Intrecciando la storia tumultuosa dello Sri Lanka e lo sfondo della provincia italiana, le vite di quattro donne si inerpicano lungo sentieri lastricati di rancore, rabbia e amarezza, mentre tentano di andare avanti ritornando indietro, a casa.
«Ho letto Acqua sporca con grande ammirazione ed entusiasmo. Nadeesha Uyangoda toglie la polvere a tematiche sempre piú presenti nella narrativa italiana - straniamento, famiglie vere o immaginate e questioni di classe - offrendo un'esperienza letteraria precisa, fresca, pienamente contemporanea e consapevole dei suoi mezzi». Claudia Durastanti
«Acqua sporca è un grande affresco familiare italiano ambientato in Italia e in Sri Lanka, con una lingua letteraria ricchissima e uno sguardo sociologico particolarmente acuminato, ricco di compassione ma privo di pietà. Dalla specificità di una storia di migrazione Uyangoda riesce a far emergere un'immagine molto piú vasta e complessa del mondo di oggi, nelle sue questioni civili, politiche e identitarie piú brucianti». Vincenzo Latronico
Dopo trent'anni trascorsi in Italia, Neela ha deciso di tornare in Sri Lanka. Come l'attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull'isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella piú piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l'ha costretta a dare in pegno l'unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa.
Nadeesha Uyangoda was born in Colombo, Sri Lanka, and was brought up in the suburbs of Milan Italy.
Her debut nonfiction book, L'unica persona nera nera stanza [The Only Black Person in the Room], received multiple awards, including the 2022 Premio Sila ’49 and the Premio Rapallo “Anna Maria Ortese.” It has been translated into Spanish, co-published by Esto no es Berlin and Los Libros De La Mujer Rota.
She has written on migration, sport, and literature for Al Jazeera, Open Democracy, The Telegraph, Internazionale, Vanity Fair, and La Repubblica. Uyangoda is also the creator and co-host of podcast Sulla Razza, sponsored by Juventus F.C.
“Acqua sporca” di Nadeesha Uyangoda è tra i primi libri candidati all’ottantesimo premio Strega 2026.
Un esordio narrativo potente e stratificato, che intreccia le storie di quattro donne tra lo Sri Lanka e l’Italia, esplorando temi come la migrazione, l’identità, il rancore familiare e le radici spezzate. L’autrice, già nota per saggi come “L’unica persona nera nella stanza”, dipinge un affresco familiare che spazia dal presente precario di Ayesha a Milano alla vita in Sri Lanka di Neela, Himali e Pavitra, dove il ritorno alle origini diventa un viaggio doloroso verso la comprensione di sé.
Attraverso una prosa ricca e consapevole, Uyangoda mescola realismo magico, denuncia sociale e introspezione psicologica, offrendo uno sguardo acuto sulle questioni di classe, politica e identità in un mondo globalizzato. Le voci delle protagoniste si alternano in un flusso narrativo che cattura le maree emotive generate dal distacco e dal riavvicinamento, con frasi incisive come quelle elogiate da Claudia Durastanti e Vincenzo Latronico. Il romanzo non è solo una storia di migrazione, ma un’indagine profonda sulle eredità ancestrali e sulle ferite che il tempo non guarisce, ambientata tra la provincia italiana e l’isola carica di miti.
Mi sono molto piaciuti i passaggi densi per la ricchezza di riferimenti storici e culturali.
Un debutto ambizioso che conferma Uyangoda come voce essenziale della letteratura italiana multiculturale.
Inizia con un una decisione Acqua sporca il libro di Nadeesha Uyangoda che segna il suo esordio nella narrativa e la sua partecipazione tra i finalisti del Premio Strega 2026.
Se di decisioni, grandi e piccole, ne prendiamo costantemente nel nostro vivere quotidiano, questa specifica decisone ha la portata di una piccola rivoluzione, seppur privata, in grado di cambiare una vita. O, per meglio dire, più vite messe insieme.
Neela ha trascorso più di 30 anni in Italia lavorando prima come badante e donna delle pulizie e riuscendo, poi, ad aprire un suo salone di bellezza. A 62 anni di età sente però che è arrivato il momento di ritornare nel suo paese di origine: lo Sri Lanka. Neela è l’unica parte attiva in questo processo decisionale, ma a subirne le conseguenze sono tutte le persone che, direttamente o indirettamente, le gravitano attorno.
Innanzitutto, c’è sua figlia Ayesha. Sebbene la donna abbia quasi 40 anni e conviva in un’altra città con il suo compagno, la decisione della madre la colpisce particolarmente. Inizia così a riflettere sulla propria vita, dalla prima infanzia in Sri Lanka allo sradicamento che l’ha portato a fare dell’Italia la sua nuova patria.
