Alcide ha quarant'anni, a volte dorme ancora con sua madre, prende sette pasticche al giorno (cinque la mattina e due dopo cena), ed è considerato «un paziente lucido, vigile, collaborativo, dall'eloquio fluido». È un essere umano «difettoso» tra i tanti, ma i suoi difetti stanno tutti dentro quattro pagine di diagnosi controfirmate da uno dei piú famosi psichiatri «disturbo bipolare», «spettro dell'autismo», «dissociazione dell'io», «antipsicotici», «pensieri di mancata autoconservazione»... Dal suo esilio in una cittadina dell'Abruzzo, dove ogni cosa sembra da sempre uguale a sé stessa, Alcide ci racconta il tempo melmoso delle sue giornate. Le ore in spiaggia, o a sfinirsi in palestra, dove va per riguadagnare in muscoli quello che ha perso in lucidità mentale. Soprattutto ci racconta - con tutta la chimica che ha in testa - cosa accade quando l'equilibrio psichico s' l'innesco della paranoia, la percezione che si sdoppia, il modo in cui il tempo fermo di un'attesa non è mai davvero fermo, perché è lí che arrivano i pensieri. Nel suo resoconto si alternano momenti di un prima a Milano, la città che da sola sembrava poterlo tenere in vita, e di un prima ancora, un'infanzia in cui tutto faceva già troppo male ma a salvarlo c'erano la nonna, la bicicletta, tutto uno zoo di animaletti di campagna. Nel presente, invece, c'è la vita con sua madre, che è insieme origine, scandaglio e unico argine possibile delle sue psicosi. E poi c'è l'ossessione per le la ricerca quotidiana in biblioteca, nei dizionari, nei libri, dei termini esatti, che sappiano ridurre l'irriducibile, nominare l'innominabile. Questa è la storia di uno sperdimento, una storia che possiede il dono e la condanna di saper parlare davvero a chiunque. A chiunque, almeno una volta, non si sia riconosciuto nel proprio riflesso allo specchio; a chiunque abbia sentito la realtà passargli accanto come un vento laterale; a chiunque abbia messo in dubbio la fondatezza dei propri pensieri e dei propri desideri. Sono pagine brucianti, che Alcide Pierantozzi ha scritto come se il suo corpo fosse un sismografo, registrando il disagio psichico nella sua forma piú pura, descrivendo la violenza - poetica e brutale - di una mente smarrita che cerca di trovare una stabilità impossibile, ma che sempre, sempre, prova a salvarsi. Lo sbilico dà voce a un bisogno collettivo quello di nominare con precisione il malessere psicologico, l'alienazione, la medicalizzazione e la solitudine. Un'impresa che può fare soltanto la grande letteratura. «Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi».
Sbilanciato sono io, adesso, alla fine di questa lettura. Stupefatto, spaventato: mi escono solo parole sibilanti, che si inceppano sul primo suono con un rimbrotto e poi frusciano via. Quando la vita mi ha portato altrove e mi sono ritrovato a pensare "chissà come va avanti, la storia di Alcide", ho capito d'essere rimasto incagliato. Non tanto per il bisogno di proseguire, che è un'emozione comune a chi legge, ma per quell'ingiustificato passare al nome proprio: non sa neanche che faccia ho, Pierantozzi, eppure io nella mia testa gli rubo questa confidenza. La esigo, quasi. Io resto qua, ti ascolto, cerco di capire la tua sofferenza, tu fatti stare vicino. Posso farlo forte del mio primato da "sano", perché faccio parte della massa che ti trascura, perché sento che posso esigere in cambio qualcosa da te per la mia sola attenzione, perché sono uno stronzo. Mi sbilancia anche sapere che con te si sbaglia sempre. Ma poi come ti si sta vicino? Sospetto che ogni gesto, ogni parola, potrebbe avere il potenziale della distruzione - quella assoluta che riduce tutto a pulviscolo sul suolo. Sei un campo verdissimo pieno di mine antiuomo, dove il primo a sfracellarsi sei tu. Eppure che malagrazia sarebbe voltarti le spalle, trascurare la tua voce quando ti esce dalle mani in frasi così calibrate e fingere che basti toglierti allo sguardo per risolverti. Come ti si ama, quando sei così complicato? Eppure come si può non farlo, quando sei così brillante? Suppongo che starti vicino sia un po' come farsi grattare via: tu giri velocissimo e strazi a brani la carne di chi ti si approssima. Io mi sento così, nonostante la distanza di sicurezza che ci separa, nonostante lo scudo della carta. Perché io sono lo stronzo, sì, ma tu esigi un pedaggio. Ti basta una dracma della mia sicurezza violata? Alla fine sei tu che decidi dove traghettarmi, no? Eppure sarebbe anche così facile e così ingiusto, ridurti solo a quello a cui ti riduce la tua malattia nei suoi momenti peggiori, a quelli con cui hai riempito queste facciate: così non si amano gli uomini, si venerano i martiri. Ci saranno anche delle belle giornata, no? Mattine in cui sei insopportabile solo perché sei umano e non perché le tue ore sono scandite dai farmaci; in cui ci troviamo sullo stesso gradino, perché tu sei sceso dal tuo di alta grazia e non sei più speciale di me. C'è in sorte un istante in cui, coartati gli sguardi, potremo guardarci negli occhi e vederci pari? Un attimo di pausa dalle tue allucinazioni e dai miei preconcetti: fossi tua madre pregherei per questo, per una sospensione. Sospetto anche che ragionamenti come