Cresciuta in una provincia agiata e moralista, tra amici gretti e genitori poco inclini ai compiti propri di una famiglia, Lavinia si imbatte presto nelle due ossessioni che vampirizzano le sue energie il sesso e il culto del corpo come antidoto alla morte. Adolescente, assiste alla scomparsa prematura del padre, stroncato da un infarto sul divano di casa. In anni in cui si è alla ricerca di una propria identità, quella morte le lascia una ferita indelebile. Approdata a Roma, Lavinia decide allora di costruire una vita potenziale, un universo virtuale nel quale creare numerosi alter ego. Con l’ausilio di una penna sfrontata, sparge in rete profili disparati, in una disinibita galleria di attitudini e pratiche sessuali, capaci di adescare e soggiogare insieme. Lo fa come un esercizio di potere, lontano da ogni forma di godimento, come un canovaccio dagli esiti collaudati che esclude ogni imprevisto e agisce soltanto da scudo e da palcoscenico.
Le crescenti insidie della vita virtuale la indurranno a prendersi una pausa dal web e ad affrontare ciò che non ha mai osato nella sua giovane la vita reale fatta di corpi e desideri concreti. Ai corpi, tuttavia, e ai desideri reali appartengono dolori, lutti, ombre e fragilità insopportabili. Lavinia decide allora di ritornare nell’unico luogo per lei sicuro e in fondo seduta di fronte alla luce blu del monitor.
Romanzo d’esordio scritto con una maturità e una modernità di scrittura sorprendenti, La vita potenziale affronta lo scandalo del sesso e del desiderio nella nostra epoca. Riflessione psicologica, digressioni colte (Roth e Freud sono i numi tutelari che sorreggono la narrazione) e considerazioni ironiche si piegano nelle sue pagine a celebrare il lutto più la morte del reale.
“La sessualità è il miglior terreno sul quale dare sfogo al sé primordiale. Il merito risiede nel non lasciare che tale potenziale distruttivo ci soggioghi. Non lasciare che sfugga al nostro controllo. Tenerlo a bada, addomesticarlo e conviverci. La sfida è non essere se stessi.”
“Lavinia Bianca” è uno pseudonimo e il suo vero nome è Federica Lione. Lo pseudonimo è quindi una sorta di alter ego, non un semplice trucco editoriale o di protezione della privacy. “Lavinia Bianca” è “lo spazio creativo” dove la vera Federica può esprimere parti di sé che forse non emergerebbero altrimenti. La nota a fine libro parla di “doppio” e sottolinea proprio questa scissione tra l’autrice e la voce narrante, tra la banalità del quotidiano e l’indicibile, tra Federica (che si immagina borghese e, chissà, forse timorata di Dio) e Lavinia, che invece “attraversa il confine del buon gusto, del buon senso e del Super-Io”. Questo dire apertamente che Lavinia è uno pseudonimo e il fatto che si sveli il vero nome dell’autrice nello stesso volume, aggiunge alla lettura un livello meta-testuale, che ci risparmia tra l’altro la stucchevole ricerca della vera identità di un’altra Elena Ferrante. Non si tratta di nascondere, ma di rendere chiaro che il romanzo nasce da una storia già in parte raccontata altrove (“un blog letterario, ospitato da una piattaforma ormai dismessa”), e che è impregnato di una riflessione sulla scrittura di sé. L’autrice invita il lettore a capire che Lavinia non è “finta” nel senso di ingannevole, ma è una proiezione letteraria di Federica. Magari stiamo leggendo parte del materiale già pubblicato sul blog, non necessariamente in forma completa o definitiva. Il blog potrebbe aver funzionato come spazio di prova, di esercizio o di dialogo con i lettori, e il romanzo potrebbe rappresentarne la trasposizione più compiuta. Lavinia Bianca/Federica Lione che definisce Lavinia come colei “che dice l’indicibile” è significativa: il doppio non è quindi un travestimento o uno stratagemma narrativo, ma un mezzo per accedere a verità, emozioni o pensieri che forse Federica, come sé stessa, non avrebbe espresso con la stessa libertà. Questo modo di organizzare il romanzo comunica già qualcosa sulla sua natura: è un lavoro di introspezione, di gioco tra identità, e la presenza del vero nome serve a radicare il tutto nella realtà dell’autrice senza svelarne completamente la voce segreta che, a questo punto, ci incuriosisce molto. Cosa avrà da dirci Federica nel suo prossimo romanzo, se uscirà col suo vero nome in copertina?
Fin qui Paolo Landi su Minima et Moralia. Difficile dirlo meglio. E l’articolo è da leggere per intero: perché anche dove affronta la questione del linguaggio adottato da Federica/Lavinia sa dire cose interessanti. È un linguaggio che colpisce, che non passa inosservato. Un linguaggio colto che spinge (costringe) qui e là all’uso del dizionario, Federica/Lavinia conosce parole il cui significato mi sfuggiva. Una lingua iperconsapevole. Esagerazione? Artificio? Leziosaggine? Il pensiero mi ha sfiorato, ma non ha fatto presa. Tendo a percepirlo – il linguaggio – come modo per distinguersi – Lavinia è tutto meno che ovvia scontata e banale, è invece un personaggio a suo modo indimenticabile, anche per come parla/scrive – mi viene da interpretarlo come modo per raffreddare una materia molto emotiva che sarebbe facilmente incandescente. Un modo per prendere la distanza. E per potersi permettere l’uso di una deliziosa e irrefrenabile ironia.
La vita potenziale è il simulacro di quella reale, dice Lavinia: un ecosistema digitale, fatto di blog, forum, app di dating, social e messaggini, entro il quale si intessono relazioni, storie di sesso, amicizie. Un mondo dove una nativa digitale come Lavinia sente di potere rivendicare lo spazio che non ha avuto nel contesto familiare, negli affetti. Un luogo dove percepisce di poter essere finalmente vista, dunque amata. È un dispositivo di messa in scena di se stessa. Qualcosa che diventa un’appendice della sua vita.
