Un sabato di giugno del 1967, in una bella fattoria del Cantal, una donna attende di poter sparecchiare la tavola. Deve aspettare, perché il marito sta facendo la sua siesta quotidiana sulla panca della cucina e lei sa che s’infurierebbe al minimo rumore. I tre bambini della coppia giocano in giardino, anche loro nel più riguardoso silenzio per non svegliare il padre. Ma lei, la madre, non sarà sorpresa quando l’uomo si sveglierà e le domanderà senza guardarla cosa stia aspettando per sgombrare la tavola. Il silenzio obbligato lascia spazio ai pensieri, ma nemmeno a se stessa è facile spiegare come mai sia rimasta per otto anni accanto a un marito che la picchia quasi tutti i sabati, che la denigra e la insulta fino a farle introiettare l’obbrobriosa immagine di sé che lui le rimanda. Eppure la parola “divorzio” le è insopportabile, così come l’idea di vendere la fattoria... Ma l’indomani, la domenica, sarà un giorno di andranno tutti dai genitori di lei, come fanno ogni mese. È qui che il suo silenzio verrà finalmente rotto dalle parole di vita e di rivolta che le saliranno per la prima volta alla gola. E il ciclo di sofferenza a cui tutta la famiglia sembra condannata avrà, forse, fine. Sorgenti è l’ultimo romanzo di Marie-Hélène Lafon, finissima narratrice delle relazioni familiari, dei sentimenti, dei paesaggi. In questo suo nuovo piccolo capolavoro, con una prosa condensata, sempre pulsante di vita e di verità umana, l’autrice racconta una storia di resilienza femminile e di speranza. «Una delle regine segrete del nostro tempo, ora tradotta anche da noi». Cristina De Stefano, «Elle» «Impeccabile, ritmato, viscerale. Un pugno di parole che vengono e che vanno, instaurando il battito di un ritmo, e il miracolo si questo libro che non distoglie mai lo sguardo dall’esistente, che non ha altra ambizione se non la nuda realtà, si rivela un’opera d’arte di grandissima raffinatezza». Damien Aubel, «Transfuge»
Storia di un divorzio da un uomo violento negli anni 70. Un centinaio di pagine che si leggono velocemente nonostante la scrittura scarna, dura e diretta dell'autrice. Non ci sono descrizioni ma semplicemente i pensieri dei due coniugi, lei prima del divorzio e lui dopo. Non ho apprezzato molto questo modo di raccontare diretto e crudo, quanto invece ho valutato positivamente il porre l'attenzione sui due punti di vista degli effettivi protagonisti.
Un sabato di giugno del 1967, in un piccolo borgo nel dipartimento del Cantal, in Haute Auvergne, una donna si prepara a fare visita ai parenti insieme al marito e ai tre figli: Claire, Isabelle e Gilles. Tutto tace: l’uomo non può essere svegliato dal riposo postprandiale, il rischio è che si alteri e reagisca violentemente, come è solito fare. Sono otto anni che questa famiglia vive – o meglio – sopravvive sotto scacco di un individuo aggressivo e arrogante, che denigra la propria compagna in ogni occasione, malmenandola, privandola della dignità, terrorizzando i figli.
Il quadro agreste di pace e laboriosità contadina – che l’uomo vorrebbe dare di sé e del proprio ménage domestico – è totalmente esteriore e artefatto. Se con i conoscenti si mostra serio e affidabile, lavoratore indefesso dedito ai propri bambini e rispettoso delle leggi e delle consuetudini di buon vicinato, in privato sfoga tutta la frustrazione proprio su coloro che dovrebbe amare e proteggere.
Il divorzio non è contemplabile – un’opzione che in un contesto di provincia sarebbe sinonimo di stigma sociale – fino al giorno in cui la sua sposa rivela ai parenti, al termine di un pranzo domenicale, il dramma che sta vivendo e decide di lasciarlo seduta stante. In Francia lo scioglimento delle nozze è un diritto contemplato dall’ordinamento: l’uomo non può opporsi.
La donna con coraggio e determinazione si reinventa un lavoro e conquista piano piano la propria indipendenza.