questi ti farebbero incazzare, che nella realtà, fuori dalla letteratura, la gente si limita a evitarti, additarti e maledire Basaglia. Che devo smetterla di sforzarmi, che tanto non capirei comunque. Ti do ragione. Ti chiedo scusa per tutta questa mia imprudenza. Vorrei però che tu ora mi dicessi cosa devo farmene, di tutto questo. Perché io ho accolto il tuo dolore e ora mi schiaccia verso terra. E stanotte hai reso tortuoso e faticoso il mio sonno. E una sensazione esecrabile mi accappona la pelle. E stamattina mi sono svegliato quasi sollevato ritrovandomi non impotente. Io tutto questo non so gestirlo. Resta qui, come un bolo che non scende. Scappo da te, torno a quando ero giovane, alla mia educazione sentimentale. Ripenso a Lirica antica di Alda Merini - c'è, da qualche parte su YouTube, una registrazione di lei che la recita. Forse hai ragione tu, alla fine ad ancorarci nella realtà, qualsiasi essa sia, sono le parole, è la poesia. [Continuo a pensarci su]
Caro, dammi parole di fiducia per te, mio uomo, l’unico che amassi in lunghi anni di stupido terrore, fa che le mani m’escano dal buio incantesimo amaro che non frutta... Sono gioielli, vedi, le mie mani, sono un linguaggio per l’amore vivo ma una fosca catena le ha ben chiuse ben legate ad un ceppo. Amore mio ho sognato di te come si sogna della rosa e del vento, sei purissimo, vivo, un equilibrio astrale, ma io sono nella notte e non posso ospitarti. Io vorrei che tu gustassi i pascoli che in dono ho sortiti da Dio, ma la paura mi trattiene nemica; oso parole, solamente parole e se tu ascolti fiducioso il mio canto, veramente so che ti esalterai delle mie pene.
Come si sopravvive a un libro che ti cambia il modo di percepirti e di capire il mondo? Come può un uomo poter scrivere un racconto di una potenza così disarmante, mettendo a nudo ogni anfratto della sua anima, anche il più sudicio? Come potrò tornare a leggere altro, dopo questo meraviglioso esempio di letteratura sublime, come non ne leggevo da tempo? La vita è quella cosa che un giorno senti come un’attrazione alle budella verso un romanzo, lo cominci, lo interrompi su alcune scene intense che ti turbano, poi lo respiri a boccheggi nella calura di una mattina di luglio, fino all’ultimo respiro. Alcide, solo una cosa: non smettere mai di portare la vita su carta. Non smettere mai di spiegarci il mondo e la sua fallacia.
Questo libro è diverso da qualsiasi altro abbia letto sul disagio psichico. Non chiede empatia, non vuole comprensione, non urla compassione. È quasi un trattato, alla maniera di chi in quel disagio vi è coinvolto, se ne dissocia e lo guarda dall’esterno. E questo riuscire ad argomentare in maniera così lucida una vita che di lucido ha ben poco mi lascia davvero a bocca aperta. Vero talento
"Lo sbilico” è un libro che mi ha lasciato diviso. Da una parte, ho sentito chiaramente l’urgenza di Pierantozzi di raccontare qualcosa di profondamente personale: la sua esperienza con il disagio mentale, il ricovero, le voci, le crisi, la famiglia. E questo lo rispetto. È raro trovare libri così spudoratamente sinceri. Ma proprio questa nudità emotiva è, paradossalmente, anche il suo limite.
Fin dal titolo, Pierantozzi promette instabilità, deviazione, fragilità. E questa promessa viene mantenuta: il romanzo è una lunga immersione nell’esperienza del disagio mentale, un flusso senza filtri di parole, sintomi, ricordi e dolori. Ma se da un lato si apprezza la sincerità dell’operazione, dall’altro emergono numerosi limiti narrativi e stilistici che rendono la lettura faticosa e, alla lunga, frustrante.
Il protagonista – alter ego dell’autore – viene ricoverato in psichiatria dopo un crollo. Da lì si snoda un percorso tra ospedali, ricordi dell’infanzia, relazioni familiari difficili e allucinazioni. Non c’è una trama lineare: il testo procede per frammenti, episodi, immagini, pensieri ossessivi.
Pierantozzi adotta una scrittura densa, a tratti poetica, ma anche sovraccarica. Frasi lunghe, giustapposte, piene di aggettivi rari, rimandi letterari, scarti di senso. Questo stile può risultare affascinante a tratti, ma spesso sembra cercare l’effetto più della sostanza. Il lettore viene travolto da una valanga di parole che a volte non costruiscono una vera narrazione, ma un vortice autoreferenziale.
Il tema centrale è quello della malattia mentale – o, più precisamente, della convivenza con un’identità instabile. Il protagonista si definisce “sbilico”, una parola che fonde “squilibrato” e “sbilanciato”, ma anche “sbilenco”. Questa condizione viene raccontata con sincerità, senza retorica, e in certi passaggi con una lucidità impressionante. C’è, ad esempio, una scena forte in cui il protagonista, ormai fuori dal reparto, osserva se stesso dall’esterno con uno sguardo distaccato, quasi clinico. In questi momenti il libro riesce davvero a comunicare qualcosa di profondo.
Ma troppo spesso il racconto si arena in un dolore autoreferenziale, che non viene trasformato in letteratura. Il rapporto con la madre, la sessualità confusa, la dipendenza dai farmaci, le voci nella testa: tutti elementi che avrebbero potuto costituire un romanzo potente, ma che restano – quasi sempre – materiale grezzo.