Uyangoda ha una scrittura godibile e ricca, le immagini arrivano nitide dalla sua penna alla mente del lettore. Mi attraggono sempre le storie che parlano di migrazione, forse perché nel mio piccolo l’ho sperimentata. In particolare, la narrazione della scissione identitaria tra la cultura nativa e quella adottiva vissute dalle due protagoniste (madre e figlia), arriva e colpisce. Fa riflettere anche rispetto a quanto ciò che appare migliore a chi è rimasto nella terra natia, sia spesso, in realtà, solo un “sopravvivere” in un contesto diverso. Rimane il dilemma su chi stia meglio, chi rimane, nella semplicità o chi va via con tutto un bagaglio di incertezze, sacrifici (non sempre salvifici) e difficoltà?
Tre e mezzo. Un romanzo sul disagio dell’andare e del tornare, sull’essere stranieri sia nella terra in cui si emigra sia a casa propria, sull’ambiguita dei desideri, su una ferita impossibile da rimarginare. Scrittura ricca ed elegante. Le pagine in cui si descrive la terra natale, lo Sri Lanka, sono di grande sensualità, come addentare un mango. Ci sono tuttavia alcuni punti che funzionano peggio, situazioni descritte confusamente che ho fatto fatica a capire, personaggi che si intrecciano in modo poco comprensibile, lungaggini descrittive. E la figlia della protagonista ha una tendenza a piangersi addosso e vedere sempre il lato negativo di tutto che ho trovato abbastanza insopportabile.
Approcciando ad Acqua sporca avevo già in mente che sarebbe stata una lettura complessa e significativa, per i suoi contenuti ma anche per il significato che questo romanzo reca con sé, scritto da un'autrice dello Sri Lanka e italofona che spesso ho avuto modo di apprezzare in precedenza per i suoi articoli e i suoi interventi nei podcast.
Si tratta sicuramente di un romanzo intenso e ambizioso, che vuole indagare tanti temi complessi e stratificati come quelli della migrazione, dell'identità e dei legami familiari da un punto di vista specificatamente femminile e intergenerazionale.
Ho apprezzato molto le suggestioni da "realismo magico" - non mi viene altro termine più calzante per catturare quelle impressioni sovrannaturali che sono sparse lungo tutto il romanzo - che sono gestite senza ingenuità, ma con la voglia di creare un vero valore evocativo di una cultura bellissima, spesso totalmente ignorata dal pubblico italiano.
Lo stile è molto introspettivo e denso, e per questo la narrazione procede con calma e lentezza. Si tratta di una qualità che io, personalmente, come lettore non apprezzo molto se diviene un meccanismo insistito, ma che qui, tutto sommato, regge bene.
Dunque un'ottima occasione per Nadeesha Uyangoda per farsi strada nel panorama della letteratura italiana contemporanea. Di più, sono felice che questo romanzo sia stato incluso nella dozzina dei libri candidati al Premio Strega del 2016.
Durante la lettura di questo libro solo poche pagine sono rimaste intonse, sottolineature e segni di vario tipo ne costellano talmente tante parti che scegliere una citazione non potrebbe non essere riduttivo.
Nadeesha Uyangoda dipinge un quadro corale, capace di cogliere le multiformi identità delle protagoniste. Conosciamo più versioni dello stesso personaggio, non solo attraverso i punti di vista e le narrazioni delle altre, ma anche tramite esternazioni di pensieri privati che forse avrebbero dovuto restare tali ma che il narratore, impietosamente, rende visibili a tutti.
Conosciamo, quindi, il segreto di Himali, la solitudine più nera di Pavitra, l’apatia in cui si è forzata Neela, i lucchetti che Ayesha ha posizionato su una parte di sé, sopprimendo emozioni che smaniano per essere sentite, non capite o psicanalizzate. E poi, a un certo punto, ci si rende conto che nessuna di queste situazioni appartiene a un unico personaggio, ma che tutte ne sono attraversate, prima o poi. Lo scollamento tra la realtà vissuta, quella ipotizzata e, ancora, quella sognata, è presente nelle vite di tutte le protagoniste, sebbene in forma e misure diverse. Coprendo un così ampio spettro di esperienze umane, le vicende narrate dall’autrice non possono lasciare indifferenti. Io mi sono riconosciuta nelle risposte piccate di Neela, nei desideri di Hirunika, nelle crisi e disillusioni di Ayesha, nei silenzi esplicativi tra Pavitra e Himali.
“Acqua sporca” è il risultato “ultimo” di una reazione chimica i cui componenti primari sono i rapporti di sangue, che, complice la distanza, prima fisica e poi emotiva, si diluiscono al punto che le particelle rimaste non bastano per giustificarne il termine. Diventano altro e altri rapporti li sostituiscono, ma tutto lascia un segno, per cui la mescolanza che ne deriva non può essere che “acqua sporca”.
Eppure…
«[…] c’erano nei suoi lineamenti tracce di trasformazioni radicali, sembrava che fosse in un perenne stato di muta. Cambiare la pelle, farsi altro, ricominciare per sopravvivere – perché non è vero che il sangue diluisce in acqua sporca: ai propri yakshaya non si sfugge, allora bisogna spogliarsi del volto, indossare maschere nuove per far perdere le tracce.»
