"Alceo conobbi, a dir d'Amor sì scorto,
Pindaro, Anacreonte, che rimesse
ha le sue muse sol d’Amore in porto;
Virgilio vidi, e parmi ch’egli avesse
compagni d’alto ingegno e da trastullo,
di quei che volentier già ’l mondo lesse:
l’uno era Ovidio e l’altro era Catullo,
l’altro Properzio, che d’amor cantaro
fervidamente, e l’altro era Tibullo.
Una giovene Greca a paro a paro
coi nobili poeti iva cantando,
et avea un suo stil soave e raro.
Così, or quinci or quindi rimirando,
vidi gente ir per una verde piaggia
pur d’amor volgarmente ragionando.
Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia,
ecco Cin da Pistoia, Guitton d'Arezzo,
che di non esser primo par ch’ ira aggia;
ecco i duo Guidi che già fur in prezzo,
Onesto Bolognese, e i Ciciliani,
che fur già primi e quivi eran da sezzo,
Sennuccio e Franceschin, che fur sì umani
come ogni uom vide; e poi v’era un drappello
di portamenti e di volgari strani:
fra tutti il primo Arnaldo Danïello,
gran maestro d’amor, ch’a la sua terra
ancor fa onor col suo dir strano e bello;
eranvi quei ch’Amor sì leve afferra,
l’un Piero e l’altro e ’l men famoso Arnaldo,
e quei che fur conquisi con più guerra:
i’ dico l’uno e l’altro Raimbaldo
che cantò pur Beatrice e Monferrato,
e ’l vecchio Pier d’Alvernia con Giraldo,
Folco, que’ ch’a Marsilia il nome ha dato
et a Genova tolto, et a l’estremo
cangiò per miglior patria abito e stato,
Giaufrè Rudel, ch’usò la vela e ’l remo
a cercar la sua morte, e quel Guiglielmo
che per cantare ha ’l fior de’ suoi dì scemo,
Amerigo, Bernardo, Ugo e Gauselmo;
e molti altri ne vidi a cui la lingua
lancia e spada fu sempre e targia ed elmo." (Tr. Cup., IV, vv. 16-57)
"Pallida no, ma più che neve bianca
che senza venti in un bel colle fiocchi,
parea posar come persona stanca.
Quasi un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi,
sendo lo spirto già da lei diviso,
era quel che morir chiaman gli sciocchi:
Morte bella parea nel suo bel viso." (Tr. Mor., I, vv. 166-172)