Una delle principali debolezze del libro è la mancanza di distanza. Pierantozzi racconta senza mai davvero trasfigurare la sua esperienza, senza filtrarla o organizzarla in una struttura narrativa forte. Il risultato è che Lo sbilico somiglia più a un diario terapeutico che a un’opera letteraria compiuta.
Un altro aspetto critico è l’autocompiacimento stilistico. Invece di favorire l’empatia o la comprensione, molte scelte linguistiche sembrano fatte per stupire, per dimostrare “di saper scrivere”. Questo crea un cortocircuito: la materia è bruciante, ma la forma la raffredda, la congela in esercizio.
Infine, il libro lascia una sensazione di chiusura: è un racconto che guarda sempre dentro, ma raramente si apre verso l’esterno, verso l’altro. Non costruisce un vero dialogo con il lettore, ma resta ripiegato sul proprio dolore.
Inoltre, c’è un’insistenza quasi ossessiva su sesso, malattia, disagio, autolesionismo, e relazioni familiari tossiche – tutto raccontato con un’intimità che dovrebbe coinvolgere, ma che spesso risulta solo pesante, a tratti disturbante, senza però offrire vera profondità.
Mi sono chiesto: che cosa mi lascia questo libro? Forse un certo rispetto per il coraggio dell’autore, ma anche una certa frustrazione. Avrei voluto che questa materia incandescente fosse modellata in una forma narrativa più generosa, più aperta al lettore, meno egocentrica.
Non mi sento di bocciarlo del tutto, ma non riesco nemmeno a consigliarlo con convinzione. È un libro che può toccare chi cerca un confronto diretto con il disagio mentale, ma rischia di respingere chi cerca un vero romanzo.
"Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi."
"La maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e quella intellettiva"
Le letture che riguardano la salute mentale esercitano su di me un fascino irresistibile: non è un caso che "Il male oscuro" di Berto sia tra i miei libri del cuore.
Le persone rotte, le persone disturbate, i funzionamenti delle dinamiche non a regime, mi interessano, mi interessa il perdente, il fallito la persona che si rivela in tutta la sua fragilità e non la nasconde.Gli eroi, le storie dritte, i finali lieti non sono cosa mia.
Alcide Pierantozzi, autistico, bipolare, nonché scrittore straordinario fa un'operazione davvero originale: ci fa vivere nei suoi pensieri. Lucidi e disturbati nel contempo. Nelle suo vedere distorto a causa delle allucinazioni, nel suo assoggettarsi ai farmaci senza cui non potrebbe sopravvivere e doverne accettare i terribili effetti collaterali. Nel doversi dedicare maniacalmente allo sport, per evitare di cadere nei baratri che il suo pensare vertiginoso gli riserva.
Un libro in cui le parole assumono un aspetto rilevantissimo, così come la forma che Alcide adotta per raccontare la malattia e raccontarsi. Perché oltre la malattia, a parte la letteratura e le parole, poco altro rimane.
"Sono le parole a secernere la mia follia. Sotto la parola «follia», sotto la «f», sotto l’accento sulla «i», sono scomparso ancora prima che la malattia mi fosse diagnosticata. Nel mio cervello le parole si somigliano tra loro piú di quanto somiglino alle immagini che mi indicano. Le parole non sono steli di zizzania che posso estirpare dall’orto quando mi pare. Le parole, le loro sillabe, le loro lettere pallottolose, il loro inchiostro schiacciato sulla pagina, il loro suono, funzionano da diserbante o da concime. Solo loro sanno ridurre l’irriducibile."
Non lo valuto in termini di stellette: mi parrebbe irrispettoso. "Le parole, per i matti, sono feconde."
La parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi. (todd phillips, Joker)
E’ una riflessione che ho fatto tante volte anch’io. Di fronte a una mutilazione fisica si è indulgenti, di fronte ad un’anomalia psichica si è sospettosi. Credo che la differenza stia nel fatto che la mutilazione è tangibile, l’anomalia potrebbe essere simulata. Alcide Pierantozzi sembrerebbe un nome proveniente dalla fine del ‘800, invece è un uomo nato nel 1985 che ci racconta con indubbia capacità della sua composita malattia, dagli esordi ai giorni nostri. La forma è pressoché diaristica, nelle note finali l’autore rivelerà di essersi attenuto alla propria storia e di sperare che a qualcuno possa essere utile. Per leggerla occorre stomaco, non quanto ne è occorso a scriverla, ma certo duecentoquaranta pagine in mezzo agli psicofarmaci e i loro effetti collaterali, non sono uno scherzo. Proprio lo scherzo, in qualsiasi forma è ciò che manca a queste pagine. Mi verrebbe da pensare che la mancanza d’ironia sia già uno dei sintomi della malattia. Non sto dicendo che Pierantozzi avrebbe dovuto inserirla forzatamente, o che l’abbia esclusa a priori, io sono convinto che non l’ha proprio presa in considerazione. Bisogna mettere in conto pagine di sofferenza se si decide di effettuare la lettura e bisogna esser pronti ad accettare il fatto che la malattia psichica sia verosimilmente quantitativa e non qualitativa. Quando l’autore ha definito cosa fosse lo sbilico del titolo, mi sono reso conto di conoscerlo già e di aver provato a teorizzarlo con parole simili. Probabilmente altri lettori troveranno nelle composite manifestazioni della sua malattia, altri aspetti che loro conoscono solo in embrione. Come il veleno che assunto in dosi minime può esser curativo, così anche la patologia in nuce potrebbe essere normalità. Per quanto indispensabili per tenere sotto controllo i sintomi, gli psicofarmaci sono i personaggi che escono peggio dal racconto. Poterne fare a meno è senz’altro una fortuna considerevole, nota purtroppo solo a chi è costretto ad assumerli. Di Alcide mi ha disturbato il compiacimento a piantare grane solo per verificarne l’effetto, l’assenza d’empatia nei confronti del prossimo e la pretesa di suscitarne in qualità di malato. Mi ha disturbato la totale incapacità di qualsiasi mediazione, l’ho trovata infantile. Sarà essa un tratto della malattia o dell’orientamento sessuale?