Ho apprezzato la narrazione di storia e usi dello Sri Lanka, la contrapposizione tra progresso e magia, il saper dare voce al disagio del non appartenere a nessun luogo. Però, a mio parere, è inutilmente prolisso e spesso confuso. Ayesha insopportabile.
Per quanto un albero possa diventare alto, le foglie cadendo ritorneranno sempre alle radici. Le donne protagoniste indiscusse di questo romanzo sono sempre, in qualche modo, presenti nel mondo e assenti da loro stesse. si aggirano sulla Terra a due continenti di distanza le une dalle altre, alla ricerca di qualcosa: uno scopo, redenzione, un figlio, un futuro migliore. Ayesha, figlia di Neela e immigrata dallo Sri Lanka a soli 4 anni, all'esterno sembra avercela fatta. Ha una carriera da artista, un trilocale nella Brianza e un compagno affascinante. Dentro, vive tra i suoi demoni (che i cingalesi chiamano yakshaya) e le sedute di psichiatria che cercano di ancorarla al mondo. In generale, avrei preferito più trama e meno approfondimento psicologico che è davvero ben fatto, ma a tratti ridondante. Ho imparato molto della cultura cingalese e del valore della diaspora, facendo luce sul punto di vista di tutti quegli immigrati che si sentono sradicati e fuori posto.
Noi non saremmo mai state classiche, noi nascevamo già posticce.
Neela, dopo trent’anni trascorsi in Italia, decide di tornare al suo paese natale in Sri Lanka. Ma la bella isola è cambiata almeno quanto lei e, in sua assenza, le due sorelle Pavitra e Himali sono diventate donne ai margini, insoddisfatte e mai del tutto realizzate, che hanno cresciuto a loro volta figlie con esistenze precarie e identità ancora tutte da definire. A loro si aggiunge anche la figlia di Neela, Ayesha, trasferitasi con la madre in giovane età senza mai essersi adattata del tutto e continuando a scontrarsi con le aspettative disilluse e un sogno di appartenenza inaccessibile.
Uyangoda intreccia abilmente le storie femminili di questa famiglia. Madri, sorelle, figlie. Tutte alle prese con l’amalgama di passato e presente, divise tra uno Sri Lanka fitto di tradizioni e preconcetti e un’Italia moderno, frenetica, impaziente. I temi della migrazione e dell’identità culturale si declinano al femminile e diventano questione di genere: con quanti ostacoli in più si interfaccia una donna migrante, rispetto a un uomo? Barriere linguistiche, lavori precari e degradanti, mariti che si allontanano, se non spariscono del tutto. Ritagliarsi il proprio spazio sentendosi accettate, ancora oggi, è un’utopia.
C’è poi lo scontro generazionale continuo in un contesto di precarietà e senso di sradicamento che esaspera i conflitti madri-figlie. La seconda generazione spesso non trova né la soddisfazione morale, né la compensazione economica e guardando alle proprie madri, vede solo una povertà difficile da scollarsi di dosso, diluita dalle rinunce e dalle sottomissioni al dominio maschile. E dunque il presente di queste donne è un terreno ambiguo, torbido come acqua sporca e i ricordi mordono con denti affilati.
La lingua di Uyangoda è piena di suggestioni, metafore, simboli. Rimugina di continuo e, mancando grandi azioni, la narrazione si gioca perlopiù sul piano dei dialoghi interiori e dei ricordi. Resta quindi statica, prolissa e pure un po’ pretenziosa. Se si fosse incaponita meno sulla forma, già con il contenuto emotivo che porta, forse mi avrebbe colpita ancora di più.
Molto contenta di aver letto "Acqua sporca" prima che venisse escluso dalla sestina del premio Strega di quest'anno, perché altrimenti avrei dato precedenza ad altri titoli e mi sarei persa una piacevole scoperta. Nadeesha Uyangoda ha una prosa arguta, acuminata, fresca e sarcastica, perfette caratteristiche per narrare la tematica cardine del libro (ma non l'unica) con uno sguardo estremamente acuto e ricco: la migrazione. Il romanzo si sviluppa attraverso il punto di vista di cinque donne srilankesi, grazie alle quali lə lettricə riesce ad avere una visione completa della famiglia di Neela, la quale mette in atto quello che diventa l'espediente narrativo della storia, ovvero il suo desiderio, dopo trent'anni e passa trascorsi in Italia, di trasferirsi nuovamente in Sri Lanka. Questa sua decisione avrà ripercussioni sulla figlia Ayesha, in Italia con lei anche se distante geograficamente, e sulle due sorelle, Himali e Pavitra, e sulla nipote Hirunika, che invece hanno sempre vissuto in Sri Lanka e vedono folle la scelta di Neela di tornare in un paese che non è piu in grado di offrire nulla.
