“Quella di Innocenta, Aristide e Mimma non è una famiglia come le altre. Loro, i Mambrini, fanno e vendono il pane.”
Cabiaglio, 1943
Aristide ha diciassette anni e con la farina compie magie. Sua mamma Innocenta sta insegnando a Mimma, la piccola di casa, a vendere il pane. Loro sono i prestinai di Cabiaglio, in provincia di Varese.
Una sera, mentre stanno gustando un risotto col prezzemolo, odono urla in strada: la guerra è finita!
“È la sera di mercoledì 8 settembre 1943, il giorno dell’annuncio dell’armistizio.”
Finalmente si può cominciare una nuova vita? Purtroppo non è così; anzi, inizia un periodo di subbuglio, nel quale “nessuno dà ordini, le caserme si svuotano”; i soldati scappano, cercano di oltrepassare il confine e riparare in Svizzera. Sono i preti ad aiutare quei ragazzi che volevano solo salvarsi e ritornare ad una vita normale.
L’autore ci presenta gli abitanti del paese: Onorina che rilegge, piangendo, le lettere che le invia dal fronte il figlio Felice; le quattro sorelle De Maria che sperano di rivedere presto, Gianernesto, il figlio di Lina; la famiglia di Dolores che è scappata da Milano per i bombardamenti ed ora, forse, può ritornarvi; Appiano Salvini che ha lo stesso nome del santo patrono di Cabiaglio e suo cugino Ernestino Cattaneo, che sono due antifascisti. Loro aiutano gli ebrei che vogliono passare il confine.
Per sfamare tutte queste persone c’è il pane di Aristide e Innocenta.
Era un colpo al cuore quando arrivava una cartolina precetto. La prima a Cabiaglio arrivò il 14 giugno 1940 al figlio della sarta. Durante la guerra, l’arrivo del postino era un momento di ansia perché poteva portare buone notizie ma anche quelle cattive, le più temute.
La panetteria è il fulcro del paese. Tutti vi si recano, non solo per assaggiare un pezzo di focaccia o bere un bicchierino di grappa, ma soprattutto per confidarsi con Aristide e Innocenta. Utilizzando il crossover, Pier Vittorio riprende il suo primo romanzo: “La casa dell’uva fragola”:
“All’inizio di settembre, pochi giorni prima che tutto andasse a rotoli, quando si entrava in casa c’era un profumo d’uva fragola così intenso da far girare la testa. La vite che saliva fino al tetto coprendo le facciate interne era talmente carica di grappoli che sembrava più nera di acini che verde di foglie.”
Con l’uva fragola, chiamata anche uva americana, si faceva una squisita marmellata che diventava rosso scuro e che si spalmava sulle fette di polenta.
Alla fine del 1943, il pane sfornato da Aristide è sempre meno perché non si trova la farina, a causa dell’occupazione tedesca. Inoltre, iniziano i bombardamenti anche vicino a Cabiaglio. ‘Pane’ veniva utilizzato anche come parola d’ordine: “Devi dire pane, io risponderò farina”. Anche per Aristide è arrivato il momento di decidere; arrivano le chiamate pure per i ragazzi nati nel 1926. Se fosse per lui, resterebbe al forno a fare il pane. Spera nell’arrivo degli Americani, ma si trovano ancora a Roma. Non si può spegnere il forno, la gente deve continuare a mangiare. Occuparsi del forno e sfornare pagnotte da parte degli abitanti del paese, che vengono ad aiutare i Mambrini, è anche un modo per non pensare ai figli che sono al fronte.
Terminata davvero la guerra, sono tante le storie da raccontare mentre ci si ritrova al circolo o si mangia un piatto di cassaeula. Ma c’è anche chi non ha proprio voglia di raccontare e preferisce cambiare discorso. Le descrizioni di Pier Vittorio Buffa sembrano fotografie, istantanee degli avvenimenti. I fatti narrati e i personaggi descritti sono reali; l’autore ha raccontato, sotto forma di romanzo, le storie tramandate ai figli e ai nipoti di tutti i protagonisti del libro. In effetti, l’impressione è quella di entrare davvero in quel paese, in quelle case e in quel forno e di conoscere e di parlare con tutte quelle persone.