– Dobbiamo bocciarlo. È indisponente. – Ma siete sicure? Un’altra volta? – l’ho sentita difendermi. – Scrive benissimo, lo sapete, se lo bocciamo anche in quarta, dopo che lo abbiamo già bocciato in prima, non potrà fare la maturità insieme ai compagni. – Ma se non risponde nemmeno alle domande piú semplici. Vive in un’altra realtà. Chi se ne frega se sa scrivere, saper scrivere serve a qualcosa nella vita?
Alcide quarantenne sa scrivere, lo confermo. La lista dei suoi precettori e dei suoi numi tutelari non è la mia, se lo leggerete potreste scoprire che è simile alla vostra. Quanto alla domanda del docente, saper scrivere a Pierantozzi ha garantito un posto del mondo, una dimensione e ha dato una voce a quella malattia che combatte da decenni, tanto da far venire in mente l’epigramma di Lord Byron: “Le mie stesse catene e io diventammo amici, fino a tal punto una lunga comunione tende a fare di noi ciò che siamo “
Il testo è brutalmente onesto e in parte, soprattutto all’inizio, riesce a suscitare empatia (pur, ovviamente, non proponendoselo). Ma la scrittura eccessivamente carica, la sovrabbondanza di participi e l’assoluta autoreferenzialità alla lunga stancano. Ho cominciato presto a provare strazio per le figure comprimarie, la madre e il fratello, che non sono mai descritti né guardati come esseri umani completi che avrebbero diritto a una vita propria, ma solo come stampelle della malattia mentale del protagonista. Non c’è alcuno spazio per l’altro, e quando c’è, l’altro non è che una comparsa nello smisurato dramma dell’io. Le rare volte in cui emerge un senso di colpa per i danni collaterali che la malattia - in generale, e soprattutto quella mentale - infligge all’intero nucleo familiare, è il senso di colpa stesso, e non la tragedia delle persone a cui è rivolto, a diventare motivo di ossessione. Non si coglie mai lo spunto per sbirciare nella portata del dolore altrui; gli altri, quando non sono stampelle, sono creature malvagie e ostili, del tutto indegne di qualunque indagine narrativa. Per il padre in particolare, - un uomo senza dubbio annichilito dal dolore e dall’impotenza - non c’è che un aggettivo pieno di disprezzo, ripetuto molte volte fino a sostantivarsi: negazionista. Il libro è tutto un rimuginare ossessivo su se stesso e la malattia, un diario terapeutico, forse, e del resto l’impossibilità di sollevare lo sguardo dal proprio ombelico è parte integrante del disagio mentale. Ma la letteratura è una cosa diversa, e questo ossessivo scriversi addosso non basta certo a fare di questo testo un romanzo.
L'unico sollievo è pensare che Milano c'è ancora, che via Plinio 33, dove abitavo, esiste ancora, che a un certo punto per me potrebbe tornare la vita di prima. So che questo non succederà mai, ho dovuto estirparla dal mio corpo la città che mi ha dato tutto e mi ha salvato dal suicidio. Ogni giorno ho in testa quella frase dello psichiatra, detta ai miei genitori quattro anni fa: - A Colonnella vostro figlio morirà. Prima s'impoverirà culturalmente ed emotivamente, poi morirà. Milano si è frantumata in me, si è diroccata come una città fantasma insieme alle rovine della mia psiche. Se n'è andata in concomitanza con l'arrivo della malattia, mi ha lasciato scappare quando doveva soccorrermi. Dopo vent'anni mi hanno preso con la forza e riportato qui, ad abbrutirmi in mezzo a gente che mi considera un povero squilibrato, un povero frocio con cui è imbarazzante farsi vedere in giro. Perché se escludo un paio di ragazzi disabili e il figlio di una collega di mia madre, in palestra mi evitano tutti.
Scritto molto bene, ma che pugni nello stomaco! La malattia mentale è sempre un grande catalizzatore per la letteratura, qui il sapiente uso delle parole riesce a creare disagio e nello stesso tempo empatia profonda, nel finale mi sono commossa.
L’estate è anche il tempo dedicato a smaltire la lista dei desideri dei libri che non si è fatto in tempo a leggere a ridosso della pubblicazione (chi mi conosce lo sa che sono fissata con le ultime uscite!).
Alcide Pierantozzi parla di sé, della sua malattia mentale che è anche fisica, del suo essere continuamente in bilico tra la perdita dell’auto regolazione e il continuare a vivere la quotidianità
“È come se mi aggirassi confusamente all’interno della mia testa, con una torcia accesa, per ritrovare il dettaglio concreto – il margine di un foglio, un mozzicone di matita – in mezzo all’impalpabilità dei ricordi.”
Cos’è lo sbilico? “Sarebbe stato impossibile far capire al lettore cos’è lo sbilico – e come funzionano da dentro gli sbalzi d’umore e le dispercezioni sensoriali – se avessi omesso le mie opinioni piú drastiche sulle cose che mi circondano nella quotidianità. Le stesse considerazioni sugli effetti dei farmaci vanno lette in un’ottica personale e non hanno alcuna pretesa di veridicità scientifica: da paziente resto convinto di quello che scrivo, e spero di poter essere d’aiuto a qualcuno, ma sfortunatamente non sono un medico.”