La coralità del romanzo dà l'occasione di sviscerare numerose riflessioni e tematiche, e l'autrice è estremamente abile nel descrivere stati d'animo e pensieri delle protagoniste, affrontando il tema della migrazione di prima e seconda generazione, dell'integrazione, del trattamento degli immigrati in paese straniero, dello straniamento che vivono le persone che lasciano il proprio paese per un altro che nemmeno le vuole, della dissociazione dei migranti di seconda generazione e della loro difficoltà di sentirsi ed essere appartenenti a un posto, a entrambi o a nessuno, il tutto narrato con grande attenzione sociologica.
Molto interessanti anche gli aspetti che concernono la tradizione srilankese, che consente slanci di realismo magico che permettono ancor di più di immergersi in una cultura di cui, personalmente, non sapevo nulla.
"Acqua sporca" è l'esordio narrativo di Nadeesha Uyangoda (si è cimentata prima in altri testi, ma di saggistica), un romanzo davvero delizioso e al contempo agrodolce, e, anche se non l'ho trovato sbalorditivo (ma questo è un mero gusto personale, in realtà l'autrice ha tutte le carte in regola per scriverlo davvero, un romanzo sbalorditivo), a mio avviso si meritava il posto de "Lo sbilico" nella sestina finalista. E questo è poco ma sicuro.
Se il tema principale del romanzo – lo sradicamento dal proprio paese, l’emigrazione e la difficoltà di integrarsi nel paese e nella cultura di arrivo, per la prima generazione, il conflitto identitario tra le proprie origini e ciò che si è assorbito nel paese in cui si è cresciutə per la seconda generazione – è già stato affrontato in innumerevoli opere, rimangono comunque numerosi spunti specifici. In primis tutto ciò che concerne la cultura dello Sri Lanka, luogo poco conosciuto in Italia e sicuramente poco frequentato dalla letteratura, rispetto ad altri Paesi. In secondo luogo una bella sincerità nell’indagare i vari sentimenti legati al tema, come il fatto che il ritorno sia legato all’esigenza di accertarsi che nel paese di origine sia rimasta una traccia di sé, della propria esistenza, come invece si sente che non è rimasta in quello dove si è emigratə (soprattutto se con certi ruoli lavorativi molto invisibili, come la badante), o il mito di un paradiso che si crea per chi è restato nel paese di origine perché chi è emigrato, per non dare l’impressione di un fallimento o per non fare preoccupare le persone restate, offre solo un resoconto edulcorato, che rimuove tutti gli aspetti infernali o purgatoriali per lasciare solo quelli paradisiaci (ridotti soprattutto al guadagno, irrisorio per il paese d’arrivo, ma elevato per quello di partenza). In terzo luogo l’indagine dei rapporti di potere, in cui entra l’etnia, la provenienza, il ceto (ma qui si vede come anche un riscatto economico non cancella l’impressione dei primi due elementi o di un ruolo originario, come se la povertà si cristallizzasse, oltre a passare di generazione in generazione, tant’è che Neela, anche quando avvia una propria attività, rimane per moltə la badante, sempre con un atteggiamento di superiorità coloniale). Pagine molto dure e molto belle sono dedicate alle varie persone migranti che finiscono a fare lavori malpagati, in condizioni disastrose e irregolari, ma appunto costrette da questo sbilanciamento del potere e della distribuzione del benessere, che le costringe a rimanere a farsi sfruttare per incrementare il benessere della parte del mondo che ne ha già di più. Ma qui l’autrice introduce un discorso più originale, ossia il desiderio di avere di più, di accedere almeno in parte a quel benessere, che alla fine spinge molte persone a aumentare gli anni di vita miserabile per incrementare lo status della propria famiglia e, una volta tornate, il proprio; così le vittime del capitalismo lo sono due volte, prima come sfruttate e poi come consumatrici invischiate in quel meccanismo vizioso di lavorare di più per acquistare di più, in un costante slittamento della felicità in un futuro sfuggente (perché legato a una condizione che soddisfa per poco, prima di vertere in insoddisfazione per la mancanza di un nuovo oggetto). Tra i rapporti di potere ci sono anche quelli familiari, che si intrecciano alle tensioni sociali e culturali, tra invidie, incomprensioni e differenze, aggiungendo un ulteriore piano di senso o di complicazione della realtà Nelle parti in cui la protagonista è la madre della narratrice principale (e che per questo è narrata con una voce onnisciente in terza persona), emerge molto chiaramente come chi la assume abbia un atteggiamento ancora fortemente improntato al colonialismo (e infatti giustamente queste persone sono definite padroni), chi in maniera sfrontata (tanto da dare loro un nome pronunciabile/normale alla persona assunta, come se fosse un cane) e chi in maniera più celata, anche mescolata a un sincero affetto, ma sempre con quel velo di ipocrisia dovuto a un rapporto di