Padova, 1967. Quando Carla lascia il paese per lavorare in città come segretaria alla fabbrica di bottoni Zedapa, ha poco più di vent'anni ma le idee molto confuse su cosa si deve fare con i maschi e soprattutto col proprio corpo. Di fidanzati o tosati, come dicono dalle sue parti, non ne ha ancora avuti. Insomma, è una ragazza perbene che non ha mai messo in discussione l'educazione cattolica ricevuta dalla famiglia. L'impatto con Padova, dove l'attende una routine di turni e rigide regole, e poche relazioni se non con le colleghe dell'ufficio, non è lo scossone che si aspettava. Finché un giorno, per strada, le allungano un volantino con una domanda che la "Conosci il tuo corpo?". È l'invito a unirsi a un gruppo di autocoscienza per ragazze. Intimorita e insieme curiosa - e la curiosità, le hanno insegnato, è sempre peccato - Carla prende coraggio e decide di partecipare, unica ragazza di campagna in mezzo a tante studentesse. Così, seduta a terra in cerchio tra di loro, con uno specchio in mezzo alle gambe, imparerà che per scoprire chi è davvero deve avere la forza di mettere da parte tutto ciò che le è stato imposto e osservare i propri desideri. In una storia intima e perfettamente congegnata, Jennifer Guerra si appropria del sesto comandamento, "Non commettere atti impuri", per raccontarci una piccola, personalissima rivoluzione, alle soglie della nascita del movimento femminista in Italia.
Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia. Attualmente vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
«lo ci sono abituata, mio padre mi ha fatto vedere queste robe quando ero bambina. Ma tute noi dobbiamo accettarlo: dentro siamo fatte cosi. Tu ti sei mai guardata?» «In che senso?» «Allo specchio!» «Be', sì, ogni mattina quando mi preparo.» «Ma no, tesoro, ti sei mai guardata in mezzo alle gambe?» Per poco Carla non si strozzò con la sua stessa saliva. Non aveva mai preso in considerazione quest'idea bislacca. «Be', no, non l'ho mai fatto...» «In ogni caso, bisogna farlo prima o poi. Da sole, dico. Disegni come quello ci possono dare delle informazioni in più, oppure insegnarci dei paroloni per chiamare le nostre cose con i nomi giusti. Ma vedersi con i propri occhi è un'altra cosa. Nel momento in cui esci dall'ignoranza, quando sai dire esattamente cosa c'è che non va, cosa ti fa male, ti prendi un pezzettino del tuo corpo. Te lo dico da figlia di un dottore, il corpo alla fine è il tuo e non quello della medicina. Sei tu che lo conosci per davvero. Tu questa conoscenza ce l'hai già, ma non la sai spiegare.»
4 ⭐️ Siamo nel 1967 quando Carla Carraro, ventun’anni, con alle spalle solo scuole medie commerciali ma una specializzazione in stenodattilografia, sceglie di partire dal suo paese e di traferirsi a Padova dove trova lavoro, grazie alla sua scrittura, nell’azienda più conosciuta di quel periodo: la Zedapa, “la fabbrica dei bottoni”. Al paese lascia suo padre, suo fratello Corrado che è un nullafacente, ma sopratutto sua madre, Lina, che è disperata perché la figlia parte senza un fidanzato. Quando però arriva il primo stipendio, la mamma si rincuora subito, contenta che, a differenza sua, la figlia stia trovando la libertà tanto ricercata da lei quando era giovane. Un giorno, in piazza, le si avvicina una ragazza universitaria e le lascia un volantino: “Conosci il tuo corpo?”. Carla conosceva il suo numero di scarpe, la taglia dei pantaloni, ma il suo corpo?, Per la verità lei si sentiva sempre in vergogna, provava pudore davanti ai maschi; addirittura quando le era venuto il primo menarca, la madre non gli aveva spiegato nulla anzi le aveva dato tremila lire e chiusa la questione. L’invito di unirsi a questo gruppo di ragazze la lascia stupita e curiosa. Quando si reca in Via Vescovado, trova un gruppo di ragazze sedute in cerchio su un tappeto con un cuscino poggiato davanti. Le viene spiegato lo scopo del gruppo è parlare del proprio corpo di Donna. Come primo passo bisognava collegare la parola alla voce, chiamare le cose col loro vero nome: da “fare qualcosa di proibito” a “fare sesso”, pronunciarla almeno nel loro gruppo. Fino a guardarsi veramente allo specchio, il loro corpo all’interno. Carla non voleva diventare simulacro di una donna che un tempo era stata bella e desiderata e che ora passava le giornate tenendo il rosario in una mano e una paletta per schiacciare le mosche nell'altra. Carla, che come sua madre era nata con grazia e talento, non voleva, non poteva sciupare ciò che Lina aveva buttato via. Jennifer, con questo libro, ci accompagna all’interno di una storia intima per raccontarci però la nascita del movimento femminista in Italia.
La fabbrica di bottoni di Jennifer Guerra fa parte della collana di Romanzi sulla rivisitazione dei Dieci Comandamenti. Anche questo è un romanzo breve ma potente, che racconta la nascita di una coscienza femminile in un’Italia che sta appena cominciando a cambiare.
“ Conosci il tuo corpo? ” — una domanda semplice, ma capace di scardinare un’intera educazione.
Padova, 1967. Carla ha poco più di vent’anni quando lascia il suo paesino per lavorare come segretaria alla fabbrica di bottoni Zedapa. È una ragazza perbene, cresciuta in una famiglia cattolica, con idee confuse su amore, desiderio e libertà. La città non è il terremoto che si aspettava: turni rigidi, poche relazioni, una vita che scorre tra doveri e silenzi. Finché un volantino — “Conosci il tuo corpo?” — la spiazza. È l’invito a un gruppo di autocoscienza femminile, dove ragazze si riuniscono per parlare, esplorare, mettere in discussione ciò che è stato imposto. Carla, unica ragazza di campagna tra studentesse urbane, accetta. E da quel momento, la sua vita cambia. Con una scrittura essenziale e incisiva, Guerra non ha bisogno di fronzoli per colpire. Ogni parola è scelta con cura, ogni scena ha un peso emotivo. L'ambientazione storica rende il contesto sociale ricostruito con precisione, senza didascalismi e la protagonista è davvero autentica: Carla è fragile, curiosa, in trasformazione. Non è un’eroina, ma una donna che impara a scegliersi. Il romanzo è breve — appena 108 pagine — e in alcuni momenti si sente il desiderio di restare più a lungo con Carla, di approfondire certi passaggi. Alcuni personaggi secondari restano sullo sfondo, e la narrazione, pur intensa, avrebbe potuto osare di più nel finale. Lo consigliato a chi ama le storie di formazione femminile, i romanzi che parlano di corpo e libertà senza retorica con narrazioni intime, ambientate in contesti storici precisi.
Una lettura leggera e molto piacevole, che mi ha fatto immergere in un periodo storico che mi appassiona e di cui leggo sempre volentieri, quello della nascita dei movimenti femministi in Italia e nel mondo. Il finale, poi, bellissimo!