Mi hanno molto colpita i paragrafi che Alcide dedica agli anni della scuola, che per lui sono stati un incubo
“La scuola per me è stata un incubo, perché ai tempi nessuno mi aveva diagnosticato né un possibile autismo né il disturbo depressivo, e gli insegnanti non facevano altro che umiliarmi e bocciarmi, scambiando la mia settorialità in certe materie per provocazione.”
Non c’è stata una professoressa che lo abbia capito. E se anche c’è stata non è stata brava nel convincere le altre
“Mentre eseguivo lo stimming sbattendo i polsi, fregandomene altamente che qualcuno mi guardasse, ho rivissuto il giorno degli scrutini a scuola in tutti i suoi meandri. È strano come nella vita anche le cose che non abbiamo visto coi nostri occhi e sentito con le nostre orecchie si lascino ricordare. Il passato, soprattutto a scriverne, non finisce mai di arricchirsi, ampliandosi in tanti cerchi dilaganti. Ho visto la professoressa mentre si sedeva tra i colleghi, sontuosamente vestita come sempre, querimoniosa come sempre, già abbronzata dei primi soli di giugno. L’ho rivista ancora giovane, col suo sorriso di degnazione che consisteva in un breve tiraggio delle labbra truccate. L’ho vista inconsapevole del tempo che le era rimasto, e poi l’ho vista fare corpo con gli altri insegnanti seduti in cattedra. – Dobbiamo bocciarlo. È indisponente. – Ma siete sicure? Un’altra volta? – l’ho sentita difendermi. – Scrive benissimo, lo sapete, se lo bocciamo anche in quarta, dopo che lo abbiamo già bocciato in prima, non potrà fare la maturità insieme ai compagni. – Ma se non risponde nemmeno alle domande piú semplici. Vive in un’altra realtà. Chi se ne frega se sa scrivere, saper scrivere serve a qualcosa nella vita? – Collabora già con i giornali locali, diamogli una possibilità. – Neanche per idea, – si è opposta la professoressa di chimica. – Noi qui formiamo la classe dirigente, le materie scientifiche sono tutto.”
Io spero vivamente che Lo sbilico sia letto anche dai docenti delle scuole secondarie di secondo grado, perché (lo tocco con mano da anni oramai) la chiusura davanti a chi ha problemi è tanta.
“Lo Sbilico” si presenta come un memoir sul disagio psichico ma fatica a trovare una dimensione realmente letteraria. Il testo si muove dentro un dolore che rimane autoreferenziale e non si trasfigura in linguaggio o visione.
Fin dalla Parte Prima - La Proboscide dell’Ansia - il mio cervello visualizza, legge e sovraimpone “4.48 Psychosis” di Sarah Kane, che pur partendo dall’Abisso riesce a sublimare la materia autobiografica in una Forma Teatro radicale e stilisticamente devastante.
Pierantozzi sorveglia linguaggio e parole che però sono profondamente derivative. Seppur citato nei ringraziamenti finali, David Foster Wallace getta ombre così lunghe che nemmeno i Moai dell’Isola di Pasqua.
“Lo Sbilico”, per me, non è “Obliquo”.
‘ UN ORRORE COSÌ PROFONDO PUÒ ESSERE FRENATO SOLO DA UN RITO ‘ ~Sarah Kane, “ Febbre”.
Un libro che è un grido di dolore. Una bellissima scrittura capace di trasportati nell' origine profonda di questo malessere che lo ha accompagnato per tutta la vita.
Se cercate una storia che scavi nella fragilità umana e la racconti con onestà, questo è il romanzo che fa per voi.
Ci sono autori che lavorano sui verbi, altri sui dialoghi, qualcuno sulle atmosfere. Pierantozzi è un maestro delle parole: ogni frase può diventare un pugno silenzioso o una calma carezza. Lo sbilico è un romanzo in prima persona in cui l’autore e il narratore coincidono. L’esperienza è quella della psicosi dello scrittore, e parlare di psicosi, prima di tutto, non è mai facile. Non lo è per la società, scomodamente chiamata in causa quando si tratta di riconoscere che fra le minoranze ci sono anche loro, quelli che una volta avremmo chiamato “matti” o “scemi del villaggio”, incuranti del carico e della ferocia di certe etichette. Non lo è per chi vive accanto a queste persone, supportandole e non di rado sopportandole, perché può essere davvero drammatico e quindi incomprensibile a occhi esterni. E non lo è per il malato, ed è tutto qui il merito di Pierantozzi. La sua lucidità nel raccontare la propria esperienza è infatti mirabolante, esemplare.
Pierantozzi scrive un libro di letteratura, non un diario, non un memoriale, sebbene la narrazione sia memorialistica. È un libro che fa paura, tanto forte è la capacità dello scrittore di far trasparire il proprio dolore dagli eventi, dai racconti dei fatti. Sta a chi legge mettere insieme il puzzle di questo febbrile diario clinico: un flusso di coscienza perfettamente organizzato che si legge tutto d’un fiato.