Trascorrono gli anni: è il 1974, il 19 maggio, giorno della vittoria di Valéry Giscard d’Estaing alle elezioni presidenziali. Il Paese sta cambiando, l’Europa con le sue istituzioni comincia a esercitare un’influenza pervasiva sulle decisioni interne in tema di agricoltura: per i piccoli coltivatori diventa difficile sopravvivere in un mercato che si sta globalizzando. Alla fattoria è rimasto “lui”. Vede i figli nei giorni stabiliti dal Tribunale, produce formaggi con l’aiuto di due braccianti e una donna di servizio. Suo unico obiettivo è guadagnare il necessario per garantire un’istruzione e una posizione a Claire e Isabelle, ormai adolescenti, e a Gilles – introverso e pauroso, delicato ed evidentemente inadatto a succedergli nel ruolo di proprietario terriero e allevatore. L’uomo non ha imparato dai propri errori e il tempo, in questo senso, non gli è stato amico. Non ha portato con sé la consapevolezza che accompagna la maturità: il suo è un continuo rimuginare sui fatti che condussero alla fine del matrimonio, un autogiustificarsi per il comportamento tenuto negli anni di convivenza.
Spetterà a Claire ormai adulta – siamo giunti al 2021 – in una limpida giornata di Ognissanti tornare alla dimora avita e rivederla con occhi nuovi, ricordando quel tempo lontanissimo – un pugno di anni – in cui tutti insieme hanno abitato quel poggio soleggiato. Quello scorcio di campagna è ormai estraneo alla ragazza, ma è pur sempre la “sorgente” – il luogo fondativo della sua famiglia da cui è dipeso ogni futuro evento che l’ha coinvolta e condizionata nel bene e nel male, influenzando il suo modo di concepire la vita e i rapporti con gli altri.
La prosa è essenziale, intensa pur senza eccessi melodrammatici. Il discorso diretto è assente, una scelta – quest’ultima – che toglie dinamicità al succedersi dei fatti, ma che è coerente e funzionale rispetto allo stile cronachistico che caratterizza l’opera. Il punto di vista del narratore esterno cambia nelle tre parti del libro: quello della moglie sopraffatta dagli abusi, quello del marito che si barcamena in una deriva esistenziale dopo essere stato lasciato, quello della figlia Claire che – donna fatta – si reca nella proprietà per liquidare il patrimonio immobiliare ereditato.
I due protagonisti non hanno un nome: sono semplicemente “lei” e “lui”, il che evidenzia l’intenzione di chi scrive di conferire al racconto un valore universale. Non è più solo la storia di una coppia patologica, Sorgenti diventa il paradigma di un fenomeno – la violenza domestica – che attraversa tutte le classi sociali e trova soluzione solo grazie al coraggio di una madre che mette il rispetto per se stessa e la sicurezza della prole al di sopra di ogni altra considerazione di convenienza: sceglie la libertà.
Siamo nell'alta valle del Santoire, in Alvernia, Francia profonda. Una fattoria si trova in fondo a una strada senza uscita. All'interno, una manciata di anime: l'uomo, la donna, tre bambini. L'uomo è Pierre. Un nome duro come la pietra, per un uomo che come, una pietra, vuole essere duro. La donna, invece, non ha nome. Non è altro che un corpo devastato che viene picchiato e maltrattato. Con Sorgenti, Marie-Hélène Lafon porta alla luce la violenza mortale dell'ambiente da cui proviene. Composto da tre capitoli di lunghezza diseguale, il romanzo ci immerge nelle riflessioni mentali di una donna maltrattata, schiavizzata e schiacciata dal peso delle faccende domestiche. Siamo a meno di un anno dalle rivoluzioni del maggio 1968 e quel fine settimana di giugno del 1967, in visita ai genitori, questa trentenne devastata prende una decisione insolita per l'epoca: lascia il marito brutale e chiede il divorzio, ottenendo la custodia dei figli. Lasciato a se stesso, l'uomo, sette anni dopo, riflette sui motivi della sua rabbia e sulle conseguenze del divorzio. Soprattutto, ripensa ad altre donne: sua zia Jeanne, la donna colta che partì per la città e che ammirava tanto, e Suzanne, la "moglie-amante" che lo educò all'amore durante il suo servizio militare in Marocco. Un terzo, brevissimo capitolo conclude questo racconto polifonico trasportandoci nel 2021 sulle orme di Claire, la più giovane delle figlie, tornata nei luoghi della sua infanzia quando, insieme ai suoi fratelli, prendono la decisione di vendere la fattoria. L’autrice ha un grandissimo talento nel riscostruire la lingua scarna dei suoi protagonisti e il suo stile, per chi la conosce, ricorda abbastanza da vicino quella di un’altra autrice francese che ha saputo descrivere come poche la desolatezza di certe vite: Inès Cagnati. Un romanzo che vale quindi la pena di leggere.
