà approfondito nel prossimo volume.
Partiamo quindi dalle dipendenze. Come si può intuire da ciò che ho detto riguardo allo stile, non ho apprezzato la trattazione fatta. C’è qualcosa di stucchevole, vagamente romanticizzato, che si sarebbe potuto evitare. Il capitolo in cui Mireya parla del suo passato ha dei momenti narrativi interessanti, questo bisogna dirlo, ma la loro potenza è distrutta dalle metafore floreali e un conclusivo “Mamma, se ti disintossichi per me non funzionerà mai. Devi farlo per te! Devi amarti!” con la madre che ovviamente torna al centro di recupero con la coda tra le gambe – come se questo discorso non le fosse mai stato fatto prima. Anche la questione del rapporto malato che le lega è trattata nel momento decisivo all’acqua di rose – quando invece, in precedenza, alcune cose mi avevano convinta, come per esempio la reazione esplosiva di Mireya quando James le strappa il cellulare. La co-dipendenza malata che lega madre e figlia, che ricorda appunto il rapporto che la donna ha con gli oppiacei, viene risolta in un perdono e ammissioni di colpa mormorati tra le lacrime durante una scena frettolosa e stucchevole che non mi ha soddisfatta e, peggio ancora, non è stata in grado di far capire la sofferenza profonda che intercorre tra le due. E tutto questo perché? Semplice: l’autrice ha deciso di dare molto più spazio ad Andras, il cui pensiero costante e ossessivo cancella qualsiasi altra riflessione possa fare la protagonista. Per darvi un esempio, il capitolo successivo alla ricomparsa della madre contiene una simpatica scenetta soft-porn tra i due protagonisti – giusto per ricordare quanto Mireya sia distrutta da ciò che le è accaduto qualche ora prima e sia preoccupata per la madre.
Riguardo poi gli abusi, anche qui c’è poco da dire se non male, male e ancora male. Già solo il fatto di inserirli come un aspetto secondario fa capire quanto la trattazione non sia stata ottimale – per non dire di peggio. Gli abusi psicologici costanti subiti da Mireya durante le fasi peggiori della dipendenza della madre sono buttati come elemento di contorno, per quanto alcuni effetti si vedano all’inizio della narrazione. Solo in parte, però, visto che appena Andras le entra nei pensieri tutto va in secondo piano senza passare dal via. Ciò che accade a Coraline è invece inserito in modo così irrispettoso e inutile da lasciarmi senza forze. Che reazione dovrei avere nello scoprire che il padre di Andras la molestava? Dovrei sentirmi dispiaciuta? Mi piacerebbe, ma dal momento che questa cosa è usata solo come elemento per aggiungere un ulteriore tocco di tragicità al personaggio a me dice poco – e me la fa etichettare come ennesima scelta narrativa inutile che, di solito, è usata per allungare il brodo nelle fan fiction.
Penso che il grandissimo problema di questo romanzo stia proprio qui: nella decisione di affrontare queste diverse tematiche delicate e di affiancarle a una storia d’amore – perché quella tra Mireya e Andras, checché se ne dica, è una storia d’amore – che le schiaccia e le cancella. E non perché tra i due nascano dei sentimenti così appassionati che portano a dimenticarsi del resto, ma perché l’autrice sceglie volontariamente di dare più spazio a loro che al resto. L’esempio che ho riportato poco fa è molto significativo, ma potrei farne benissimo altri. Ciò, inutile a dirsi, impatta anche sulla trama. La narrazione procede a singhiozzo, con capitoli fatti di nulla e altri invece stracolmi di informazioni, e segue dei binari che non conducono a niente. Perché purtroppo il romanzo si conclude con un nulla di fatto: i personaggi non crescono, l’unica linea di trama che si tenta di portare avanti – ovvero quella della riabilitazione della madre – è conclusa in modo ridicolo, sono aggiunte sottotrame che avrebbero potuto essere lasciate da parte e il tutto si chiude con Andras che rinfaccia a MIreya che lui è stato in grado di amare. Oltretutto, mettere come capitolo finale un riassunto da punto di vista di Andras dell’intero libro è una scelta a mio parere molto cheap e che dimostra quante pagine si sarebbero potute tagliare.
A questo punto, qualcuno potrebbe dirmi: “Ma, Rebecca, è solo il primo volume!”