« Se una giornata finisce, non riesco a capire che ne comincerà un'altra. Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose. È come se mi aggirassi confusamente all'interno della mia testa, con una torcia accesa, per ritrovare il dettaglio concreto - il margine di un foglio, un mozzicone di matita - in mezzo all'impalpabilità dei ricordi. Cerco l'immagine materiale in tutti i passati che conosco, quello prossimo, quello remoto, la cerco al tatto per ritrovarla e quando non la trovo i cani incominciano a squittire, l'acqua va in combustione, tavoli e sedie si disarticolano e una voce mi dice: risolvi questa cosa o non potrai piú andare avanti. Dove sei finita, giornata di ieri? Da qualche parte dev'esserci un telecomando. Non importa se oggi ne è arrivata un'altra, dov'è finita quella di ieri? Ma anche il dolore di ieri, dov'è andato a cacciarsi? E perché mi manca anche lui?».
5 ⭐️ Alcide ha trentanove anni e dalle sue varie cartelle cliniche emerge che è un paziente lucido, vigile, sorridente - a tratti. Dopo la visita nell’ospedale di Milano, sta andando per un periodo al mare con sua madre: ed è proprio lei la causa e l’inizio di tutto ciò, o meglio il cancro che ha avuto. Ma anche la perdita del fratellino. È un essere umano difettoso: ha un disturbo bipolare, è autistico, ecc. Sono passati cinque anni ma le medicine fanno poco o niente. Nel pomeriggio di un giorno di maggio Alcide pensa a suicidarsi ma subito dopo corre in palestra dove va a riguadagnare in muscoli quello che ha perso in lucidità mentale. Sono due anni che Alcide non si guarda più allo specchio, si lava e si veste con la luce spenta. Un essere umano ridotto a puro tatto. Un uomo che aspetta la madre che lo venga a “visitare” come farebbe un dottore: lo guarda, lo tasta e lo rassicura. C’è un altro personaggio importante in questa storia: il Negazionista, il padre di Alcide. Non crede alla malattia del figlio e non ha interesse verso di lui. La maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e intellettiva. Alcide scrive libri, scrive sui giornali. Ma è proprio questa abbondanza di logica che lo manda in tilt. Questo è un libro che mi ha colpito perchè queste pagine registrano il disagio psichico nella sua forma più pura e una mente smarrita che tenta sempre di salvarsi. Sopratutto racconta episodi di una vita che sto vivendo anche io ormai da due anni e mezzo. Alcide hai tutta la mia stima!
• Storia di un uomo che convive con una diagnosi psichiatrica, con farmaci e allucinazioni, e storia della lingua, delle parole che si deformano insieme a lui.
• La prosa colta, raffinata, cerebrale qui usata è il lato che più ho apprezzato del libro. Lingua specchio di una mente che cerca riparo proprio nella parola e che tenta di dominare il caos attraverso il lessico. Ogni termine è un appiglio che trattiene l’identità quando tutto il resto rischia di scivolare. Ossessione linguistica che rispecchia la vertigine del protagonista, il suo bisogno di nominare il mondo per non smarrirsi in esso.
• Il racconto riflette e incarna il corpo in squilibrio della voce narrante, l'organismo che barcolla ma non cade, che vacilla su un asse interiore continuamente minacciato. La malattia mentale è performata e portata alla vita nel ritmo della scrittura. Il testo si spezza, ansima e oscilla proprio come la mente del suo narratore.
• E in mezzo a questa tensione c’è un nucleo di struggente umanità che è il legame con la madre, presenza quasi sacrale e al tempo stesso soffocante. Poi la palestra come illusione di forza, come costruzione di un corpo che possa sostenere una psiche troppo fragile e poi anche le allucinazioni che sono ferite ma anche fioriture deformate dell’immaginazione.
• L'attenzione "ossessiva" al dettaglio linguistico è la ricerca di una forma di salvezza.
• L'autore, talentuoso, costringe a guardare la fragilità senza veli e a riconoscere quanto sia esile la linea che separa l’equilibrio dall’abisso. Un esorcismo contro il dissolversi.
• Il non separare forma e contenuto è una scelta vincente: Lo sbilico non è "su" qualcosa, è esso stesso malattia e cura, squilibrio e lingua, ferita e cicatrice.
E’ stato un po’ difficile entrare in sintonia con la scrittura di Alcide Pierantozzi ma, quando ci sono riuscita (penso in particolare ai passaggi in cui descrive l’infanzia passata con la nonna oppure il finale, che mi ha spezzata emotivamente), la sua penna mi ha regalato sensazioni impagabili. Impagabili. Pierantozzi si mette a nudo e ci racconta in tutta onestà la sua storia, quella di un uomo affetto da spettro bipolare, bipolarismo e disturbi dissociativi, un’esistenza vissuta perennemente in bilico, tra pensieri ossessivi, paranoie, allucinazioni e fobie. E non ci nasconde nulla: farmaci, diagnosi, somatizzazioni e attimi di follia sono raccontati con un linguaggio ricercato, quasi ossessivo. Non cerca consensi, Pierantozzi: cerca di trasmetterci la sua verità irrisolta, frammentaria, sfuggente e a volte contradditoria, nella quale lotta per vivere, in contrasto con gli universi regolati e stabilizzati degli altri. Ne risulta un esperimento letterario potente nel quale la sua emotività emerge in maniera poetica, accompagnata da una scrittura febbrile, quasi corporea. "Lo sbilico" non è un libro facile da capire e da apprezzare, come per qualsiasi libro il cui narratore ci fa entrare nei suoi pensieri malati, ma ci lascia un’esperienza di lettura intensa e magnificamente destabilizzante. Cinque stelle senza dubbio.
