Minihorror è una combinazione perfettamente riuscita di elementi tipo: Shirley Jackson se fosse una millennial nel tardo capitalismo, i dank memes online, una partita a The Sims in cui ti diverti a infliggere alle piccole persone virtuali che controlli sofferenze terrificanti. Minihorror è geniale, angosciante e caustico, una raccolta di racconti brevissimi dalla forma ibrida che ruota intorno a Mini e Miki, una giovane coppia che fa i conti con l’assurdità e l’orrore che trapelano da situazioni quotidiane come andare a fare la spesa, avere un lavoro, fare i conti con la propria famiglia, andare in vacanza, ecc. Ogni racconto ha una svolta surreale e disturbante che rivela a Mini e Miki cosa si nasconde dietro la facciata del reale, il nucleo insensato e mostruoso dei nostri rapporti con noi stessi e con il prossimo, del nostro stile di vita insostenibile, delle cose a cui diamo valore. Le ansie e le paure della nostra generazione, la precarietà in ogni ambito, abitativo, lavorativo e sentimentale, l’alienazione del lavoro, la pressione sociale e l’iper-performatività non vengono mai esorcizzate, ma esasperate: non c’è via di uscita, siamo incapaci di determinare se siamo già m0rti o ancora vivi, e ci affrettiamo verso un traguardo che non esiste... ma Barbi Markovic sposta questo orrore da un piano cosmico a domestico, e ci ricorda con vena ironica e dissacrante che ci è familiare perché lo abitiamo già ogni giorno. Siamo anestetizzati nei confronti del grottesco che caratterizza la nostra stessa esistenza e la cura è l’assunzione di orrore in pillole, orrore in formato mini, che problematizzi ciò che accettiamo passivamente, che ci destabilizzi e legga dentro.