Sono 106 pagine ma ho faticato come se fossero state 1000. Proprio non mi piace come scrive questa autrice, la storia non l’ho compresa.
Tre momenti temporali differenti. La madre di cui non sappiamo mai il nome, malmenata nel matrimonio negli anni 50. Il padre separato 10 anni dopo che pensa che stava con una donna rammollita. La figlia maggiore che 50 anni dopo eredita la casa in cui ha vissuto qualche anno durante il matrimonio dei genitori (durato solo 7 anni).
Cosa mi ha lasciato sto libro? Nulla Una famiglia con un padre violento, negli anni 50 era prassi ma in questa storia non trova libero sfogo il tema. Rimane lì, accantonato, sta povera donna viene picchiata per anni e un giorno mostra i lividi alla propria madre e la madre le impone di non tornare più a casa propria. Stop. Fine del matrimonio. Così facile? Non credo proprio
Poi il capitolo su di lui, dieci anni dopo il matrimonio, che ancora sta lì a spergiurare contro la ex moglie che era grassa e scema però intanto se la scop4v4, l’ha messa incinta tre volte in tre anni consecutivi.
Poi il capitolo finale della figlia maggiore ormai sessantenne che prima di andare dal notaio a rogito per la vendita, va a salutare la casa in cui ha vissuto pochi anni. E quindi? Ci si è fermati alla superficie di tutto.
Parliamo del titolo. Questa parola viene menzionata nella penultima pagina. La figlia maggiore riflette sulle sue “sorgenti”. Invece che dire radici, dice sorgenti. Ok accanto a quella casa passa un fiume ma non sfocia direttamente da lì, quindi che senso ha questo termine? Non è un libro che parla di radici. É un libro che non parla. Ti butta lì un episodio di vita media della donna negli anni 50 e fine. Nessuna evoluzione di nessun personaggio. Il nulla.
Con una scrittura essenziale e (nonostante il tema) piacevole, l’autrice parla di violenza domestica nella realtà contadina della Francia profonda; Lafon sa avere un occhio antropologico e vivo (come la scuola di autori contemporanei francesi imbevuti di Bourdieu per parlare delle proprie realtà, come Ernaux, Eribon e Louis), descrivendo le dinamiche familiari in un mondo dominato da uomini diffidenti verso la legge, legati ai miti della mascolinità, ostili all’emancipazione femminile, che votano a destra - se votano - perché gli altri “nemmeno sanno che loro esistono”; la narrazione in prima persona passa dalla donna all’uomo (il cui punto di vista lo rende vivo senza renderlo meno odioso) e infine ai figli, che sono il reale fulcro della vicenda, dando un senso al libro attorno alla domanda “che ne è dei figli di un matrimonio violento, cresciuti in parte in una casa dove si respirava tensione?”, e suggerendoci un loro confronto con le sorgenti familiari da cui hanno preso la strada per la vita.
Non mi ha lasciato nulla… l’inizio mi aveva colpita e intrigata, sembrava prospettarsi una storia forte e dolorosa, di riscatto e di rinascita, e poi… poi niente. Poco più di 100 pagine lentissime, con infinite ripetizioni delle stesse dinamiche e degli stessi pensieri, che sfiorano la superficie del tema e non approfondiscono mai. Peccato.
Mi sento di dare 4 stelle (un po’ abbondanti) perché il finale non mi è piaciuto. L’ho trovato un po’ raffazzonato. Per il resto ho apprezzato molto la lettura e il fatto che ci siano i punti di vista sia della moglie che del marito.
Un libro particolare. Ogni parola è stata scelta con cura per raccontare questa storia di dolore ma anche di rinascita. In questo libro non ci sono dialoghi e questo, secondo me, è stata l'unica pecca. 3,5
•Sorgenti è una di quelle letture brevi, ma profondamente intense, 150 pagine che lasciano un segno indelebile nell’animo del lettore. Marie - Helen Lafon è una finissima narratrice delle relazioni familiari, dei sentimenti e paesaggi, che condensa in una prosa intensa, pulsante, profonda.