La parola è quello straordinario strumento dal potenziale pressoché infinito che ci permette di rivelare chi siamo a chi abbiamo davanti. Scegliere un vocabolo rispetto a un altro, anche per descrivere un concetto elementare, è un'azione distintiva con la quale o esprimiamo un onesto slancio emotivo o controlliamo l'immagine che gli altrə hanno di noi. Pronunciare casa o dimora, alloggio o tetto, residenza o indirizzo, è un atto che consciamente o inconsciamente rivela almeno una parte di noi.
Alcide Pierantozzi ha un rapporto denso con le parole: lo scrittore percepisce una smodata urgenza di trovare quelle giuste, quelle che definiscono se stesso, il mondo e anche se stesso nel mondo. Questo romanzo è una sequenza di vocaboli accuratamente prescelti tra tanti per raccontare la sua tormentata malattia.
"Le parole, per i matti, sono feconde. Io ne conosco tantissime, perché sono l'unico strumento che mi consente una ricostruzione degli eventi fededegna."
Il potere dello strumento-parola ha una direzione ma due versi: dall'individuo all'esterno, ma anche dall'esterno all'individuo.
"Una parola, anche immaginata, riesce a provocare automatismi di pensiero che da un dettaglio irrilevante mi spingono verso una ridda di congetture. Figuriamoci cosa può combinare una parola reale."
Ecco che le parole de "Lo Sbilico" sono tanti brevi tratti di matita che insieme disegnano la mappa della vita dell'autore; un percorso che tocca gli psicofarmaci e i loro effetti, la famiglia e l'energia gravitazionale dei suoi componenti, le emozioni e il loro sequestro.
Pierantozzi è un "matto" che, raccontando il suo sbilico, ci aiuta a definire la natura del nostro - simile, affine, oppure diametralmente opposta. Non si può restare in bilico per sempre: non è una questione di "se", ma di "quanto" resterai in bilico.
“Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere sicuri dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi”
Questo libro si legge come quando hai la febbre e speri che le medicine facciano effetto il prima possibile
«Io impazzisco e tutti mi dicono che la realtà è ancora qui, attorno a me, un po' più indietro, un po' più avanti, o come un vento laterale - ma imprendibile.» p.16
«I pensieri cattivi vanno spiumati uno alla volta.» p.22
«Sono sempre in cerca di parole assolute, che mettano il guinzaglio ai pensieri, che facciano un po' d'ordine nella scompagine che ho in testa.» p.24
«Nel mio caso, invece, le medicine possono soltanto resettare un cervello nato storto, riportarlo alla sua stortezza di partenza.» p.112
«Vivo lo sbilico e nello sbilico delle cose.» p.113
«Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi.» p.163
«Io nemmeno me lo ricordo più come si nutre una speranza.» p.195
Non leggo mai un libro soltanto per sapere cosa dice. Lo leggo per vedere dove mi porta. Alcuni libri sono mappe incomplete, altri labirinti, altri ancora deserti in cui ti sembra di non trovare mai un punto dove fermarti. Ogni tanto capita un libro che è territorio vivo, uno di quelli in cui procedi a tentoni, inciampi, ti fermi, riparti, ma in un punto preciso, e non sai nemmeno dire bene quale, ti accorgi che ti sei fermata. Che qualcosa si è allineato, o si è spezzato nella direzione giusta. Lo sbilico è uno di quei luoghi. Non so nemmeno se sia giusto chiamarlo libro, è più un tracciato, un EEG letterario. Un monologo che si scrive mentre accade, che non arriva dopo — non post-trauma, non post-diagnosi — ma durante, con addosso ancora tutto il tremore della crisi, lo sbaffo della paranoia, la dipendenza da cannabis e le voci che arrivano da punti precisi dello stomaco. Non è un romanzo, quindi, e non è nemmeno un diario del dolore mentale. È una soglia. Un libro che si apre su una zona in cui la lingua si fa carico della mente quando la mente non ce la fa più. Pierantozzi fa un’operazione estrema e necessaria: non cerca di raccontare “bene” il dolore mentale. Cerca di nominarlo nel momento in cui si manifesta. E lo fa con una lingua che è tutta una diga: ogni parola serve a impedire che tracimi qualcosa. È raro trovare un libro in cui le metafore non siano un modo per abbellire il dolore, ma per localizzarlo. È proprio questo paradosso, cioè la ricerca maniacale di una parola esatta in un contesto di collasso semantico, che dà al libro la sua tensione. Il lessico è chirurgico, e insieme allucinato. Una lingua che sfarfalla, a volte, ma che si richiude subito su se stessa per non perdere presa. E questa precisione così corporea mi ha colpita più di qualunque confessione. Perché non ha bisogno di dire “sto male”: è il male, mentre si muove dentro la frase.A un certo punto sogna di portare il cervello al fiume, di lavarlo come le nonne lavavano le lenzuola. Quella frase mi ha trafitta. Perché è limpida. Perché dice la verità: nessuno ci insegna come si pulisce la mente. Una domanda mi ha attraversata leggendo e non mi ha più lasciata: Quanto del nostro equilibrio psichico è affidato all’assenza o presenza di un altro che ci sa leggere? Non capire, leggere. Come fanno certe persone, rarissime , che ti guardano mentre non stai dicendo niente, eppure sentono. Che sanno da come respiri, da come cambi tono, che in quel momento non sei tu a parlare, ma qualcosa che non controlli. E che non si spaventano. Non ti correggono. Non si tirano indietro. Ti leggono. E forse, nel farlo, ti restituiscono a te stessa. Nel libro, questo “altro” è la madre. Una figura che sarebbe potuta scivolare nella retorica del sacrificio, e invece è incisa con la precisione di chi sa che si nasce una seconda volta: quando qualcuno ti tiene in piedi mentre stai crollando. E così il libro, pagina dopo pagina, diventa anche una riflessione sul modo in cui qualcuno, da fuori, può tenerti in asse quando tu non hai più nessun asse. Una funzione quasi fisica dell’altro: essere il tuo equilibrio provvisorio, quando non puoi trovarlo da solo. Non so se questo libro possa piacere, di sicuro ti strappa dalla posizione di lettore per metterti in quella più rischiosa di testimone. Se ti riguarda, lo capisci subito. Lo senti nello stomaco. In quella parte della mente che a volte barcolla, in cui vorresti solo che qualcuno ti dicesse: sì, sei ancora tu, anche se ti senti sformata. Lo “sbilico” non è una categoria clinica, è una posizione del mondo. Una zona inclinata della mente dove la realtà non si incastra più con le parole, dove scrivere e leggere sono tutto ciò che ci resta per non cadere del tutto. Forse è per questo che leggiamo: non per guarire, non per capire, ma per riconoscere quella stessa inclinazione in qualcun altro. E sentirci, per un attimo, meno soli nel nostro sbilico.