Ne prendo atto. Però, esiste una cosa bellissima chiamata struttura in tre atti, e un libro che rimane incastrato al primo atto, visto che non si può parlare di un effettivo svolgimento delle vicende, mi dice poco. Non c’è climax o costruzione, solo un ripetersi ossessivo delle stesse dinamiche – Mireya che fa arrabbiare Andras, Mireya che fa cose che non deve e si sorprende che ci siano delle conseguenze, Mireya che pensa alla madre ma si dimentica subito, Andras che si comporta come un animale – che alla lunga stufa e basta. Di conseguenza, un secondo volume a questa storia non serve perché non esiste nessuna storia. Sono cinquecento e passa pagine in cui i personaggi più o meno interagiscono tra loro ma non combinano in effetti niente.
E, visto che li ho citati, direi che è arrivato il momento di affrontare la caratterizzazione dei personaggi. Ovvero di Mireya e Andras, perché tutti gli altri sono delle macchioline dimenticabili – quando invece alcuni avrebbero potuto essere anche interessanti da approfondire.
Mireya è, purtroppo, una classica pick me girl. Per quanto l’autrice ci tenga a dire più volte che ha sofferto, che la sua vita è stata dura, che ormai non ha più niente e che non è in grado di rapportarsi con gli altri se non con morsi e parole cattive… alla fine esce fuori come una ragazzina sicuramente un po’ sofferente – perché qualche briciola si è vista –, ma soprattutto arrogante. Non c’è altro modo di descriverla. È l’unica con dei problemi, l’unica che è stata tradita dalla vita, l’unica che deve essere ascoltata quando le accade qualcosa. Il modo in cui si rapporta con Zora, che è la sua datrice di lavoro, è ai limiti dell’assurdo, e il fatto che lei non la cacci solo perché Andras l’ha minacciata di chiudere il club in caso contrario rende il tutto ancora più ridicolo e stomachevole. Oltretutto, non ho apprezzato per niente il fatto che finge di non avere nessuna consapevolezza di sé stessa dal punto di vista fisico: per la prima metà del libro si dipinge come un brutto anatroccolo, ma appena avviene il makeover per la Velvet Night ci tiene subito a far sapere di essere perfettamente consapevole di essere una figa stratosferica. Per poi tornare a dire che non è niente di che. Certo, l’ho apprezzata molto più di Nica perché almeno la sua personalità non è costruita attorno a un’unica caratteristica e ha dalla sua un minimo di intraprendenza, però c’è un serio cozzare tra quello che viene detto di lei e il modo in cui è fatta agire. Ciò che ho visto non è un personaggio rotto, ma solo una ragazzina viziata e con un pessimo senso di autoconservazione – e probabilmente il tema della dipendenza è trattato così male anche perché lei non risulta credibile.
Riguardo ad Andras, che nel corso della lettura ho rinominato animale, il discorso è leggermente differente. C’è infatti una sorta di coerenza tra le intenzioni dell’autrice e la messa su carta, visto che è descritto come uno stronzo asociale e vagamente psicolabile e agisce di conseguenza. I motivi non sono spiegati, anche se appunto immagino siano legati al suo passato e al rapporto conflittuale col padre, nonché che saranno “affrontati” nel prossimo libro. Il problema è un altro, ovvero che è un Rigel che si è dato alla violenza. I due personaggi sono interscambiabili, descritti allo stesso modo, che parlano allo stesso modo e che agiscono quasi allo stesso modo – visto che Andras è comunque molto più violento ed esagerato nelle sue azioni. Quasi mi aspettavo una scena con lui che suona il pianoforte, per dire. Per lo meno, il capitolo finale dal suo punto di vista mi ha permesso di capirlo un pelo meglio e mi ha fatto fare delle sane risate mentre descriveva Mireya al mio stesso modo durante le loro prime interazioni. Poi, purtroppo, è arrivato l’amore e mi è stata tolta anche questa soddisfazione.
Tutti gli altri personaggi, invece, non esistono. Ci sono delle figure che ruotano attorno a loro, ma nessuno ha una caratterizzazione degna di questo nome. Zora è fatta di carta velina, e poco importa se Mireya continua a blaterare su quanto sia forte e indipendente se non la si vede mai agire in questo modo – e pov di Andras conferma solo tutto questo. Ruby è l’immancabile amica che amica non è, visto che la protagonista la tratta come una pezza per i piedi, ma che comunque continuerà a strisciare verso l’altra perché non ha un briciolo di costruzione. James ha del potenziale, visto che nella sua semplicità risulta molto umano, ma purtroppo nella parte conclusiva sparisce del tutto. Carmen, Ollie e la madre di Mireya sono delle comparse a tutti gli effetti. Coraline è apparsa solo per mezzo capitolo col ruolo di portare scompiglio nella quasi-tranquillità instauratasi tra Andras e Mireya – e poco importa se ci venga detto in tutti i modi possibili che è bellissima, meravigliosissima, buonissima, una principessa fuggita dal suo personale orco, perché tanto queste cose sono solo raccontate.
