MA ANCHE NO.
Sinceramente, mi aspettavo di meglio, dall’autore tanto osannato de ‘La biblioteca dei morti’. Forse dovevo iniziare proprio da quest’ultimo. La verità è che non avevo voglia di prendere un libro che avesse un seguito (e che quindi mi costringesse a precipitarmi in libreria a cercarlo, questo seguito, perché, a prescindere dal fatto che il capitolo iniziale di una ‘saga’ mi entusiasmi o meno, la curiosità di sapere ‘come va a finire’ poi mi rode finchè non trovo il modo di placarla, cioè leggendo il resto), cercavo quindi una storia autoconclusiva tanto per farmi un’idea sull’autore e decidere se valesse la pena poi di leggere anche le altre sue opere. Direi che a questo punto le probabilità che tale ipotesi si realizzi sono piuttosto remote.
Oddio, la storia in sé sarebbe pure carina, anche se si riesce a scoprire quale sia questo incredibile segreto celato da migliaia di anni praticamente appena se ne comincia a parlare.
Peccato però che niente di tutto il resto funzioni.
Audace (in senso negativo però) l’idea di coinvolgere nella narrazione alcune vicende riguardanti i famosi Abelardo ed Eloisa, i quali - povere anime, nemmeno dopo 900 anni li lasciano riposare in pace! - di questa chiamata in causa avrebbero fatto più che volentieri a meno. Un romanzo di questo tipo (nel senso, scritto male ed elaborato peggio) non è certo il contesto ideale per rendere giustizia a due personaggi di una tale levatura. Ed infatti… lasciamo perdere che è meglio.
Scontato, invece, il riferimento a Bernardo di Chiaravalle e ai suoi – indovinate un po’ - Cavalieri Templari; eh, ne sentivamo la mancanza. Ma non preoccupatevi, fortunatamente i nostri beniamini svolgono una parte assai marginale nel dipanarsi dell’intreccio, appena un accenno così, per stuzzicare l'attenzione; per cui - e la domanda, caro Glenn, qui sorge spontanea,- che bisogno c’era di tirarli in ballo? Per far contento Giacobbo? Sarete mica amici, tu e lui, eh? Che bella coppia di fatto sareste! Che poi, per carità, la sottoscritta apparterrebbe pure a quella schiera di persone che non appena scorge la croce rossa su fondo bianco va in brodo di giuggiole, e comincia a blaterare di quel venerdì 13 del 1307 saltando su un piede solo e sulle note dell’Aida. Ma a tutto c’è un limite, anche per una invasata come me; visto lo scempio che mi compie il caro Glenn con tutti gli altri personaggi, non oso pensare cosa mi avrebbe combinato se avesse deciso di cimentarsi anche con un Cavaliere Templare. Mon dieu.
Ecco, appunto, i personaggi: la nota più dolente (praticamente una picconata sulle gengive farebbe meno male) dell’intero romanzo. Signore, che nervi. Che antipatia. Che orticaria. Tutti, dal primo all’ultimo (non se ne salva uno, NEMMENO I CATTIVI!), mi sono risultati, a scelta nell’ordine: banali, stereotipati, scontati, superficiali, arroganti, pieni di disfunzioni sessuali, depressi, grottesci, inconcludenti e irrimediabilmente stupidi (ribadisco, pure i cattivi!). Introspezione psicologica: level zero. Gli unici che potrebbero salvarsi da questa carneficina sono gli uomini preistorici (30.000 a.C., si legge all’inizio di ogni capitolo a loro dedicato. Ohibò. Anzi, parbleau.) a cui è affidato un po’ tutto l’antefatto della faccenda. In una ipotetica sfida di intelligenza tra il capoclan di Neanderthal e il professore-protagonista (sfolgorante - almeno nelle intenzioni del suo creatore - esempio di 'homo sapiens sapiens'), non avrei dubbi su chi scommettere.
Il ritmo è un altro degli elementi completamente sconclusionati di questo pseudo-thriller. Per tutta la prima parte non succede praticamente niente, nella seconda invece comincia a succedere di tutto; ma mancando completamente la suspence, nel senso che è tutto comunque perfettamente prevedibile, non si può certo dire che un lettore si possa godere questo susseguirsi di colpi di scena, perché l’unico colpo che potrebbe seriamente coinvolgerlo è quello che vorrebbe dare in testa al personaggio di turno che davanti ai suoi occhi, nello scorrere delle parole, si sta avviando inevitabilmente e inesorabilmente a fare la figura dell’idiota.
Detto questo, che non è poco, ritengo comunque doveroso un piccolo accenno all’unica nota positiva di questo ‘capolavoro’: la descrizione dei paesaggi. Ah, questo sì che funziona! Sembrava proprio di essere lì, in Dordogna, nelle vallate e nelle gole del Perigòrd, sotto un abbagliante sole francese, lo stesso sole che per 15 anni ha reso speciali tutte le mie vacanze estive… E allora, a dispetto di tutte le cose cattivissime che ho scritto fin ora, non posso fare a meno di lasciarmi prendere dalla nostalgia e permettere a questa di addolcirmi un po’, tanto da spingermi ad aumentare di una stellina il voto finale: da una a due. Sono troppo buona.
In conclusione, non mi sento sinceramente di consigliare la lettura di questo libro, neanche come passatempo da spiaggia. Non vorrete mica rischiare che vi venga il nervoso e rovinarvi così la digestione, tanto da pregiudicarvi il bagno pomeridiano, no? (Tranquilli, non potrebbe comunque rovinarvi l’intera vacanza, non ha una tale presa sulla coscienza da costringervi a pensarci tanto a lungo; a meno che non abbiate a disposizione solo un weekend o pochi giorni, in questo caso STATENE ALLA LARGA, lo dico per il vostro bene e per la vostra serenità).
A pensarci su un attimo, però, nell'ipotesi in cui questo agosto abbiate in animo di farvi un bel viaggetto nel Sud della Francia (che merita sempre, a prescindere), potreste comunque prendere in considerazione l'idea di portarvelo dietro (preso in prestito dalla biblioteca, si intende). Ma non per leggerlo. Per usarlo in alternativa alla guida turistica.