In una Russia del futuro prossimo, dove il confine tra legalità e arbitrio si è fatto sottilissimo, Serëža – stimato filologo, professore universitario sposato e con un'ottima reputazione alle spalle – è condannato a morte per aver consumato un rapporto con una studentessa ancora minorenne e trasferito al Kombinat. Qui viene rinchiuso in una cella dotata di ogni comfort che sembra la stanza di un hotel di lusso, ma tutti i giorni alle 11 in punto è obbligato ad attraversare un lungo corridoio dove lo aspetta Saša, una mitragliatrice automatica attaccata al soffitto che lo giustizierà senza preavviso. L'esecuzione può avvenire in qualsiasi momento, oppure non avvenire affatto. Così, Serëža passa le sue giornate in una dimensione surreale, logorato dall'attesa mentre la vita intorno a lui continua a scorrere… Un romanzo tagliente e perturbante che ci prospetta un universo spogliato di ogni umanità, fino all'estremo paradosso.
“L'umanità, in tal senso, o voleva illudersi o cercava un ulteriore modo per prendersi gioco dei condannati. Sapete, come in quella vecchia usanza inglese per cui ai condannati condotti al patibolo veniva concesso di fermarsi in ogni bettola lungo la strada per farsi un bicchierino. Non è un atto di misericordia. In fondo, è solo un modo per torturarli di più” (pp. 41-42).
Straordinario è probabilmente l’unico aggettivo che riesce a restituire l’impatto di Ciao Saša!. È un libro che costringe a riflettere, che cattura fin dalla prima pagina e non lascia spazio all’indifferenza fino all’ultima.
La scelta di costruire la narrazione come una sceneggiatura è magistrale: una struttura che, invece di appesantire, rende la storia sorprendentemente ritmata e scorrevole. Questo espediente narrativo riesce a dare movimento a una vicenda che, per sua natura, sarebbe statica e ripetitiva, trasformando l’attesa in tensione costante.
Il romanzo colpisce soprattutto per il modo in cui affronta la pena di morte, un atto profondamente disumano che viene paradossalmente “umanizzato”. L’uomo condannato è costretto ogni giorno a prepararsi alla propria fine, mentre chi gli sta intorno lo considera già morto: gli affetti che si allontanano, le guide spirituali che lo abbandonano perché ormai ritenuto un’anima persa. È una solitudine assoluta, costruita e alimentata dal sistema stesso.
Ciao Saša! porta il lettore al cuore di una delle questioni etiche più discusse e irrisolte della nostra storia recente, senza mai risultare didascalico. È un libro che interroga la coscienza, che mette a nudo l’assurdità e la crudeltà di una pratica che pretende di amministrare la giustizia togliendo la vita.
"Una mitragliatrice fa a brandelli un uomo all'istante, in mezzo secondo. Non sentirà niente. È un'esecuzione umana. Sul serio, non abbia paura. Una volta e basta. Non farà in tempo a sentire nulla." Sergej Petrovic Frolov è un professore di filologia all'università di Mosca, sposato con Sveta, sua collega, altrettanto stimata, che viene condannato a morte (PDM) all'inizio del romanzo. La sua colpa è di aver avuto un rapporto sessuale con una studentessa di vent'anni, e quindi minorenne, sebbene lei stessa dichiari di essere stata consenziente. Sveta e Sergej si separano; lui viene condotto in prigione, al Kombinat, e gli viene spiegata la sua condizione. Ogni giorno, alla stessa ora, deve attraversare un corridoio, dove potrebbe essere fucilato da Saša, una mitragliatrice bianca. La PDM è stata reintrodotta per rendere più umane le esecuzioni, questo da due punti di vista: non ci sono assassini, perché non c'è una persona che uccide direttamente i condannati; questi ultimi non soffrono, perché la forza della mitragliatrice li uccide all'istante. Questo paradosso è lo spunto che ho apprezzato maggiormente e che mi ha fatto più riflettere sulla questione della pena di morte. Una volta in carcere, Sergej deve adattarsi a questo stile di vita: tutto è sospeso, in quanto lui non sa quando Saša lo ucciderà. La sospensione in cui vive Sergej viene riproposta in maniera costante ma poi incisiva, avrei preferito più pagine di descrizioni dei suoi sentimenti. Molto interessanti invece le conversazioni con i capi delle quattro principali religioni in Russia. La religione viene interpretata come un modo di salvezza, ma se questa salvezza non c'è, che senso ha? Uno per uno, i quattro smettono di cercare di dare conforto a Sergej, che alla fine rimane da solo. Il romanzo, come scritto subito da Dmitrij Danilov, è spezzettato in scene, come se fossero frame di una sceneggiatura. Questa struttura rallenta il ritmo e non riesce a far empatizzare con il protagonista al meglio. Molto apprezzati invece i riferimenti, espliciti e non, al caro Victor Hugo con il suo Ultimo giorno di un condannato.
TRE STELLE E MEZZO Ciao, Saša! di Dmitrij Danilov (Voland edizioni) è stata una bellissima sorpresa. Chissà perché quando ho letto la trama ho pensato:"no, non fa per me". Invece in questo breve romanzo, siamo sotto alle 200 pagine, ho trovato tutto quello che mi piace: umorismo, angoscia, sarcasmo e riflessioni.