Giunta al termine della propria esistenza terrena, vecchia e stanca della vita, Pannychis XI, ultima Pizia di Apollo, ultima sacerdotessa dell'oracolo di Delfi, riceve la visita di un mendicante senza occhi: ella non si ricorda di Edipo, al quale aveva predetto un terribile avvenire. Non si ricordava, Pannychis, del responso, perché la Pizia è ben consapevole che i suoi vaticini, le sue profezie, sono delle scemenze belle e buone, benché esposte poeticamente, e ancora maggiore è la scemenza degli uomini, che ripongono la loro fiducia in tali assurdità.
Dopo aver cercato nei ricordi, alla Pizia torna alla mente l'oracolo fatto in passato ad Edipo. A quei tempi, il futuro re era un ragazzo, e con lui Pannychis si era sbizzarrita, l'aveva volutamente sparata grossa, forse per provocarlo, forse per spingerlo a non riporre ulteriore fiducia in queste pratiche irrazionali: “la Pizia gli fece una profezia che più insensata e inverosimile non avrebbe potuto essere, la quale, pensò, non si sarebbe certamente mai avverata, perché nessuno al mondo può ammazzare il proprio padre e andare a letto con la propria madre”. Quale credulone avrebbe preso sul serio tali parole?
Eppure, il destino è ineluttabile, la profezia si è avverata, anche se, come scoprirà la Pizia quando si unirà all'astuto indovino Tiresia e all'enigmatica Sfinge, non nel modo più semplice e naturale possibile. Nel vedere dispiegarsi quel garbuglio di eventi tutti connessi, che si dispongono come le tessere di un domino, la Pizia capirà negli ultimi istanti di vita che la verità non è assoluta, ma relativa, non è una e immutabile, ma molteplice e mutevole, e che essa “resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta”.
Nel riscrivere il mito di Edipo con lo spirito di un uomo del Novecento, Durrenmatt utilizza un linguaggio irriverente, grottesco e a tratti cupo, ma il suo intento non è semplicemente burlarsi della spontanea saggezza greca: il mito viene qui utilizzato come espediente per mostrare l'esistenza umana come esperienza pervasa dalla mancanza di certezze, dalla menzogna e dall'ambiguità, dall'enigma, dal caso e dal caos, dal conflitto tra razionale ed irrazionale (le considerazioni di Tiresia nel paragonare il suo modo di agire a quello della Pizia è emblematico) e dalle innumerevoli bassezze di cui ci si può macchiare.
Questo racconto denso, ombroso e tagliente, pur parlando degli antichi con il loro stesso poetico linguaggio, è terribilmente moderno anche per le considerazioni che vi sono sull'idiozia degli uomini, sul loro bisogno di credere ciecamente e, anziché esserne gli artefici, di affidare il proprio destino ad altri, siano essi déi, oracoli, indovini o tiranni. Nella penna di questo scrittore geniale sono ben presenti gli esperimenti totalitari del Novecento, e in questo racconto l'autore non risparmia feroci critiche. E pare che Durrenmatt abbia visto nel futuro quando, guardando al passato, mette in bocca ad una stizzita Pannychis l'amara constatazione sull'ennesima, inutile richiesta del popolo tebano, tormentato dalla pestilenza: “Invece di costruire una fognatura come si deve, tanto per cambiare ti chiedono un oracolo”. Anche oggi, dovremmo meditare su questo imperdibile racconto senza tempo, che con le sue magnifiche intuizioni e splendide speculazioni sa indagare come pochi altri l'animo umano.