La famiglia, più che benestante e di buona cultura, è di quelle che definire disfunzionale è forse esagerato - non ci sono prevaricazioni, violenze, molestie - ma chiamarle anaffettive invece è quasi eufemistico: né padre né madre sembrano riconoscerla, avvicinarla, vivono come se lei fosse trasparente. E, quindi, la ignorano.
Menzione (speciale) a parte merita sia l’introduzione di due acuti e spassosi personaggi, Dott Freud e Mr Roth, con i quali Federica/Lavinia intavola discussioni che viene voglia di rileggere: erotismo e sesso, conflitti intrapsichici e dilemmi intellettuali. E anche i titoli dei vari capitoli sono quanto mai azzeccati, divertenti e profondi. Qualche esempio: Mente lucida, mani impure; Mio padre mi chiama Filippo; Cose che si fanno in bagno, ad esempio morire; Lavori e altri ergastoli; Coito ergo sum. Erezioni e qualche altro pensiero felice; Condannata a vita; La dolce costante dell’infelicità.
Un niente di vero scritto con l’ironia feroce che è mancata alla Raimo Può bastare? Occorre aggiungere altro?
Ho riso di voglia dopo poche pagine per “Rimanemmo tutti sbigottiti dalla tracotante grandeur di questo gesto da coglione”, ho creduto che da lì in avanti avrebbe proseguito con incurante scorrettezza e invece mi sono dovuto accontentare di qualcosa di meno e in cambio ho ricevuto qualcosa in più. Lavinia Bianca (si scoprirà alla fine che si tratta di uno pseudonimo) ha separato la vita reale da quella virtuale ed usa la seconda per sperimentare proiezioni di sé molto ardite. Queste proiezioni le servono per provare eccitazione e soddisfarla in privato. A seconda del momento si improvvisa, maschio gay o femmina lesbo, non disdegna neanche la propria versione etero; conclude i travestimenti mentali e le interazioni virtuali masturbandosi e talvolta filmandosi mentre lo fa. Tutta la parte dedicata al sesso on line è abbastanza eccessiva, a detta sua è il modo in cui si sente accettata e pienamente sé stessa. Lavinia è una donna in carriera che lavora nel settore della digitalizzazione, ha forti conflitti interiori irrisolti che le fanno preferire lo smart working alla presenza in ufficio. Quando si deve recare a lavoro è costretta a fare i conti con una serie di somatizzazioni che cerca di controllare con l’uso (e l’abuso) di farmaci. L’ironia inziale proseguendo diventa più sofisticata, il cocktail di pretesa intellettuale e sesso esplicito viene allungato con ogni tipo di liquore. Da un certo punto in avanti, ho iniziato a mal sopportare l’aziendalese anglosassone esibito come i dildo e gli ortaggi corroboranti. Quel qualcosa in più sono i finti dialoghi con Mr. Roth ed Herr Professor. Lavinia li inscena psicanalizzando sé e i propri genitori, ad inizio lettura non ti aspetteresti di trovarti al cospetto di simili interludi. C’è un passo di lei bambina che mi è sembrato autentico:
Io sedevo sul sedile posteriore, nel mezzo. La mia testa sbucava tra la sua spalla destra, alla guida, e quella sinistra di mia madre. In quel posto, in quel frammento di ordinaria quotidianità, seppur tra due persone dichiaratamente non tagliate per la genitorialità, mi sentivo al sicuro
Io dico che questa è Federica Lione (il vero nome dell’autrice) consapevole che potrei sbagliare, perché proprio l’autrice, alla fine, mette in guardia con una nota
Ma si badi bene: ciò che Lavinia dice non coincide con ciò che Federica pensa. Lavinia non è megafono, né specchio fedele. È un personaggio, fatto di slancio immaginativo e tensione emotiva..
A me lo stile di questa scrittrice nata blogger, nonostante gli eccessi, è piaciuto. Se vorrete averne un’idea, potrete leggerla qui https://www.vanityfair.it/article/mia...
Esordio nella forma romanzo di "Lavinia Bianca". Solo per i veri fan? Non saprei. Un po' Philip Roth un po' Houellebecq. Una storia rimasta alla fase anale di Freud.
“Avevo assoluta necessità di annichilire la morte con lo slancio più vitalistico che fosse immaginabile. Che cos’è il sesso, se non un antidoto alla finitezza? Un modo sincero e disperatissimo per rimanere tra i vivi […]” (Citazione)
Colpisce decisamente lo stile di scrittura. Un testo ricco, denso e a tratti fantasioso. Peccato la linearità: nel suo insieme il libro risulta un pò caotico.
“La vita potenziale è il simulacro di ciò che vorrei fosse il mio quotidiano: la capacità di intercettare le vibrazioni di chi mi sta attorno, volgendole a mio beneficio, suscitando amore e devozione.”
“Le persone se ne vanno dalla mia vita così, senza avvisaglie, e io non so far altro che silenziare il mio dolore con il desiderio. Annichilire la pulsione di morte con un sesso disperato che pare mimare una specie di triste inno alla vita.”
“Ogni essere conserva, allo stato latente, il proprio potenziale deviato e violento. La sessualità è il miglior terreno sul quale dare sfogo al sé primordiale. Il merito risiede nel non lasciare che tale potenziale distruttivo ci soggioghi. Non lasciare che sfugga al nostro controllo. Tenerlo a bada, addomesticarlo e conviverci. La sfida è non essere se stessi.”
Perché la vita e l’amore fanno più rumore della morte.