Jugoslavia, 1990. L’aria è tesa, le voci dei nazionalisti si fanno sempre più insistenti. Ma c’è ancora tempo, c’è ancora spazio per scongiurare gli allarmi che arrivano dalle zone di confine. In questa atmosfera elettrica, due giovani fanno ritorno alla loro cittadina nella Bosnia orientale. Nene è un artista ossessionato dall'eventualità che il suo Paese possa d’improvviso non esistere più, che nessuno ricordi più cosa significa essere jugoslavi, e immagina di realizzare un’opera che testimoni il mondo in cui la sua generazione è cresciuta. Merima, l’amica degli anni della scuola, crede nella politica, nel sogno di «fratellanza e unità» dei popoli, e cerca di contrastare i venti burrascosi che soffiano nel Paese, sperando così anche di distrarsi da una ferita d’amore. E poi c’è Eliza, la figlia di Merima, una bambina di otto anni che sta pianificando un viaggio per raggiungere il padre che non ha mai conosciuto e di cui conserva solo un biglietto di auguri. Elvira Mujčić, che durante le guerre jugoslave era una bambina come Eliza, racconta i destini individuali attraverso cui si muove il destino di un Paese intero, animato dagli stessi sogni dei suoi protagonisti, che inevitabilmente si scontrano con la fine delle proprie utopie. La Jugoslavia diventa così il simbolo di ciò che accade quando il culto del passato si esaspera e si trasforma in violenza, teatro di paure e inquietudini così simili a quelle del nostro presente.
Bello, bello, bello per ricordare una guerra che, nonostante sia accaduta di fronte a casa nostra, ancora molti fanno finta di non vedere. E non solo una guerra, ma la distruzione di un'utopia, un'utopia di convivenza come il paese costruito da TIto, esistito solo fino a che lui era in vita. Gente che aveva diviso lo stesso marciapiede fino alla settimana prima che spara e trucida il vicino, il compagno di scuola, di partito... Perchè, come dice Mauso Barisone nel suo altrettanto bello Kukavica: Ricordare è un atto di resistenza Raccontare è un atto politico Dare un nome a chi è rimasto invisibile è, forse, il più piccolo gesto di giustizia che possiamo ancora permetterci.
Nene sistemava un cartone telato sul tavolo e iniziava a immaginare il giorno in cui qualcuno avrebbe trovato una tessera del Partito strappata appartenente a una ragazza di ventinove anni di nome Merima a testimonianza che del grande sogno restavano solo la rabbia e il dolore della disillusione.
E poi hai visto che c’è di nuovo l’ananas al supermercato?» «Tu parli di soldi e ananas, qui ne va della nostra vita. Questo è il dramma, la gente si ferma a queste piccolezze.» «Non sono piccolezze, Merima, anche l’ananas conta e qui non si aveva più di che mangiare, i minatori e gli operai non prendevano lo stipendio da mesi. Non si può chiedere di fare questi sacrifici!» «E vogliamo buttare all’aria il Paese?» «Io no, ma questi non aspettavano altro. Si sono finti comunisti finché gli conveniva e adesso tirano fuori quel che sono davvero.»
Nene sistemava un cartone telato sul tavolo e iniziava a immaginare il giorno in cui qualcuno avrebbe trovato una tessera del Partito strappata appartenente a una ragazza di ventinove anni di nome Merima a testimonianza che del grande sogno restavano solo la rabbia e il dolore della disillusione. Intanto, dopo un lungo gracchiare, Merima si era sintonizzata su una stazione radio dove stava giusto passando l’onnipresente Wind of Change; non c’era verso di accendere la radio senza imbattersi nel giro di dieci minuti nella canzone degli Scorpions
«È un bene che non l’abbia riconosciuta, meglio che sia solo vostra, che non ci sia dubbio sulla sua identità. Lo vedete da voi che stanno arrivando tempi bui per i figli che hanno sangue misto, meglio non mettere insieme ciò che deve stare separato» proferì con lentezza il poliziotto seduto, come se sperasse di imprimere nelle loro teste le sue parole. «Ma perché parli in quel modo? Da dove venite voi con queste idee alla vostra età? Chi vi ha cresciuti, ragazzi? Non saremo mica diventati così, adesso?» guaì Meho. «Ma lei la vede la televisione? Legge i giornali?» intervenne il poliziotto. «Bisogna sapere chi sei, devi poter dire: Io sono questo e basta, io sto da questa parte, so da dove vengo, so dov’è il mio posto.» «Ma che discorsi sono?» «Come che discorsi sono? Va così, se non sei tra la tua gente, devi abbassare la testa e soccombere.» «Loro però sono la nostra gente, siamo nello stesso Paese!» «Queste sono le stronzate che ci facevano bere Tito e i suoi, ormai non ci crede più nessuno, anzi non ci ha mai creduto nessuno, ma eravamo obbligati...