potere fortemente sbilanciato (e il pagamento in nero è il primo sintomo di ciò). Proseguendo, questi aspetti vengono approfonditi e si arricchiscono di dettagli e sfumature, come il fatto che il lavoro di badante, sottraendo l’affetto di chi lo fa alla propria famiglia per dirottarlo, come lavoro totalizzante, a una persona di un’altra famiglia che non ha il tempo o la voglia di occuparsene, è anche una sottrazione della vita, di anni di esistenza che si incarnano unicamente nella possibilità di guadagnare qualcosa, con un mostruoso appiattimento esperienziale. Nelle parti dove il narratore è la figlia di Neela, Ayesha, narrate in prima persona, emerge tanto l’imbarazzo di non avere i codici comportamentali per muoversi in modo naturale nella società in cui si è emigratə (quindi il senso di occupare abusivamente lo spazio) – chi legge diventa così più cosciente di quanto tutta una serie di gesti per noi scontati siano in realtà parte di un rituale sociale arbitrario e costruito proprio per rinsaldare il gruppo sociale e affermare la propria appartenenza ad esso, potendo così risultare in mezzi di esclusione e di discriminazione, per quanto involontaria -, tanto quello di sfruttare artisticamente le proprie origini, con opere di denuncia rispetto alla vocazione coloniale dell’Occidente, pur essendo cresciuta e avendo in un certo senso approfittato di questa vocazione (oltre ad essere cresciuta desiderando di acquisire gli oggetti simbolici di tale vocazione, come la borsa di una determinata marca, per dissimulare la propria estraneità). Ciò naturalmente innesca una riflessione più ampia sul ruolo dell’arte rispetto alle identità e sul discorso dell’appropriazione culturale: quanto è corretto che qualcosa che si vuole libera espressione creativa sia da un lato spinta dal mercato e dalle aspettative in una certa direzione (penso che pochə artistə Bicop si sentano liberə di creare al di fuori dal discorso identitario, perché è ciò che il mondo dell’arte si aspetta da loro, come balsamo ipocrita per la propria coscienza – mondo dell’arte comandato comunque da occidentali), dall’altro connessa a una sorta di diritto di sangue, per cui chi non è di una certa etnia è molto malvistə se crea opere adottando il punto di vista di qualcunə che vi appartiene (senza che ciò sia legato a un giudizio su quanto tale sguardo sia viziato da bias culturali e quindi rischi di perpetuare stereotipi o quanto invece riesca davvero a immedesimarsi nell’altrə). Ovviamente quest’ultimo discorso si lega anche a quello dello spazio pubblico lasciato a certe voci di minoranze, poiché se fino a poco fa non era loro concesso, ora giustamente si infastidiscono se esso, finalmente strappato con le unghie e coi denti alle classi di potere, viene da queste invaso, sottraendo loro nuovamente spazio. Avanzando nella lettura, queste parti approfondiscono ancora di più la critica all'ipocrisia del mondo dell’arte Occidentale, che non ha alcun genuino interesse per artistə Bicop, se non quello di monetizzare la loro razza e il senso di colpa dell’Europa coloniale (dimostrando quindi un razzismo più subdolo e ipocrita, poiché in primo piano non è mai presentata l’arte dell’artista, ma la sua etnia, in una sintesi tra identità e arte che non è imposta a artistə occidentalə); a cui si aggiunge il fatto che tale mondo rimane fortemente influenzato dal ceto, risultando quindi borghese come le persone che lo consumano ed estremamente difficile da frequentare per chi non ha soldi o il sangue giusto (cioè famiglie già nell’ambito). L’ipocrisia di questo mondo, che alla fine ripropone in un certo senso le dinamiche colonialiste, ma mascherandole come riscatto e redenzione, è resa bene dalle seguenti frasi: “La ricchezza e la superiorità morale del museo occidentale si basano sullo stretto legame tra l’estrattivismo industriale e l’estrattivismo delle opere d’arte. Non ci hanno rubato solo le statue, i dipinti e le ossa, ci hanno rubato la possibilità di essere artisti”, arte pagata quindi con il colonialismo, ma anche arte ancora coloniale perché impone il tema artistico a chi non è Occidentale, come se anche a loro dovesse interessare quello che interessa alle persone bianche europee/statunitensi. Proseguendo, vengono toccati altri temi, come i disturbi psichici, parte ascrivibili al patrimonio genetico e parte ai traumi infantili, di un’infanzia con una madre che non sa come trasmettere l’affetto e priva di mezzi e con la coppia che l’ha assunta come badante come famiglia desiderata e in parte sostitutiva, capace di dare affetto, benché venato di tutti i problemi che questo rapporto molto più sbilanciato e ambiguo del solito comporta (in primis per una condotta che è una sorta di razzismo bonario, perché si premura di fornire alla bambina esperienze che non potrebbe avere, ma con un accento sulla sua etnia) e dotata di ampi mezzi (e qui i demoni srilankesi a cui si ascrivono le malattie si