Il 6 maggio 2016 l'imprenditrice Maria Chindamo veniva sequestrata e data in pasto ai maiali ancora viva. Un delitto che trascende la comprensione umana, con un processo ancora in corso, ma che si inserisce subito in un contesto ben quello della figura del "patriarca" e di un potere che sfocia nella violenza brutale e nel femminicidio.
Roberta Bruzzone, con il suo stile inconfondibile, riprende questo tragico evento per affrontare uno dei temi centrali della sua produzione il patriarcato, nella sua declinazione più feroce, quella criminale. Ma cosa si intende con l'espressione patriarcato criminale? Attraverso una lucida analisi, l'autrice esplora la cultura patriarcale, il modo in cui questa continua a influenzare la società e le aspettative socioculturali basate sul genere, perpetuando stereotipi che, nei casi più estremi, conducono al femminicidio.
In queste pagine le storie di Maria Chindamo, Giulia Cecchettin e Saman Abbas diventano non solo testimonianze di orrori privati, ma anche denuncia di un sistema che troppo spesso si gira dall'altra parte o che, nella migliore delle ipotesi, fraintende, lasciando che le vittime diventino numeri in una statistica che cresce di anno in anno.
Un libro che racconta e al tempo stesso interroga il lettore, costringendolo a confrontarsi con le zone d'ombra della nostra società e con una realtà in cui la donna diventa spesso vittima sacrificale, schiacciata da un sistema che la considera, ancora una volta, proprietà dell'uomo.
è una recensione difficile, conoscevo la storia di Saman Abbas e Giulia Cecchettin, sinceramente non quella di Maria Chindamo; per quanto mi riguarda tutto ciò che è scritto è raccapricciante, non so se sia scritto bene o meno, sicuramente la Bruzzone sa il fatto suo e ancora più sicuramente più si parla, si denuncia, si urla, si fa qualsiasi cosa per parlare dei femminicidi e del cambio drastico di cultura che è necessario attuare, meglio è.
Ho letto questo libro con l'aspettativa di trovare un’analisi seria, fondata, capace di affrontare il tema della violenza di genere con la delicatezza e il rigore che merita. Invece, mi sono ritrovato davanti a un testo confuso, contraddittorio, spesso sensazionalistico. E più andavo avanti, più mi rendevo conto che qualcosa non tornava.
Già dalla prefazione ho iniziato a storcere il naso. Prima si dice che il patriarcato è stato smantellato grazie ai progressi culturali e giuridici, poi si afferma che è ancora così radicato da essere “connaturato” persino nei giovani. Insomma, tutto e il contrario di tutto.
Poi c'è il passaggio su Elena Cecchettin: riportare la sua frase "Turetta non è un mostro, ma un figlio sano di una cultura patriarcale" come se fosse una verità criminologica è, francamente, pericoloso. No, chi uccide non è una persona “normale”. Serve molta più cautela quando si usano certe parole, soprattutto se si ha una formazione accademica.
E i dati? Una giungla. Percentuali buttate lì senza riferimenti temporali, grafici assenti, numeri assoluti che mancano del tutto. Si insiste su tendenze che, a ben guardare, non significano quello che si vuol far credere. Dire che i femminicidi aumentano perché diminuiscono gli omicidi maschili è fuorviante. E ripetere che "le donne stanno peggio di prima" senza contesto statistico serve solo ad alimentare un senso di emergenza che i numeri, presi con serietà, non confermano.
Mi ha colpito anche la superficialità con cui vengono trattati alcuni studi. Sondaggi anonimi online, senza alcun rigore metodologico, vengono elevati a prova regina del fatto che la violenza di genere sia un "virus trasmesso in famiglia". Ma dove sono le basi scientifiche? Dove sono le fonti affidabili? Quando si affrontano temi così delicati, non ci si può permettere di essere approssimativi.
Non è finita. La seconda parte del libro, quella che racconta le storie di Saman Abbas, Maria Chindamo, Giulia Cecchettin... beh, mi ha lasciato un senso di disagio. Non per le storie in sé, che meritano rispetto e attenzione, ma per il modo in cui sono state trattate: sembravano stralci di cronaca nera cuciti insieme per commuovere, più che per spiegare. Nessuna vera analisi, nessun tentativo di comprendere cosa spinge qualcuno a commettere certi crimini. Solo pathos, dettagli irrilevanti e una narrazione quasi da talk show.
