Questa è una recensione scritta dal punto di vista di chi i libri li ha visti nascere e ora li legge su schermo. Mentre scorro le pagine digitali di questo volume di Leor Zmigrod sul mio Kindle, non posso fare a meno di sorridere dell'ironia della situazione. Io, figlio di un tipografo che mi ha cresciuto tra l'odore dell'inchiostro e il rumore delle macchine, che ho dedicato una vita a collezionare libri fisici - compresi quelli che qualcuno, in qualche momento della storia, ha voluto proibire - ora leggo di neuroscienze e rigidità mentale su uno schermo sottile come una rivista.
È una rivoluzione silenziosa quella che ho vissuto negli ultimi anni. Nel quinto ventennio di vita, a ottanta e passa anni, dopo una carriera di linguista e una vita da bibliomane incallito, ho scoperto il paradosso del libro digitale: posso portare con me migliaia di volumi in un oggetto che pesa meno di un tascabile, ma non posso più sentire sotto le dita la ruvidezza della carta vergata o la morbidezza della pergamena antica.
"Il Cervello Ideologico" della studiosa Zmigrod è arrivato nella mia biblioteca virtuale con un semplice clic. Nessun viaggio in libreria, nessuna attesa, nessun peso da portare a casa. Mio padre, che componeva ogni lettera a mano e conosceva il peso specifico di ogni carattere tipografico, non avrebbe mai immaginato che suo figlio avrebbe letto su un dispositivo dove le parole nascono dalla luce.
Eppure, mentre leggo le ricerche della neuroscienziata di Cambridge sui meccanismi cerebrali del pensiero dogmatico, capisco che forse non è cambiato l'essenziale. Il contenuto rimane potente, le idee mantengono la loro forza perturbatrice, il pensiero scorre con la stessa intensità che avrebbe avuto su carta. La Zmigrod mi conduce attraverso i labirinti neurologici della rigidità cognitiva con la stessa efficacia che avrebbe avuto in un volume rilegato.
Ma c'è una perdita che sento profondamente. La mia biblioteca fisica - con i suoi volumi proibiti salvati dai danni del tempo, le prime edizioni nascoste e preziose, i libri censurati conservati sfidando divieti di ogni epoca - quella biblioteca parla anche quando non la leggo. I volumi si fronteggiano sugli scaffali, creano dialoghi visivi, si contraddicono fisicamente. Il "Mein Kampf" accanto alle opere di T S Eliot non è solo una scelta intellettuale: è un confronto che si vede, si tocca, si respira.
Nel Kindle, tutto questo scompare. I miei libri proibiti coesistono nello stesso spazio digitale senza potersi guardare negli occhi. L'ideologia nazista e quella comunista, i testi sacri e quelli blasfemi, occupano tutti gli stessi pixel sullo schermo. È una democrazia digitale che forse livella troppo le differenze.
Leggendo la ricerca della Zmigrod sui correlati neurobiologici della rigidità mentale, mi chiedo se il mio passaggio al digitale non rappresenti proprio quella flessibilità cognitiva che lei descrive come antidoto al pensiero dogmatico. Ho dovuto superare decenni di feticismo librario, abbandonare la sensualità della carta, accettare l'immaterialità del testo. È stato un piccolo esercizio contro la rigidità mentale.
Dall'altro lato, però, mi preoccupa una cosa che la Zmigrod non poteva prevedere quando ha condotto le sue ricerche: il Kindle sa cosa leggo, quando lo leggo, quanto tempo dedico a ogni pagina. Algoritmi che non comprendo suggeriscono cosa dovrei leggere dopo, creando quelle che potremmo chiamare "camere dell'eco digitali". Il rischio di rigidità cognitiva non viene più dai roghi pubblici, ma da filtri invisibili che mi mostrano solo i libri che confermano i miei gusti precedenti.
Mio padre diceva sempre: "Ogni libro che stampiamo entra nel mondo per restarci". Con il digitale, questa certezza vacilla. I miei libri elettronici esistono finché funziona il dispositivo, finché l'azienda mantiene i server, finché non cambiano i formati. È una fragilità che la carta non conosce. Paradossalmente, i libri proibiti che ho salvato in forma fisica sopravvivranno probabilmente più a lungo dei file digitali che sto accumulando oggi.
Eppure, leggendo le conclusioni della Zmigrod su schermo, capisco che forse sto partecipando a una nuova forma di resistenza culturale. Il mio Kindle contiene oggi libri che in forma fisica non riuscirei più a trovare, opere rare che nessun editore ristamperebbe, testi censurati che circolano solo in formato digitale. In un certo senso, sono diventato un contrabbandiere digitale, come ero stato un conservatore fisico.