•È un romanzo che trasuda sofferenza e speranza, dolore e riscatto: suddiviso in due parti, è la storia di una donna vittima della sottomissione ad un patriarcato che non accetta, della sua forza e al suo coraggio, un urlo di speranza ed un omaggio alla resilienza femminile.
•Una storia non semplice da legger, che affronta tematiche delicate, ma che l’autrice rende accessibili al lettore grasie alla scrittura scandente ed incisiva. Poche parole, per descrivere gesti, sensazioni ed emozioni che graffiano l’animo umano.
Romanzo brevissimo, diviso in tre parti che corrispondono ai pensieri di tre personaggi: la moglie maltrattata che finalmente riuscirà a sollevare le testa e prendere una giusta decisione, il marito-padrone totalmente incapace di capire i propri errori, la figlia più piccola che ritornando nella casa dell'infanzia penserà a quel luogo come la "sorgente" da cui è partita la seconda vita della famiglia. Molto bello, privo di fronzoli ed essenziale nel linguaggio, va dritto al punto e trasmette il messaggio che dalla violenza ci si può anche salvare.
Ho letto Sorgenti di Marie-Hélène Lafon e non mi ha più lasciata. È uno di quei libri che non si impongono con la voce, ma con il silenzio: restano addosso piano, come un’eco che continua anche dopo aver chiuso l’ultima pagina. Lo stile è uno dei punti che mi ha colpito (e confuso). La prosa è essenziale, misurata, quasi fredda: non ci sono dialoghi vividi o scene esplicite in cui la violenza viene raccontata, ma la sua presenza la senti nei silenzi, nelle omissioni, in quello che resta sospeso. Questo può far pensare che “non succeda nulla”, e in parte è vero, perché Sorgenti lavora molto con ciò che non viene detto. Ma proprio quel non detto pesa: ogni gesto, ogni sguardo, ogni silenzio significano più di quanto le parole raccontino. La protagonista osserva, percepisce, subisce, e intanto il lettore avverte la stessa tensione.
Ho faticato in alcuni punti a seguire — non sempre ho capito come si sia arrivati ad alcune decisioni della protagonista — ma forse è proprio questo l’intento: Lafon non spiega tutto, vuole che il lettore avverta la frammentazione, la confusione, la paura. La storia parla di una donna contadina negli anni ’60 (nel Cantal, in Francia) che vive un matrimonio segnato dalla violenza fisica e verbale del marito. Tre figli, silenzi, paura, una quotidianità pesante. Per anni lei sopporta, “perché certe cose non si dicono”. Poi arriva un punto di rottura: decide che non può più restare e si separa dal marito.Dopo più di metà libro la narrazione cambia passo: la quotidianità fatta di silenzi e abitudini si interrompe e subentrano i grandi snodi — la separazione, il tribunale, poi la morte dell’ex marito, infine l’eredità che le figlie riscuotono. Non è un’accelerazione, ma una scelta di sottrazione: in poche pagine si condensano anni di vita, come se contasse più ciò che resta di noi nel momento presente che nel passato.
Il titolo, per me, richiama le radici: la sorgente come ciò da cui tutto nasce — sia ciò che ferisce che ciò che cura. Anche come metafora della memoria: le sorgenti sono sotterranee, emergono a tratti, limpide o torbide. Nel libro la protagonista e le figlie tornano ai luoghi di origine per capire e ricredere in se stesse, affrontando a mente lucida ciò che è stato. Non ricordano tutto, ma quel luogo resta parte di loro, volenti o nolenti.
Conclusione. Non è un libro leggero, né facile. Ma proprio perché frammentato lascia spazio al lettore, che deve interpretare, sentire le assenze e le ombre. Eppure, alla fine, lascia intravedere anche un po’ di speranza
(Off topic, ma…) Mi ha ricordato molto Genie la matta: solo che se Genie urla, Sorgenti sussurra. E a volte è proprio il sussurro a restare più a lungo
Non è un libro che ti cambia la vita, sicuramente. Dalla sinossi mi sarei aspettata che la narrazione seguisse una sola protagonista, e non che i tre capitoli riguardassero tre personaggi diversi. La conseguenza è che viene a mancare un finale vero, concreto, e da pagina 73 in poi risulta tutto un po’ dispersivo e senza una meta a cui arrivare. Peccato.