avvicinano in effetti a queste tare biologiche o ai disturbi che i traumi dell’esistenza fanno sviluppare, mostrandoci un diverso approccio culturale a problemi identici e rimarcando come, se quella che è ritenuta una scienza, per quanto inesatta, come la psicologia procede a tentoni e si basa sull’impatto che si riesce ad avere sulla psiche del-la paziente e sulla sua volontà di collaborare, un rito sciamanico o un esorcismo, per quanto ai nostri occhi barbarico, non si basa su principi tanto diversi). Le parti con protagonista la zia di Ayesha, Himali, è nuovamente narrata in terza persona ed è tutta ambientata in Sri Lanka, offrendoci così uno sguardo più approfondito sull’isola e sulle sue credenze e usanze. La riflessione di base è però quella sulla povertà, che cambia solo forme da un paese all’altro, ma ben poco la sostanza, incidendosi nei gesti e nei pensieri di chi vi è cresciutə, anche se poi arriva a una condizione più agiata. Si vede proprio come sia, in un certo senso, una malattia cronica, che marchia l’esistenza e può essere tenuta a bada dal farmaco dei soldi, ma non guarita. Anche le parti con protagonista un’altra zia di Ayesha (sempre con una narrazione in terza persona), Pavitra (incarnazione della sfortuna e dell’accettazione passiva), è ambientata in Sri Lanka. In queste parti sono approfondite soprattutto le credenze esoteriche, bollate dall’Occidente come superstizioni, ma qui invece presentate con un pari diritto di esistenza rispetto alle nostre, di credenze, che reputiamo più vere perché più scientifiche (a parte che anche da noi moltissime persone credono nell’astrologia e in molte altre cose soprannaturali). Molto tagliente è interessante l’affermazione che con la presunzione che la conoscenza sia la propria e quella degli altri sia superstizione , ossia il mito della modernità, si è arrivati alla caccia alle streghe, individuando nel progresso l’unica strada possibile, in una sorta di monoteismo che idolatra e insegue le varie tecnologie come se fossero magie. D’altra parte è ciò che afferma anche lo studioso Culianu, nel suo Eros e magia nel rinascimento: la tecnologia non ha fatto altro che rispondere ai desideri che l’essere umano già avvertiva nell’antichità, come lo spostamento rapido su lunghe distanze o la comunicazione in tempo reale ai quattro angoli del pianeta, impiegando i mezzi che all’epoca delle credenze magiche ancora non c’erano. Magia e tecnologia, quindi, non sono così lontane, ma sono solo strumenti per rispondere ai desideri dell’essere umano e l’unico vero discrimine è che la seconda funziona quasi sempre indipendentemente dalle credenze, mentre la prima funziona solo per alcune cose e solo se ci si crede, ma sono fenomeni paralleli nel tentativo di dare un senso alla realtà e di piegarla alle proprie esigenze. In queste parti si ha una sorta di protagonista secondaria, ossia la figlia di Pavitra, Hirunika, che desidera emigrare anche lei in Europa e fornisce quindi il punto di vista di chi ha questo impulso a lasciare la sua terra per seguire il miraggio di un’esistenza di ricchezze e soddisfazioni (miraggio perché solo a volte ciò avviene). Questo sguardo funge quindi da controcanto a quello di Ayesha e lo si vede molto bene quando Hirunika si chiede da cosa Ayesha piagnucolava di essere stata sradicata nei suoi social: “da questa vita di merda?”. Lo scontro dei due sguardi mette in luce un’insoddisfazione universale rispetto alla propria esistenza, indipendente dalle reali condizioni di vita, ma basata sull’impressione che la vita delle altre persone sia più felice, più desiderabile; impressione errata dovuta in parte al filtro deformante dei social, dove tutto è patinato per sembrare stupendo, e alla maschera che si tende a indossare in pubblico, per apparire più felici e realizzatə di quanto non si sia, in parte a un certo egocentrismo che ci fa sembrare le nostre sofferenze sempre eccezionali rispetto a quelle delle altre persone, come emerge molto bene da una domanda di Ayesha al compagno: “Ma non ti pare che la mia vita sia stata particolarmente di merda?”. Ci sono poi innumerevoli riflessioni secondarie che punteggiano e arricchiscono il tessuto narrativo. Ad esempio riflessioni su una discriminazione basata ancora prima che sull’aspetto, sulla lingua, con una gerarchia nella loro accettazione riflesso della condizione economica del paese in cui si parlano. O anche sul fatto che il possesso di oggetti costosi/di lusso da parte di persone non bianche o non abbienti richieda una giustificazione, sia socialmente visto con sospetto; altra forma di discriminazione, ma anche di autocensura, poiché la persona stessa che li possiede sente la necessità di autogiustificarsi. O ancora sul peso che la propria cultura esercita sui nostri desideri, per quanto si cerchi di emanciparvisi, come quello di possedere una casa, unito all’illusione di renderla più propria, più originale, scegliendo di riempirla