nella realtà avevano ragione uomini come Meho che sentenziavano: Un padre così è meglio perderlo che trovarlo. Oppure i poliziotti che insinuavano dubbi spaventosi: Che vita avrà una bambina mezzosangue?
Erano cresciuti con lo spauracchio di un possibile conflitto armato, ma non del genere che li minacciava ora, non tra loro che si credevano fratelli e sorelle. Non avrebbe mai immaginato di sentire persone che parlavano la stessa lingua sfidarsi a vicenda con le armi in mano. Nei film il nemico del loro Paese pronunciava sempre parole incomprensibili in idiomi lontani, duri, feroci. L’incubo che li aveva tenuti in uno stato di oppressione durante i decenni precedenti era legato all’eventualità di essere invasi da una forza esterna, dal mondo là fuori, oltre i confini, qualcuno che detestava la loro gloriosa indipendenza o che vedeva una minaccia nella loro Terza via.
«Mi sento in colpa con Eliza.» «Benvenuto nel mio mondo! È l’aspetto peggiore dell’essere madre.» «Quale?» «Il fatto di sentirti sempre in colpa. Non solo qualsiasi cosa tu faccia, ma persino qualsiasi sentimento tu provi influenza un figlio, che si nutre di ogni tua oscillazione. Dovresti controllarti, non mostrarti triste o disperata perché la tua tristezza si appiccica anche a lui. È terribile e innaturale il vicolo cieco in cui ti spinge l’essere madre...» - nessuno che non sia genitore può capire tale dolore
Da qualche parte lassù, all’altezza della Slovenia, il Paese aveva iniziato a creparsi, le fratture stavano già solcando la terra su cui poggiavano case, strade, città, alberi, montagne, fiumi. Sarebbero arrivate anche lì, il meccanismo era stato innescato. Nene teneva gli occhi fissi sull’oscurità davanti alla corriera, le parole della radio arrivavano a ondate e gli opprimevano il petto. Che fare, che fare, che fare, martellava nella testa. Tranquillo, tranquillo, tranquillo. Non è detto, non è detto, non è detto. Merima, bisogna chiedere a Merima, Merima. Doveva chiedere a Merima se restava ancora del tempo e quanto. Cercava di non ascoltare la radio, le voci, l’autista. Quel che dicevano non aveva alcun significato, non spiegava la situazione, non aiutava a capire a che punto fossero della fine del mondo. Però non sopportava nemmeno il silenzio degli altri viaggiatori. Cos’era peggio: il silenzio o le parole? Il silenzio o le parole, il silenzio o le parole, il silenzio o le parole - che bello, è peggio, il silenzio o le parole?
Meho non capiva quei discorsi, non aveva mai pensato che le confezioni potessero essere tristi o felici, tanto meno che i colori delle confezioni potessero indurre la tristezza o la felicità nelle persone. Cosa ti cambiava se la farina era in un sacchetto marrone o in uno giallo e verde? E poi, come mai tutte quelle farine diverse, svariate confezioni di latte di marche mai sentite prima, tanto che la gente entrava al supermercato e ne usciva tramortita dopo un’ora perché era stato estenuante scegliere? Non erano abituati a una tale quantità di opzioni e ora dalle televisioni li informavano che quel vagare stremato alla ricerca di ciò che si voleva si chiamava libertà, modernità. A Meho sembrava una gran cagata, e non lo diceva perché aveva perso quasi tutti i clienti, comunque a fine anno sarebbe andato in pensione e l’alimentari che aveva gestito per tutta la vita sarebbe stato chiuso, gliel’avevano già comunicato. No, a Meho sembrava una cagata giacché avevano convinto la gente che la libertà equivalesse a comprare più di quel che ti serve. «Come si chiama questo?» domandava a Ferida. «Sei troppo duro, lascia stare, i giovani hanno voglia di leggerezza, cosa sarà mai...» «Tu non capisci... Qui ci stanno convincendo che la felicità, la leggerezza, come la chiami tu, dipendano da ciò che compriamo. Capisci? Si chiama consumismo, e cosa c’è dietro al consumismo?» «Fosse questo il problema. Basta che non scoppi una guerra, basta quello, Meho.» - e invece quante guerra ci hanno fatto, giustificato, per farci comprare la confezione più colorata della stessa cosa...e noi lì a comprare
Nella testa rimbombava la voce di Sead: «Tu credi che un giorno, non so, fra venti o trenta o cinquant’anni, qualcuno saprà che Paese era questo? Cioè, voglio dire, al di là dell’idealizzazione o del disprezzo, com’era davvero? Mi chiedo: ci saranno dei reperti, delle tracce, qualcosa sopravviverà? E se ci saranno, chi analizzerà i nostri cimeli come li leggerà? Sembreremo dei marziani? O peggio, ci archivieranno come impostori?»