Altro problema è il fatto che Mireya e l’animale si innamorano perché sì¬. C’è qualche interazione e scambio tra loro, per quanto sempre burrascoso e infantile, però non sono riuscita a individuare qual è stato l’esatto momento che li ha portati dal non sopportarsi – non parliamo di odio, che sono solo entrambi a fare a capricci – a provare qualcosa l’uno per l’altra. Fin dall’inizio, infatti, Mireya non fa che ribadire quanto Andras sia bello e non riesca a non essere affascinata da lui, mentre quest’ultimo non può fare a meno di andare in tilt perché le ricorda Coraline, il suo grande amore passato. Le giuste basi per una relazione sana, mi dicono.
Arrivata qui, desidero anche aprire una minuscola parentesi riguardante il fetish dell’autrice – perché a questo punto non si può chiamare in nessun altro modo – per le forbidden relationships, in particolare quando riguardano fratello e sorella. Tre libri ha scritto, tre ruotano attorno a delle relazioni tra parenti:
- Ivy e Mason che si presentano come cugini (che poi non lo siano davvero è un dettaglio)
- Nica e Rigel che son fratello e sorella, per quanto non di sangue
- Andras e Coraline che sono… fratellastri? Effettivamente fratello e sorella? Ammetto di non averlo capito, visto che la genealogia della famiglia è buttata a caso nella narrazione con tanto di nomi di personaggi mai visti e sentiti prima. Da quel che ho compreso, hanno un effettivo legame di sangue, il che non rende Andras migliore del padre
Mettendo da parte il fatto che è un trope che a me non piace, visto che si ricade in qualcosa di soggettivo, ciò che mi lascia più perplessa è stata la scelta di proporre ancora una volta la stessa identica meccanica. Perché non è messo solo come dettaglio o un elemento di caratterizzazione, ma è il principale motivo per cui sarà necessario almeno un altro romanzo prima che Andras e Mireya si mettano insieme. E io non ci sto, mi dispiace: sono tra le prime persone a dire che è inutile parlare di originalità e che l’importante è come vengono rielaborate le idee, ma qui si sfiora il limite del ridicolo con l’autrice che plagia se stessa. Oltretutto, detta in maniera molto diretta, ma che grandissimo schifo. Il fatto che Andras inizi a interessarsi a Mireya perché gli ricorda la sorella che si scopava mi disgusta. Punto.
[e siate contenti che questo è l’unico angolo in cui mi sono lasciata andare a termini più forti]
Infine, a conclusione di questa recensione titanica, non mi rimane che parlare dell’ambientazione. O meglio, del fatto che non esiste. Ormai è quasi un anno che vivo negli Stati Uniti, proprio sulla costa orientale – per quanto non a Philadelphia –, ma non credo che avrei applaudito al lavoro fatto qui se fossi rimasta a Milano, visto che i personaggi si muovono nel nulla. Non c’è mezza descrizione della città, se non qualche accenno alla zona di Kensington pieno di un pietismo, patetismo e stereotipato da dare la nausea e un continuo rimando al Natale e le lucine in giro, e l’unico ambiente tratteggiato è il Milagro’s – per quanto in maniera abbastanza blanda. Avrei potuto passarci sopra, considerando che ci sono ben altri problemi, se non fosse per la totale mancanza di una conoscenza degli Stati Uniti anche negli aspetti più basici. Mireya che pensa di poter sostenere le spese mediche della madre e pagare l’appartamento da sola con uno stipendio da barista fa tenerezza, così come il fatto che si sorprenda per le mance che riceve – quando sono obbligatorie, perché altrimenti camerieri e ristoratori fanno la fame. Così come mi ha sorpreso come lei e la madre non siano andate direttamente sul lastrico e abbiano svuotato il fondo per il college dopo che Mireya ha subito un’operazione alla milza. O ancora che la prima reazione di Mireya nel vedere Andras ferito sia stata quella di chiamare un’ambulanza, quando qui c’è gente che preferisce morire dissanguata mentre guida verso un ospedale piuttosto che indebitarsi a vita. E James col motorino? Altra grande tenerezza, visto che qui non sono usati. Insomma, fosse stata ambientata a Trezzo sull’Adda sarebbe probabilmente risultata più realistica, ma come al solito si preferisce puntare a fare gli internazionali senza avere idea di cosa si sta scrivendo.