Sto riprendendo a leggere Grazia Deledda, la prima e unica scrittrice italiana premiata con il Nobel e scopro aspetti sempre diversi di una figura letteraria che non è stata sempre ben compresa in Italia, e ancor meno in Sardegna, forse perché non si accettava che fosse una donna a rappresentare meglio concetti e princìpi universali che gli autori italiani hanno quasi sempre faticato a esprimere, lasciandosi opprimere da preoccupazioni di eleganza e levigatezza formale e da esigenze di letterarietà e aulicità che finivano per strangolare l’abilità e il piacere della narrazione. Così la nostra autrice è stata in qualche modo ridimensionata, quasi esorcizzata, in quanto non esattamente in tono con le scrittrici italiane, tragiche e passionali, troppo distante dagli stereotipi della narratrice delle terre del Sud, e in fondo poco esperta della lingua italiana, lei che nasceva da una realtà linguistica altra come quella sarda. Paradossalmente, per i sardi, risultava in fondo troppo poco sarda, nella sua descrizione di un mondo arcaico e selvaggio in cui i sardi non volevano riconoscersi, e più vicina in spirito al mondo mitico delle campagne russe o delle brughiere dei popoli del nord.
Nel rileggerla oggi, mi affascina soprattutto il modo in cui la Deledda racconta l’universo femminile, con uno spirito che si avvicina molto a quello dei personaggi grandi e complessi di Mauriac, Tolstoj, Dostoevskij, Nievo, Virginia Woolf. Le donne della Deledda rappresentano bene una realtà femminile forte e autorevole, come appariva nella società contadina e pastorale europea, quasi espressione e ricordo di quel matriarcato sulla cui esistenza nella nostra storia culturale ancora si discute, ma che emerge spesso da una lettura della realtà, superiore a qualunque analisi storica o sociologica a posteriori. Una realtà che la scrittrice sarda non racconta solo nella figura di “sa meri 'e domu ”, la padrona, della famiglia tradizionale in Sardegna, ma anche nelle presenze analoghe di altri mondi, come quello padano, che appare nel romanzo Annalena Bilsini.
Questo romanzo della Deledda, successivo all’assegnazione del Nobel, appare un po’ più tirato a lucido rispetto alle sue storie tradizionali. Sembra quasi che l’ambiente raccontato, quello padano, abbia accresciuto le note brillanti della scrittura e reso più vivace il potere descrittivo dell’autrice. Lo studio psicologico dei personaggi e l’ambientazione sembrano avvicinarla al Mauriac de Il bacio al lebbroso. Annalena è comunque molto simile ad altri personaggi femminili della Deledda, per determinazione e forza di carattere. Un personaggio ormai lontano dalle figure romantiche e postromantiche, una donna in cui la religione del lavoro prevale su quella delle tradizioni, in cui il controllo della vita familiare e delle risorse economiche è il motivo dominante dell’esistenza. Anche le altre presenze narrative riprendono in parte caratteristiche riscontrabili in altre opere deleddiane. Pietro, in particolare, sembra riecheggiare motivi già individuabili ad esempio in Elias Portolu.
Il romanzo finisce per caratterizzarsi però come storia esemplare e collettiva di una famiglia che tende a elevarsi attraverso il lavoro dalla vita contadina a una condizione borghese. Il buonsenso e la razionalità dovranno però prevalere sulle forze distruttive e irrazionali, sulle passioni e sui sentimenti disonesti.
Un’opera discreta, in definitiva, Annalena Bilsini, anche se priva del fascino primordiale dello scenario sardo. Le scene di vita contadina e l’alone magico della cultura popolare si presentano anche qui, non molto diverse da come apparivano nelle precedenti storie ambientate nel Nuorese. La stessa scena della preparazione della polenta, interpretata come caratteristica del mondo padano, potrebbe rappresentare analoghe scene della vita contadina in Sardegna, dove la polenta era, come nelle terre settentrionali, uno dei piatti abituali, seppure preparata in maniera leggermente diversa.