Talvolta, dall’oblio della letteratura, riemergono opere che, per ragioni non facili da identificare, vi sono cadute e non avevano ragione di meritarselo. È certamente il caso di “Kuno. Un figlio degenere” di Renate Rasp, portato nuovamente all’attenzione del lettore italiano dalla giovane casa editrice Storie Effimere, che sta facendo un lavoro di (ri-)scoperta di opere del genere di per sé già degno di lode.
Renate Rasp nasce a Berlino nel 1935 ed entra nel Gruppo 47, fondato quell’anno – il 1947 – con lo scopo di «rinnovare la cultura tedesca, oscurata e repressa dal regime nazista», come recita la “Nota biografica”, arrivando a pubblicare varie opere tra le quali, come esordio nel mondo delle lettere nel 1967, proprio “Kuno. Un figlio degenere”. È triste dover constatare, tuttavia, che sino alla sua morte, avvenuta nel 2015, Renate sarà «pressoché dimenticata dal mondo editoriale». Eppure, Rasp aveva non solo uno stile fresco e chirurgico, chiaro e tagliente, in grado di render conto della psicologia dei personaggi in modo mirabile ma anche una capacità inventiva degna di attenzione. E “Kuno. Un figlio degenere” ne è, in questo senso, un riferimento esemplare.
Ma Renate Rasp – e lo dimostra con quest’opera – era anche in grado di avvalersi della satira e della crudezza delle storie al fine di far riflettere. “Su che cosa?”, potreste chiedermi; ebbene, se si prende proprio “Kuno.” a riferimento, si può dire che, nel tentativo di stupire e sconvolgere per la trama – che può racchiudersi in un “esperimento grottescamente anti-pedagogico” di un patrigno – lo zio Felix – che intende fare di Kuno, adolescente obbediente e patologicamente solerte, un albero, con la complicità disgustosa e silente della madre di quest’ultimo –, Rasp incarni perfettamente l’appellativo di «specialista del male», come venne definita insieme a Gisela Elsner e Gabriele Wohmann, in un senso che richiama non solo l’idea di scrittrice che coi suoi «testi satirici e crudi [arricchì (e sconvolse)] il panorama letterario alla fine degli anni Sessanta», ma, a mio avviso, anche nel senso di scrittrice che, coi suoi lavori, dimostrò una capacità invidiabile di analizzare il ‘male’ sino a coglierne i mortiferi riverberi sulla psiche umana. In effetti, il ‘male’ al quale sono soggetti Kuno e la madre è quello di una sorta di “terrorismo psicologico”, di costante paura – quella paura che «non è già una punizione?», si chiede lo stesso adolescente –, di sottile violenza prodotta dalla presenza autoritaria e inflessibile del patrigno, lo zio Felix, la cui volontà è l’unica che conti e alla quale si deve sottostare, anche quando questa è diretta a idee completamente folli, come quella di fare di un minore un albero. A tal proposito, avrei tanto voluto chiedere alla Rasp a partire dalla prospettiva di chi sia nato quel sottotitolo – “Un figlio degenere” –, che rappresenta poi – Ein ungeratener Sohn – il titolo originale dell’opera…
Il ‘male’, dunque, l’obbedienza all’autorità e la violenza psicologica mi sembra siano i temi che percorrono tutta la narrazione di “Kuno. Un figlio degenere”.
Una volta chiuso il libro della Rasp mi sono domandato se l’autrice conoscesse gli esperimenti condotti dallo psicologo Stanley Milgram tra il 1960 e il 1963 presso l’Interaction Laboratory dell’Università di Yale dai quali lui intese analizzare il concetto di “obbedienza all’autorità”. Mi sono venuti in mente poiché i comportamenti della madre di Kuno e di Kuno stesso ricalcano quelli di molti partecipanti all’esperimento dello psicologo statunitense che si trovavano in una condizione di eteronomia, e che si vedevano imporre l’ordine di infliggere del male (non realmente indotto, ma loro non lo sapevano) da un’autorità che, di fronte alle loro esitazioni, li spronava con esortazioni che diventavano progressivamente più pressanti. Insomma, il testo della Rasp pare, a modo suo, analizzare il concetto di “obbedienza all’autorità” secondo un’impostazione sperimentale milgramiana, per quanto finzionalmente resa, e pare interrogarsi su che cosa accade quando questa obbedienza è portata all’estremo, focalizzandosi sugli effetti psicologici di chi è soggetto a quella autorità.
“Kuno. Un figlio degenere” mi sembra, in ultima istanza, un testo attualissimo, perché, visto da questa prospettiva, ci ricorda che il passo da “Un figlio degenere” a “Una società degenere”, incline a obbedire ciecamente a un’autorità (ritenuta tale), quale che sia il suo grado di follia, è davvero troppo breve, come peraltro la realtà non ci ha risparmiato dal ricordarcelo e farcelo esperire in tempi così bui come quelli che stiamo vivendo. Alla fine, questo “esperimento grottescamente anti-pedagogico” mi pare si riveli una lezione provvidenzialmente pedagogica per tutti e tutte noi…