La ricerca della Zmigrod assume nuove sfumature quando la leggo su dispositivo elettronico. Lei descrive come certi pattern neurali predispongano al pensiero rigido, ma non ha potuto studiare l'effetto della lettura digitale su questi meccanismi. Io, che ho letto migliaia di libri su carta e ora centinaia su schermo, posso testimoniare una differenza: sul Kindle leggo più velocemente, ma rifletto meno profondamente. È come se la superficie liscia dello schermo favorisse uno scorrimento più superficiale del pensiero.
Questo mi preoccupa alla luce delle scoperte della neuroscienziata. Se la rigidità cognitiva si combatte con la riflessione profonda e il confronto paziente con idee diverse, forse stiamo perdendo qualcosa di essenziale nel passaggio al digitale. Non la capacità di accedere alle informazioni, ma quella di metabolizzarle lentamente, di lasciarle sedimentare, di creare quelle connessioni inaspettate che nascono dalla lettura contemplativa.
Chiudendo il Kindle dopo aver terminato "Il Cervello Ideologico", mi chiedo cosa penserebbe mio padre di questa trasformazione. Lui, che conosceva ogni segreto della stampa, che sapeva quando un carattere era consumato dal suono che faceva battendo sulla carta, che riconosceva a occhi chiusi il tipo di inchiostro dall'odore. Lui i libri li "faceva".
Forse capirebbe che l'essenziale non è cambiato: le idee continuano a viaggiare, a scontrarsi, a cercare menti disposte ad accoglierle. Ma forse si rattristerebbe sapendo che suo figlio non può più mostrare fisicamente a un visitatore la propria biblioteca, non può più dire: "Guarda, questo libro l'ho salvato da un rogo, questo l'ho trovato nascosto in una soffitta, questo me l'ho trovato su una bancarella.
Il lavoro della Zmigrod ci avverte sui pericoli della rigidità mentale, sui meccanismi neurobiologici che ci rendono vulnerabili al pensiero dogmatico. Il mio passaggio dal libro fisico a quello digitale è forse una piccola vittoria contro questa rigidità: ho saputo adattarmi, cambiare, accettare una nuova forma di lettura.
Ma rimane una domanda che il libro non può risolvere: nell'era digitale, dove tutto è accessibile ma niente è permanente, dove posso leggere qualunque cosa ma non posso più toccarla, stiamo diventando più flessibili mentalmente o stiamo solo cambiando il tipo di rigidità a cui siamo soggetti? La risposta, forse, la darà solo il tempo. Intanto continuo a leggere, su schermo e su carta quando posso, perché - come diceva mio padre mentre componeva i caratteri - "ogni libro è un esperimento. Non sappiamo mai che cosa succederà quando qualcuno lo aprirà". Anche se oggi "aprire" significa premere un pulsante su uno schermo.
Il figlio del tipografo, bibliomane analogico diventato digitale per necessità si rende conto di aver parlato poco delle ideologie e di chi l'ha scritto. Resto convinto che ogni essere umano è destinato a vivere con la sua ideologia. Leor Zmigrod è una neuroscienziata e psicologa politica di spicco, pioniera nel campo della "neuroscienza politica". Ha completato il suo PhD come Gates Scholar presso il Dipartimento di Psicologia dell'Università di Cambridge e successivamente è stata selezionata per una prestigiosa fellowship di ricerca a Cambridge per dirigere il proprio programma di ricerca indipendente.
La sua ricerca si concentra sullo studio delle caratteristiche cognitive, emotive e neurobiologiche che possono rendere gli individui vulnerabili alla radicalizzazione e al comportamento ideologico estremo. È una psicologa politica e neuroscienziata la cui ricerca indaga le caratteristiche cognitive ed emotive che rendono gli individui suscettibili all'estremismo ideologico.
Il suo libro esplora le radici neurologiche e biologiche del pensiero rigido, rivela le profonde connessioni tra le convinzioni politiche e la biologia del cervello, basandosi sulla sua ricerca all'avanguardia per esporre la complessa interazione tra cognizione e ambiente che predispone alcuni individui a modi di pensare inflessibili. Ha pubblicato oltre 30 articoli peer-reviewed Leor Zmigrod e è stata visiting fellow a Stanford, Harvard e presso gli Institutes for Advanced Study di Berlino. Il suo libro "The Ideological Brain" è stato nominato tra i libri più attesi del 2025. La Zmigrod rappresenta una voce autorevole nell'emergente campo che unisce neuroscienze e psicologia politica per comprendere i meccanismi alla base della formazione delle credenze ideologiche e del pensiero dogmatico.