Un passo. È finita quando ci costringono con la violenza a dover appartenere all’una o all’altra parte. Un altro passo. L’uccisione di questi tre ragazzi musulmani ha tracciato una linea: noi di qua, loro di là. Un passo ancora. Non si può più tornare indietro, d’ora in poi saremo uccisi perché stiamo al di là di una linea. Un passo in più. La fine è dover stare al di là di una linea invalicabile.
Questo libro è ambientato in jugoslavia negli anni 90, subito prima dello scoppio della guerra che, come ad pggi sappiamo, non solo porterà allo scioglimento della jugoslavia ma porterà anche a milioni di vittime e al drammatico genocidio di srebrenica. Tornando alla storia, il protagonista è Nene, un ragazzo giovane e possiamo dire un po ribelle. Nene mosso infatti da questo spirito viaggia, se ne va di casa, torna oppure, in certi momenti è positivo, in altri negativo. Insomma è un personaggio decisamente confuso da tutta la situazione politica che sta vivendo e non potrebbe essere un protagonista migliore. Questo suo atteggiamento instabile fa si che il lettore lo segua, si senta esattamente come lui. Personalmente ho jniziato la lettura con poche conoscenze pregresse sulla vicenda quindi in certi passaggi la mia confusione era specchiata alla perfezione da questo personaggio. Infatti una delle cose che piú ho amato di questo libro sono i personaggi che la Mujcić è riuscita a modellare alla perfezione: da una parte cè Eliza, una bambina che possiede una delicatezza assurda e che nella sua delicatezza ci mostra le inumanitá che avvengono nel mondo in cui vive, oppure ancora sua madre, Merima, che rappresenta a pieno l’amore per il proprio paese, la passione politica. Lei spesso è quella che tende piú la mano al lettore per fargli capire la situazione politica cosa veramente successe nella Jugoslavia l’ultimo decennio dello scorso secolo. Anche i personaggi marginali sono azzeccati, come per esempio i vecchi del paese con le loro subdole chiacchiere, i genitori talvolta oppressivi… Ho apprezzato molto l’inserimento di vere interviste del tempo o di veri avvenimenti storici seppur l’autrice spesso non fa da insegnante per il lettore spiegandogli esattamente di cosa sta parlando infatti, personalmente, spesso ho alternato la lettura a ricerche personali per seguirla al meglio. Possiamo quindi dire che la storia è lineare e intrattenitiva, il libro è scorrevole ma non superficiale. È una lettura che consiglio!
Questo romanzo introduce il tema della guerra civile in Jugoslavia da una prospettiva laterale, quasi diaristica, che privilegia la visione di un giovane problematico artista apparentemente lontano dai conflitti politici che attraversano la società in cui vive. Molti personaggi appaiono abbozzati, più rappresentativi di una condizione che resi in modo convincente. Apprezzabile comunque il tentativo di descrivere un mondo che sembra subire pressoché inconsapevolmente il dramma che si sta per consumare.
Un libro che racconta un periodo duro e tremendo con una voce delicata e attenta. Il periodo antecedente la guerra in Jugoslavia viene descritto con gli occhi innocenti e colmi di vita dei giovani protagonisti che vengono mostrati per quel che sono veramente. Differenti, quindi, dai vari stereotipi che troppo spesso portano noi occidentali a guardare a est con leggerezza. Anche quando quell'est è a due passi da noi.
una lunga poesia che parla di un tempo sospeso, gli ultimi mesi prima dell'inizio della guerra in Jugoslavia. Incomprensione, incredulità, paura, amicizia, solitudine.