In un'epoca che ci vuole tristi, performanti e soli, scegliere di perseguire la felicità può davvero essere considerato un gesto radicale. Ci hanno convinti che la felicità sia un premio da conquistare da soli. La realtà è un' la felicità è un atto politico, una forma di resistenza collettiva. Ma che cos'è davvero la felicità? E perché dovremmo smettere di considerarla un fatto privato? Giulia Blasi parte da una serie di riflessioni personali da attivista in preda a un momento di sconforto per decostruire la narrazione dell'isolamento e mettersi alla ricerca di un'alternativa concreta al senso di impotenza che attraversa il nostro tempo. Il risultato è un libro che non fornisce soluzioni facili per problemi complessi ma prova a disegnare una mappa per orientarsi in un periodo di grande difficoltà collettiva, cercando una via d'uscita dal Tapinocene, l'era dell'infelicità. Un'epoca che ci vede schiacciati da bisogni che non riusciamo a soddisfare, da una vita che ci sembra di non vivere e da una collettività globalizzata e sempre connessa in cui ci sentiamo soli e incompresi. Con la lucidità e l'ironia che contraddistinguono la sua scrittura, l'autrice smonta pagina dopo pagina le idee tossiche e distorte intorno a potere, corpo, vita e lavoro, e mostra come il sistema economico, culturale e sociale sia progettato per farci sentire sempre in troppo fragili, troppo stanchi, troppo soli. Un viaggio a tappe che alterna serietà e umorismo, analisi e divagazioni, che segue un filo l'elevazione della felicità a bene da difendere e diritto da rivendicare. La felicità è un atto politico è un libro attuale e tempestivo, che non offre soluzioni, ma alleanze, e non promette la felicità, ma invita a reclamarla come bene comune.
Giulia Blasi è nata a Pordenone e risiede a Roma, sua città d'elezione. Autrice di saggi, romanzi e racconti, nel 2019 ha tenuto il suo primo TEDx Talk, dedicato alla leadership femminista. È l'ideatrice della campagna #quellavoltache, pensata per denunciare le molestie sessuali, lanciata nel 2017 pochi giorni prima di #metoo.
Un saggio che parte dal tema della felicità (intesa appunto come "atto politico") per trattare una serie di altre tematiche, dalla politica all’attivismo, passando per il lavoro. L’idea è molto interessante, anche se in qualche capitolo si perde un po’ il tema principale (la felicità) per come vengono esposte tesi e argomenti a supporto. Sicuramente un libro impegnato politicamente e allo stesso tempo scritto in modo anche molto ironico e tagliente (nello stile dell’autrice). Se conoscete e apprezzate le tematiche trattate da Giulia Blasi, questo libro vi piacerà.
Giulia Blasi ha uno scaffale nella mia libreria, anche perché nessuna delle persone che descrivono la contemporaneità dalla posizione di attiviste riesce a spiegarmi così bene quello che sto pensando anche io nel momento in cui lo sto pensando. Giulia mi aveva spiegato, con Brutta, che quello che sentivo come malessere del corpo, di continuo, era in realtà menopausa (sì, lo era), con Brutta. Tra le persone che leggo abitualmente è una delle poche che l'ha nominata e ne ha parlato. Adesso parla di felicità, non come aspirazione filosofica irraggiungibile, ma come condizione che a livello individuale e collettivo dovremmo provare a raggiungere. Ne parla partendo da un argomento tosto, dalla rielezione di Trump che sta portando il mondo a un livello di baratro superiore rispetto a quello in cui ci trovavamo già prima della fine del 2024. Si ferma prima dell'invasione di Gaza che è in corso in questi giorni, ma è fisiologico, i libri che parlano di contemporaneità inevitabilmente si perdono qualcosa. Ma il fuoco è valido in ogni caso: la felicità resta un nodo fondamentale, deve essere alla base di qualsiasi progetto politico che si rispetti, e deve riguardare il benessere psicofisico di ogni individuo. Non possiamo essere felici se nella nostra vita esiste solo il lavoro, neppure se il lavoro è qualcosa che ci piace molto, perché alla lunga anche fare qualcosa che ti piace molto in cui devi essere performativo ti logora. Non possiamo essere felici se siamo obbligati a occuparci sempre da soli di qualcuno. Non possiamo sicuramente essere felici se esiste un mondo fuori da casa nostra dove la gente muore, non ha diritti, li regala impacchettati con un nastro a pochi individui che, loro sì, hanno diritti così estesi da diventare privilegi. Tutta questa roba non succederà mai se non cominciamo a preoccuparci di farla succedere collettivamente. Il che significa uscendo di casa e facendo cose, non restando attaccati a internet h24. Questo è quello che dice a me Giulia. Se mi sbalio, mi corigerete. Però leggetela perché serve una sintesi degli ultimi mesi e questa sintesi è la migliore che possiamo trovare a livello umano. In più non è scritta da un maschio bianco etero cis over 50 ricco, che ve lo dico a fare.
Giulia Blasi mi piace, leggo con interesse la sua newsletter, ho apprezzato i suoi precedenti libri di non-fiction - in particolare Brutta, che guarda al tema della bellezza da un’angolazione originale -, ha un tono di voce generalmente troppo netto, ma che, scollinato, lascia spazio a ragionamenti stimolanti. Quest’ultimo libro, però, non le è venuto affatto bene: i capitoli che lo compongono non si fanno attraversare da quello che, secondo il titolo, dovrebbe essere il tema di fondo e, nel momento in cui ci arriva, al tema di fondo, lo affronta con pressapochismo. Eppure in una società così pregna di individualismo anche nella ricerca della felicità, ce ne sarebbero, di cose da dire, sulla felicità come atto politico, e di converso sui limiti della felicità come stato d’animo da consumarsi preferibilmente all’interno del ristretto perimetro di casa propria. Gran peccato.
In questo periodo di stravolgimenti mondiali, in cui tante certezze delle generazioni più vecchie non hanno più alcun valore nel mondo odierno, leggere Giulia Blasi è una carezza al cuore, un rinvigorente per la mente e una cura per l’anima. Non parliamo di un libro in cui vengono propinate false speranze, cercati nemici comuni o certezze, ma anzi, parliamo di un libro in cui ti viene ricordato che la felicità esiste e va costruita, e che non significa stasi o perfezione, ma che vuol dire imparare a ballare sotto la pioggia e possibilmente ricordandoci che siamo fatti per vivere in comunità e da lì possiamo (dovremmo?!) ripartire. In 2, 10, 100, 1000 il peso da portare è più leggero!
Per quanto io abbia apprezzato e salvato nelle note alcune riflessioni (è sempre illuminante quando una persona sa dire meglio di te quello che pensi), ho trovato il punto sulla felicità un po’ debole, poco concreto. È una bella introduzione al tema, diciamo.
Se siete interessatə, io approfondirei con The Divide.
Comunque, ho scoperto Bullshit jobs, alla fine un saggio che mi suggerisce altri saggi non può che darmi gioia.