Un libro molto coraggioso per quanto di autobiografico l’autore inserisce parlando della sua neurodivergenza e delle conseguenze che porta nel quotidiano. Il libro non ha una storia precisa. Non è un percorso lineare da a e b. Sembra di leggere una confessione. Il linguaggio utilizzato dall’autore è molto ricercato specialmente nell’uso dei sinonimi, ma quello che nei primi capitoli può sembrare un vezzo stilistico invece ha delle motivazione profonde che l’autore spiega a metà del libro. Mi è piaciuto molto. È un libro diverso.
Uno dei libri più belli che abbia mai letto, scritto in modo sublime. Delle disabilità mentali negli ultimi anni si parla tanto ma spesso forse in modo ancora stereotipato e come un fulmine infatti Alcide ci ricorda "che la maggioranza delle persone non conosce nemmeno la differenza tra disabilitá mentale o intellettiva". Dovremmo leggerlo tutti.
Poche cose sono scioccanti come i reparti psichiatrici degli ospedali e ogni volta che devo andarci mi sento sempre sull'orlo di un burrone. Questo é invece il resoconto di uno che nel burrone ci vive e ci si adegua pure. Una lucida analisi come non ne ho mai lette nemmeno nei migliori casi clinici o per esempio nel libro di Melle "Die Welt im Rücken" che é quanto di piú simile mi sia capitato tra le mani. Forse grazie ad una diagnosi che, tra le varie cose, comprende anche l'Asperger o forse perché lo scrittore é bravo con le parole e non é una cosa così tanto comune con i pazienti psichiatrici, almeno quelli che conosco io. Non lo consiglierei comunque al grande pubblico, perché per certi versi io l'ho trovato veramente devastante.
Vedersi impazzire è sentirsi tremare le gambe a furia di rimuginarci sopra, e io le ho sentite. Vedersi impazzire è sovrapporsi ad altri corpi, ad altre personalità, è cercare di ingannarsi da soli sulla consistenza di una paranoia. Vedersi impazzire è fare buon viso ai pensieri peggiori prima di crollare del tutto, è inventarsi sentieri sempre diversi per dare un giro di volta alle cose, è ripercorrere costantemente lo scritto e il cancellato della memoria.
Non è facile parlare di un libro che mi ha commosso così tanto. Immergermi in Lo sbilico è stato come camminare sul bordo di un precipizio emotivo, senza sapere se avrei trovato un appiglio o cadere. Pierantozzi racconta con onestà (forse brutalità) letteraria la sua battaglia quotidiana contro un equilibrio mentale che cede - "quando l'unico modo che hai per stare al mondo è vivere su un precipizio, nello sbilico delle cose". Non è un memoir consolatorio o salvifico, ma un'autopsia della mente disgregata: sette pasticche al giorno, l'eco delle diagnosi - disturbo bipolare, disturbi dissociativi, spettro autistico - e la solitudine vissuta in un Abruzzo che sembra fermo nell'attesa che quei pensieri arrivino. E arrivano davvero: i corvi non vengono, ma i pensieri sì - spesso così intrusivi da strozzare il respiro. Quello che colpisce non è solo la testimonianza, ma l'abilità narrativa, scrittura cruda ma calibrata e poetica. Ogni frase è un frammento di un io che si frantuma ma resiste. Pierantozzi non si nasconde dietro retorica o pietismo: ho avuto modo di sentire una sua presentazione dal vivo e mi ha colpita profondamente. La sua lucidità, la capacità di nominare il dolore con precisione e tenerezza disarmante, hanno dato al testo una risonanza ancora più intensa. È raro vedere qualcuno esporsi così tanto senza mai compiacersi del proprio dolore. Lo sbilico non è una lettura facile, ma è necessaria. È un'esperienza che urta e lenisce, che scuote e consola, perché ci ricorda che il disagio psichico non è un tabù e nemmeno uno spettacolo: è una ferita da cui non si guarisce, ma ci si può ricomporre come fa Pierantozzi con grande onestà letteraria. Per me, un incontro potente.
5, ma pure 10 stelle all’uso dell’italiano, moderno e antico insieme, con uno studio importantissimo di Pavese ma pure, come ha ammesso lo stesso autore, di Infinite Jest di Wallace nella traduzione di Edoardo Nesi.
Per quanto l’argomento trattato é necessario, e l’approccio al tema sia encomiabile, non sono una particolare amante dei libri senza trama. Colpa mia.