Non si è mai parlato molto di animali nella nostra letteratura. Almeno non nel senso per cui gli anglosassoni o gli orientali sanno fare dell'animale, e specie della belva, della fiera, una raffigurazione di qualcosa dell'uomo. Certo, non siamo mai stati in un contatto vivo con uno di quei paesi dove la belva, di mare o di terra, è una presenza assidua. E occorreva purtroppo che gli italiani vivessero qualche anno prigionieri in India perchè uno di loro potesse scrivere un libro in cui è protagonista una tigre.
Sergio Antonielli (1920 – 1982) è stato uno scrittore, critico letterario e italianista italiano. Come narratore è ricordato per Il campo 29, del 1949, complesso memoriale in cui ha raccontato la propria esperienza di prigioniero di guerra degli inglesi in un campo di prigionia in India, e per romanzi come La tigre viziosa. Assistente alla cattedra di Letteratura italiana di Mario Fubini, diventa poi docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l'Università degli Studi di Milano.
Pubblicato la prima volta nel 1954 nei «Gettoni» einaudiani, La tigre visiosa è il terzo romanzo di Sergio Antonielli, oggi ristampato da Palingenia con la curatela di Alberto Cadioli.
Si tratta di un racconto narrato dal punto di vista di una tigre (o meglio, «un tigro») che d’un tratto, un po’ casualmente, tradisce le sue abitudini alimentari e divora della carne umana. Dapprincipio l’animale ne è disgustato e al tempo stesso sedotto, come ci accade quando per la prima volta fumiamo una sigaretta o beviamo un bicchiere di vino. Di fatti, a poco a poco, il tigro verrà travolto dalla sua nuova scoperta; si lascerà alle spalle l’iniziale repulsione sostituendola col vizio. La voglia e la ricerca della carne umana lo porteranno a riflessioni sulla sua natura, a formulare pensieri a metà tra psicologia e filosofia, conducendolo a un’emarginazione dai propri simili per via di questa sua perversione.
È un testo, quello di Antonielli, senz’altro meritevole di riscoperta; è un romanzo originale, forse un po’ alieno al suo tempo; e purtuttavia, stilisticamente, con la sua prosa esatta e la sua ricchezza lessicale, è comunque figlio del nostro secondo Novecento. Nella Tigre viziosa non si tende a umanizzare – sebbene una lettura allegorica sia pur possibile – a ogni costo il narratore-protagonista, bensì se ne accrescono le sfumature in quanto bestia che nella carne umana trova il suo peccato, la sua solitudine e un’apertura verso una rinnovata consapevolezza.