Nel 1902 il premio Nobel per la Medicina venne assegnato al medico britannico Ronald Ross «per il suo lavoro sulla malaria». Ma, sulla sola base dei suoi studi, nessuna profilassi contro la malattia sarebbe stata realizzabile. Il riconoscimento escludeva Battista Grassi, il medico lombardo che aveva identificato la zanzara del genere Anopheles responsabile del contagio, descrivendo lo sviluppo del parassita nell’insetto e la sua trasmissione all’uomo. Grazie alle proprie ricerche, lo studioso italiano fu il primo a organizzare una profilassi antimalarica scientificamente fondata. Per quale ragione Grassi venne escluso dal Nobel che avrebbe dovuto condividere con Ross? Basandosi sugli studi storici più recenti e sulla documentazione esistente, Malaria racconta l’incredibile congiura ordita contro Grassi, guidata dallo stesso Ross e dal grande microbiologo tedesco Robert Koch, della quale fecero inconsapevolmente parte alcuni colleghi italiani. Proprio nelle cruciali settimane in cui si sarebbe decisa l’assegnazione del premio, infatti, non lo appoggiarono o addirittura lo accusarono di plagio. Alla base dell’accanimento dei colleghi vi furono diverse ragioni, non ultimo il carattere irruento del medico, che gli creò nemici potenti. Come in un thriller scientifico, fra colpi bassi, spie di laboratorio e pericolosi esperimenti, questo libro descrive la vita singolare e straordinaria di Giovanni Battista Grassi a cento anni dalla scomparsa, un genio naturalista allo stato puro, premiato nel 1896 con la Darwin Medal della Royal Society di Londra, il massimo riconoscimento dell’epoca per chi si fosse distinto negli studi biologici. Ma al quale, per una congiura scientifica, venne negato il Nobel.
La pestilenza dominava su ampie porzioni del globo. Nel corso dell’Ottocento oltre metà della popolazione mondiale era a rischio di contrarla e, probabilmente, una persona su dieci periva a causa del morbo. In Italia la malaria era quasi una “malattia nazionale” perché colpiva estese zone della penisola. Scoprire l’origine del contagio significava assicurare l’immortalità scientifica al proprio nome.
Dall’autore di Storia avventurosa della medicina, la ricostruzione di una grande scoperta e della congiura scientifica che negò a Battista Grassi il premio Nobel. Intrighi, colpi bassi, spionaggio di un thriller scientifico ricostruito su documenti inediti, a un secolo dai fatti.
Paolo Mazzarello con "Malaria. Il Nobel negato" fa una cosa che pochissimi storici della scienza riescono davvero a fare: prendere un argomento che sulla carta sembrerebbe “accademico”,zanzare, parassiti, dispute tra scienziati e trasformarlo in una storia avvincente, quasi romanzesca, dove si sente il ronzio dell’ingiustizia tanto quanto quello degli insetti che trasmettono la malattia.
C’è l’Italia di fine Ottocento, afflitta dalla malaria come da una maledizione biblica, c’è un medico ostinato, Giovanni Battista Grassi, che osserva, sperimenta, annota, e soprattutto non si arrende finché non trova la prova che il colpevole è la zanzara Anopheles. E poi c’è l’altro volto della storia, quello della rivalità accademica: Ronald Ross, lo scienziato inglese che riceverà il Nobel nel 1902, lasciando Grassi nell’ombra.
L'autore racconta questa vicenda con un tono che ricorda un po’ Alberto Angela quando decide di farsi più narratore che divulgatore. Ogni capitolo scorre come un’indagine scientifica e insieme come un giallo incalzante. C’è un sottotesto chiaro e potentissimo: la scienza è umana, con tutti i difetti che comporta. Le scoperte non vivono nel vuoto della neutralità, ma tra rivalità personali, nazionalismi e giochi di potere.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura è sorprendentemente fluida e cinematografica. Nonostante la mole di informazioni storiche e mediche, l’autore mantiene sempre la tensione viva: le scene di laboratorio, le discussioni tra scienziati, perfino le descrizioni delle campagne italiane infestate dalla malaria hanno un’energia visiva notevole. È il tipo di saggio che si legge come un romanzo, pieno di dettagli, ma mai pesante. Malaria funziona benissimo: è un atto di giustizia intellettuale, raccontato con passione, ritmo e una scrittura limpida che non rinuncia alla bellezza.
In definitiva, è un libro che consiglio anche a chi non ha un particolare interesse per la medicina: perché parla di riconoscimento, ambizione e memoria, cose che ci riguardano tutti. È un saggio che si legge col fiato corto e lascia addosso quella rabbia buona che solo le storie vere sanno provocare, la rabbia di chi scopre che il genio, a volte, non basta per entrare nei libri di storia.