in un determinato modo, quando alla fine quasi tutto quello che si acquista per farlo viene da cataloghi o catene di negozi (persino il design non è più espressione identitaria, ma solo di una condizione socio-economica e si esprime nello stesso modo da paese a paese, cosicché potenzialmente si può avere un appartamento in Puglia arredato come uno in Lapponia). Lo stile, per quanto non sperimentale, è molto curato e tutt’altro che banale, regalando spesso immagini o frasi stupefacenti ed evocative, come la seguente: “Certe persone si lasciano dietro solo sabbia bagnata e microplastiche” per una persona amata che se ne va senza spiegazioni. La forza maggiore di questo romanzo è la sua capacità di mostrare come tutti questi temi siano interconnessi, di rendere quindi la complessità del reale, che non contempla temi e aspetti sviscerati dal contesto e da una rete di concause e reciproche influenze, necessitando quindi di un approccio della narrazione intersezionale e sistemico. Riuscire a farlo mantenendo la narrazione naturale e piacevole, senza cadere nel didascalico o nel programmatico, tipico dei romanzi a tesi, richiede una notevole bravura, ma in effetti le varie riflessioni evidenziare nel commento sono tutte inserite nella narrazione in modo implicito o, nel caso sia esplicito, in naturale concordanza con la voce dei personaggi, cosicché non sembrano mai imposte. La trovata di sdoppiare la narrazione su quattro voci permette invece di fortificare questa sensazione di intersezionalità, poiché ciascuna è più sbilanciata verso certi temi, ma l’intrecciarsi delle voci mostra come siano inestricabilmente intrecciati anche i temi (oltre a portare sulla pagina anche le tensioni famigliari, a questi temi interconnesse). Infine, l’ho trovato un romanzo coraggioso per il suo piglio di denuncia, non certo spinto piattamente in superficie, ma insidiosamente presente, radicato in profondità e tagliente.
Protagonisti di Acqua sporca sono il disagio dello sradicamento e il dubbio costante su dove – e se – sia possibile appartenere davvero. La contrapposizione tra magia e progresso, memoria e modernità restituisce bene la voce del disagio di chi non appartiene a nessun luogo. Il libro intreccia le vite delle donne della famiglia Balasinghe a temi importanti come solitudine, disparità sociale, migrazione e razzismo. Il confronto tra le prospettive di chi resta e chi parte è uno degli aspetti più riusciti: da un lato l’illusione che l’Occidente offra salvezza e progresso, dall’altro la convinzione che chi è rimasto viva una vita più autentica. Ma ciò che appare “migliore” a distanza, si rivela soltanto un diverso modo di sopravvivere. Interessante è anche la riflessione sull’ambiguità dei legami: l’affetto può davvero coesistere con rapporti di potere squilibrati? Il romanzo mostra il sottile confine tra intimità e subordinazione. Purtroppo i personaggi restano in parte abbozzati e la figlia della protagonista – ripiegata su una visione negativa e autocommiserativa – risulta a tratti difficile da sopportare.
Leggendo le recensioni al testo, non posso che dissentire da chi ne dice i personaggi abbozzati, in attesa di un approfondimento più corposo, in quanto v'è, nelle lunghe e numerose fila tematiche che percorrono Acqua sporca, il giusto profilo di ognuna delle donne che dà vita alla spola tra Lombardia e Sri Lanka.
È la lingua che avvicina l'opera, che davvero per ampiezza di esperienze avrebbe potuto folgorare, a tanta altra parte della letteratura contemporanea italiana a lasciarmi perplessa – le solite costruzioni, le solite similitudini, la solita ricerca della frase conclusiva a effetto o di una modalità di dialogare che, semplicemente, non ha nulla di attinente alla realtà (ancora devo trovare chi dica, nel mondo non anglofono, «fottuto», e spero di non trovarlo mai). Specie in un testo simile, intrecciato a due poli e dalle protagoniste spersonalizzate tra vita e desiderio d'essere/non essere, avrei apprezzato la sperimentazione che sembra mancare nel contesto italiano, forse per idiosincrasie editoriali e di mercato.
Ero stata molto favorevolmente colpita da “L’unica persona nera nella stanza” , secondo me l’autrice dà il meglio nella saggistica. Questo libro per me perde efficacia nella parte strettamente narrativa, rimane buono nella parte in cui si parla dell’immigrazione e della difficoltà di vivere come seconda generazione.
Sarebbe più un 2.5 forse. Pretenzioso e talvolta scritto male, con frasi che non girano e devo rileggere per capirne la sintassi. Domani ne scrivo di più
La scrittura è molto elegante ed evocativa ma purtroppo non mi ha convinto. È una storia familiare molto bella ma poteva essere sviluppata meglio in un vero e proprio romanzo familiare. Mi è sembrato più un racconto breve in cui sono state condensate le storie di queste donne insieme a riferimenti alla cultura e alla storia anche politica dello Sri Lanka,molto interessanti.
