La sorella di Azra Nuhefendic, da bambina, attraverso le finestre della casa dei nonni, s'incantava a guardare le luci della città che sembravano stelle cadute dal cielo. Oggi il paesaggio che offre Sarajevo è diverso, segnato, corrotto dalla guerra che sul finire del '900 ha cancellato lo Stato della Jugoslavia. Questo libro raccoglie le cronache di una delle più autorevoli giornaliste bosniache: diciotto storie, in gran parte inedite, in cui l'esperienza personale si mescola alla storia ufficiale, i ricordi ai miti, superando pregiudizi e stereotipi. È potentissima, efficace, emozionante la scrittura di Azra Nuhefendic che, senza mai scadere nella facile retorica, con il suo stile semplice, onesto, mai banale, offre uno spaccato di quella martoriata area geografica da testimone diretta. Un viaggio che si apre nella stazione dove un tempo risuonavano le grida e i pianti dei ragazzini in partenza per la colonia, e che si chiude con il treno che, dopo diciotto anni dall'inizio della guerra, da Belgrado riparte per Sarajevo: "Noi non sappiamo ancora dove siamo diretti, né quali saranno le fermate" scrive la Nuhefendic.
Una testimonianza-diario sulla guerra in Bosnia Erzegovina dei primi anni '90. Attraverso la propria storia personale, le storie di varie persone da lei conosciute o di luoghi, la scrittrice ripercorre l'assedio di Sarajevo durato 4 anni a opera delle milizie serbe. Questa è una testimonianza che mi ha permesso di conoscere ancora meglio quello che è successo in Bosnia e le condizioni che hanno permesso questo abominevole genocidio.