Della morte non si può più parlare. È parte integrante della vita, ne accompagna tutte le fasi ma, per paura, ignoranza o scaramanzia, molti non osano neppure pronunciarne il nome. In questo saggio, che d’improvviso si fa romanzo, senza mai perdere la vocazione poetica, Ottieri analizza le influenze del morire sul vivere, consapevole che una vita intensa non può che contemplare costantemente la propria fine. Chi non sa accostar-si alla morte, mentre vive, non è mai veramente vissuto. Complice una lunga malattia, l’autore si sofferma sull’idea della fine in un confronto impervio e appassionato con le posizioni della psicanalisi, della psichiatria, della medicina, ossia della scienza, così impotente nell’orientarsi oltre il perimetro dell’esistenza. Diventa perciò essenziale un dialogo con uomini di religione, filosofi e teologi, partendo da posizioni laiche, ma in rapporto con una dimensione metafisica che rispecchia lo slancio più profondo dell’uomo. Con l’inquietudine intellettuale che l’ha sempre contraddistinto, Ottieri aggiunge un tassello prezioso alla speculazione filosofica sul senso della vita.
Ottiero Lucioli Ottieri della Ciaja, noto comunemente come Ottiero Ottieri, è stato uno scrittore, sociologo e traduttore italiano. Nato a Roma nel 1924, ha cominciato a scrivere a quattordici anni, sulla terrazza di un alberghetto a Villabassa, descrivendo le Dolomiti. Per un certo periodo si dedicò alla letteratura greca traducendo (e pubblicando giovanissimo presso l’editore Capriotti), l’Agamennone di Eschilo, preceduto di un saggio introduttivo. Dopo la laurea ha seguito un corso di perfezionamento in letteratura inglese. Nel 1948 si trasferì a Milano. Fa l’analisi con Cesare Musatti, frequenta la sede del PSI e collabora all’“Avanti”, psicoanalisi e politica sono gli strumenti per entrare nella vita. Viene assunto dalla casa editrice Mondadori. Fra le opere principali: Memorie dell'incoscienza, 1954; Tempi stretti, 1957; Donnarumma all'assalto, 1959; L'impagliatore di sedie, 1964; I divini mondani, 1968; Il campo di concentrazione, 1972; Di chi è la colpa, 1979; Il divertimento, 1984; Improvvisa la vita, 1987; Una tragedia milanese, 1998.
Nella scrittura di Ottieri, che d’altronde non mi è mai andata a genio proprio per questo, vi è sempre un’ansia di fondo, una sorta di frenesia placida che fa susseguire le vicende in maniera meccanica (come nei sui stabilimenti, tanto interessanti?). Per la prima volta, forse, al raggiungimento della vecchiaia, questa frenesia del ragionamento appare giustificata in quella che è una delle sue meditazioni più precise (d’altro canto la prima parte del lavoro è un saggio, seguito da una sorta di romanzo, che poi altro non pare essere che la descrizione di un caso clinico -ma forse tutta l’opera di Ottieri può essere vista come la descrizione di un caso clinico, il suo in primis-).
La meditazione è sulla morte ed essendo questa una delle grandi domande, Ottieri offre osservazioni non originali ma non per questo meno importanti da risentire; anzi nella sua esposizione si può ritrovare molto dell’approccio umano verso la fine: pieno di domande e di ancora più possibili risposte.
Il protagonista del caso clinico, tra l’altro, pronuncia una frase che secondo me racchiude parte della letteratura di Ottieri: “Oggi conta per me solo un mondo interno che ingrana, con forte attrito, col mondo esterno, e viceversa. Il punto di vista da cui comincio è l’interno, o interiore, perché vi sono più preparato. La verità è in quell’attrito. Una verità soggettiva ma oggettiva.”