"Acqua sporca" parla di una realtà storica che accomuna la maggior parte della popolazione globale. È una realtà silenziosa e pesante di cui siamo spesso educati a conoscere ma che non comprendiamo fino in fondo. Nadeesha ce lo racconta profondamente, sviscerando i pensieri più intimi dei personaggi con una scritta ricercata e coinvolgere.
#libroletto #sra #curioso #EIM #consigliato daleggere Ho l'impressione che sia un grande libro anche se non ho gli strumenti e non trovo le parole per spiegare. È un libro dolente forse disturbante. La forza è una prosa ricca e un racconto duro ma mai eccessivo. Ci dona uno sguardo "altro" che evidenzia una nostra cecità selettiva. Procede a quadri e salti temporali che obbligano a una fatica per me difficile. belloNadeesha Uyangoda
Non un romanzo; poteva essere un libro di memorie o un saggio. Ci sono delle cose importantissime (povertà, migrazione, famiglia, ecc.) che l'autrice riesce a spiegare molto bene, ma non a mostrare (far vivere chi legge attraverso l'esperienza del personaggio) se non in pochissime occasioni
Proverò comunque a leggere altri lavori dell'autrice perché viene a riempire un vuoto grandissimo e a dare voce a chi fin ora non ne ha avuta una
Una scrittura elegante, ricercata, ricca di riferimenti e molto potente. Una riflessione sul concetto di casa, appartenenza, differenza generazionale. Un libro che parla di cura, di magia, di cambiamento rimanendo sempre profondamente rispettosa delle differenze e dei punti di vista. bellissimo.
Lo scambio continuo tra le prospettive di chi resta e chi parte in un’esperienza di migrazione, e le rispettive illusioni, é molto interessante. Così come lo è la riflessione sulla possibile coesistenza tra affetto e rapporti di potere nell’esperienza di famiglie in cui la cura degli anziani è demandata a badanti, che entrano stabilmente nel nucleo familiare. Tuttavia, in questo continuo cambio di prospettiva la natura delle protagoniste - le donne della famiglia Balasinghe, attraverso due generazioni-, la specificità di ciascuna e persino il destino che le accomuna rimangono appena abbozzati.
Un libro intenso che intreccia temi e storie importanti con crudezza e sincerità come strumenti di analisi. Nadeesha non si risparmia: trascina se stessa e il lettore a guardare la realtà acquisendo punti di vista diversi, toccando (e talvolta persino sentendo) dolori diversi. Non è giusto ridurre la trama al tema, per altro importantissimo, dell’emigrazione e del ritorno: il romanzo parla di rapporti tra madri e figlie, dí padri distanti emotivamente prima che geograficamente, dí scontri generazionali, dí solitudine e di dolore che ha le sue radici nel profondo, dí depressione, dí psicanalisi di fede…. Impossibile non riconoscersi in almeno uno dei personaggi a prescindere dal paese di provenienza. Un libro intenso, quindi, che a mio modesto parere, ha il solo limite dell’urgenza in alcuni punti e di intellettualismo in altri. Un limite davvero trascurabile davanti alla bella storia che è narrata e alla bella scrittura di Nadeesha Uyangoda , colta e raffinata
Neela decide di tornare in Sri Lanka dopo trent'anni in Italia. E questa decisione innesca un ingranaggio narrativo che coinvolge le donne della sua famiglia, distribuite tra le due sponde del processo migratorio: la figlia, le sorelle, le nipoti. Questo romanzo é un modo prezioso di riflettere sui tanti sguardi e sulle diverse prospettive attraverso cui si può capire, sperimentare, soffrire o essere estromesse dal viaggio emotivo che rappresenta la migrazione. Un romanzo corale pieno di intuizioni, di sequenze memorabili, di dolore, di intelligenza e anche di magia. Quella magia intraducibile che popola l'isola di demoni e che altrove diventa una diagnosi di psicopatologia. Non si può dire che sia una lettura scorrevole. Ho dovuto rileggere varie frasi più di una volta. Il prezzo da pagare per un testo illuminante e densissimo.
Non ho amato tanto come mi aspettavo questo libro. Le premesse, la trama, i tasti che ha toccato erano a me molto cari. Tuttavia ho trovato che la trama si svolgesse con salti bruschi che non lasciano entrare al 100% al cuore della storia. Speravo di sentire la voce di Neela, vera protagonista, e invece si è sentita solo sotto l’eco di Ayesha. Non ho poi gradito alcune frasi impacchettate tipo “c’era la quotidianità da addentare senza farsi mordere”: il libro ne è pieno, frasi da baci Perugina che rendono per me lo stile molto scadente.
"Acqua sporca" è la storia di quattro donne, ambientata tra Italia e Sri Lanka. Neela capisce che, nonostante viva nella provincia milanese da trent'anni, è condannata all'immobilità e allo straniamento; sua figlia Ayesha è alla continua ricerca di un senso di appartenenza; Pavitra e Himali inseguono perennemente qualcosa. L'ho trovato a tratti commovente, ma anche molto onesto.