Ugo Giramondi era un bambino come tutti gli altri fino al giorno della morte del suo adorato nonno "Chiodo", stroncato da un infarto sotto i suoi occhi nel magazzino della grande ferramenta di famiglia. Da quel giorno Ugo perde la facoltà di parlare in modo la sua mente è più che mai viva, ma lui si esprime verbalmente con estrema parsimonia. Il suo silenzio enigmatico e un po' "beota", che molti considereranno un handicap, gli consente tuttavia di sviluppare un'acutezza dei sensi che sarà la sua arma segreta, quella di chi sa auscultare dettagli che gli altri trascurano.
Anziché fare di lui un ragazzo chiuso negli spazi familiari, il silenzio rende Ugo fin dagli anni del liceo il punto di riferimento di un gruppo di amici affiatati e destinati a rimanere legati per sempre. Ma il ticchettio della vita è destinato a spezzarsi dolorosamente una seconda volta il giorno in cui Ugo viene trovato, privo di sensi, sulla scena di un crimine spaventoso, che lo priva di ciò che ha di più caro, eppure, che avrebbe ottime ragioni per aver commesso. Nel suo esordio come romanziere, Oscar Farinetti sceglie di scavare dentro il cuore dell'amicizia, dell'ambizione, dell'amore.
Natale Farinetti, conosciuto come Oscar , è un imprenditore e dirigente d'azienda italiano, figlio del partigiano, imprenditore e politico Paolo Farinetti, fondatore della catena Eataly ed ex proprietario della catena di grande distribuzione UniEuro, uno dei fondatori del noto supermercato Lidl.
Libro insipido, noioso, prolisso e senza un capo né una coda. Un'accozzaglia di riferimenti letterari che molto probabilmente hanno come unico scopo quello di (di)mostrare la "grande" erudizione dello scrittore. Orrenda poi la parte in cui Ugo decide, di punto in bianco, di "riprendersi" l'azienda di famiglia, architettando dal carcere in cui è rinchiuso (!!!) un piano rocambolesco per poterla strappare dal fallimento: un inutile e pesante elenco di strategie di marketing che francamente poteva essere risparmiato. Qualche nota positiva comunque è presente: 1) Durante il romanzo emergono, in maniera sporadica, delle riflessioni sul tempo e sulla memoria che effettivamente hanno un loro perché; 2) il tema del silenzio: nonostante mi ricordi per certi versi la protagonista dell'Ora di greco della Han Kang, il fatto che il protagonista abbia difficoltà nel parlare gli permette di sviluppare un grande spirito di osservazione, di notare particolari che altrimenti sfuggirebbero. Inoltre, grazie a quella determinata condizione, il protagonista riesce ad apprezzare il silenzio, ad accettarlo e viverlo. 3) la seconda parte, intitolata "il processo" (come il libro di Kafka) è quella che mi è piaciuta di più, perché dimostra in maniera lapalissiana come si possa manovrare e indirizzare una condanna a priori, per partito preso, senza tentare di provare a ristabilire effettivamente la verità. 4) La suddivisione delle varie parti riprende titoli di 3 libri: i buddenbrook, il già citato libro di Kafka e il piccolo principe. Di per sé l'idea di fondo potrebbe essere carina, ma lo svolgimento della prima e soprattutto della terza è veramente tragica.
Prolisso: è l’aggettivo giusto per descrivere questo libro. Stracolmo di citazioni inutili, lungaggini e riflessioni semplicistiche, l’ho trovato per lo più noioso. Per non parlare della nota dell’autore a fine libro: una furbata per cercare di dare un senso al romanzo. Peccato perché l’idea di trama sembrava interessante.
La regola del silenzio di Oscar Farinetti è un libro carino, ma poco più. Si legge senza fatica, lo stile è semplice e scorrevole, e l’idea di partenza potrebbe anche incuriosire. Il problema è che resta tutto piuttosto in superficie: i temi accennati non vengono davvero approfonditi e i personaggi faticano a lasciare il segno, risultando spesso più funzionali alla trama che realmente vivi.
La storia procede in modo lineare, senza grandi scossoni, e questo alla lunga rende la lettura prevedibile. Manca quel guizzo emotivo o narrativo che ti spinge a voltare pagina con urgenza o a ripensare al libro una volta chiuso.
Non è brutto, ma nemmeno memorabile: un romanzo che intrattiene per qualche ora, senza però riuscire a incidere davvero. Consigliato solo a chi cerca qualcosa di leggero e senza troppe pretese.
Leggere la sua storia significa anche fermarsi a riflettere sul valore del silenzio, sull’importanza dell’ascolto e sulla possibilità di trasformare ciò che ci ferisce in uno spazio di consapevolezza. È un libro che invita a rallentare, ad accogliere le sfumature dell’animo umano e a guardare oltre le apparenze.
allora. l'idea di base del romanzo non era per nulla male. ma interi capitoli li avrei proprio cancellati perché non hanno aggiunto nulla alla storia (tipo la parte in cui al protagonista viene l'idea di ricomprarsi l'azienda di famiglia, inutile ai fini dell'epilogo e della trama in generale). ecco, questo ha rallentato la lettura. per il resto godibile, il finale mi è piaciuto molto.
Un libro prolisso, inconcludente, interi capitoli descrittivi di vicende inutili al fine del racconto… non mi è affatto piaciuto e ho fatto davvero fatica a portarlo a termine.