E dove sarebbe finita l’analisi criminologica che ci si aspetterebbe da un'esperta del settore? Non c’è. Nemmeno quando si tocca il caso di Saman, dove l’elemento religioso viene quasi ignorato, come se tutto fosse riducibile al solito mantra: “è colpa del patriarcato”. Ma la realtà è più complessa. E ignorarla è un torto, non solo alla verità, ma anche alle vittime.
In sintesi? Questo libro non aiuta a capire. Non informa. Non analizza. Semplifica, distorce, e a tratti manipola. E nel farlo, rischia di rafforzare proprio quei pregiudizi che dice di voler combattere.
Un libro da divorare, chiaro, conciso e dritto al punto. La criminologa R. Bruzzone da voce a tutte quelle modalità invisibili in cui il patriarcato continua a insinuarsi profondamente e ci condiziona il modo di percepire le donne e i ruoli rigidi che le vengono etichettati. I femminicidi riportati nel libro, mostrano concretamente come ci sia un contesto in cui un uomo o una famiglia ossessionati sul controllo di una donna, trovino posto per ristabilire con violenza la loro idea di potere, controllo e superiorità; come la donna sua considerata un oggetto da prendere e buttare via a proprio piacimento da questo tipo di personalità disadattate. Infine, il libro pone l'attenzione sui segnali (purtroppo normalizzati) che precedono un episodio di violenza e stimola riflessioni sulle possibilità che tutti abbiamo per affossare il patriarcato.
Un libro molto franco, come già annunciato dal titolo. Un libro che parla del patriarcato e dei suoi effetti più estremi, i femminicidi. L'autrice con autorevolezza, dopo aver condotto un excursus storico del patriarcato, ci presenta tre storie recenti di donne che hanno subito violenza fino alla morte a causa del patriarcato che ha le sue radici nel passato, ma continua ad operare e a influire negativamente ancora oggi. Le storie presentate sono molto diverse, ovvero hanno un contesto differente, ma un comune denominatore, il patriarcato criminale. Il messaggio dell'autrice è quello di rendere consapevoli che dietro alcuni atteggiamenti, ci sono dei segnali di quel patriarcato che ancora è vivo e anche nei giovani. Bruzzone parla con chiarezza e schiettezza del problema mettendo i lettori in un atteggiamento riflessivo e comparativo.
L’ho divorato in un solo giorno. Non perché fosse breve, ma perché impossibile da abbandonare. Ogni pagina mi bruciava dentro, alimentando una rabbia che mi faceva imprecare, urlare a voce alta, dire di no. Avrei voluto essere lì, accanto a quelle donne, quelle ragazze, quelle innocenti che hanno sofferto. Vittime di un patriarcato che si ostina a non morire, accettato da troppi come fosse normale.
Ma normale non è. Queste storie graffiano l’anima, fanno male, fanno letteralmente esplodere di rabbia. E per loro è ormai troppo tardi.
Leggetelo. Fatelo leggere. Perché chiudere gli occhi non è un’opzione. non piu' ora.
Il libro affronta tre casi di femminicidio – Saman Abbas, Maria Chindamo e Giulia Cecchettin – per denunciare la persistenza di una cultura patriarcale. Tema importante, ma trattato in modo superficiale: le vicende ripetono ciò che già si conosce dai media, senza analisi nuove o dati a supporto. Il tono è sensazionalista e moralistico, con affermazioni forti ma poco approfondite. Un’occasione mancata che lascia più indignazione che strumenti di comprensione.
Il libro si concentra nella prima parte su dati e definizioni, mentre nella seconda su tre casi di donne uccise: Saman Abbas, Maria Chindamo e Giulia Cecchettin. Mi aspettavo più dati, più analisi, nel complesso è stato un ascolto interessante. I 15 punti di Giulia mi son rimasti addosso.
Saggio breve ,scorrevole e soprattutto chiaro. Prende un tema decisamente importante e su cui è necessario sensibilizzare e ti sbatte in faccia le dinamiche che purtroppo stanno dietro al tema trattato .