Victor era solo un bambino quando ha capito che il vuoto può essere un compagno fedele. Segnato da un passato complesso e conflitti interiori, è particolarmente sensibile ai dettagli e ai simbolismi della vita. Da adulto è diventato un investigatore, attualmente sulle tracce di Vera, una bambina scomparsa misteriosamente. Victor si ritrova immerso in un percorso fatto di indagini e incontri che intrecciano realtà, sogni e ricordi. Freddo e calcolatore sul lavoro, Victor si apre lentamente al trasporto emotivo che ogni pista e ogni testimonianza fanno riaffiorare, trasformando la sua ricerca in un profondo viaggio interiore. Ogni ambiente – dal grigiore della quotidianità agli spazi suggestivi del teatro – assume il ruolo di palcoscenico per una rappresentazione emblematica dell’esistenza. La storia investigativa si estende all’indagine sul senso della vita, con protagonisti complessi e sfaccettati. Chiara Pambianchi affronta i temi del dolore, della vendetta e della rinascita in un racconto intenso che sorprende con rivelazioni inaspettate.
Chiara Pambianchi Classe 1987, laureata in Psicologia dopo aver frequentato il Liceo Linguistico, vive a Ravenna con la sua famiglia, circondata dall’amore incondizionato dei suoi due cani e due gatti. Appassionata di cinema, serie TV, trova ispirazione nella creatività e nell’arte. Quando non è impegnata con la famiglia o il lavoro, ama trascorrere il tempo libero all’aria aperta, facendo passeggiate nella natura e trekking. La musica è un’altra sua grande passione, che l’accompagna sempre e che spesso trova spazio nelle pagine dei suoi libri.
Una lettura interessante, originale, sia nello sviluppo della storia ma, soprattutto, nel tratteggio dei personaggi. Tratteggio perché i contenuti sono sempre suggeriti, con una scrittura che è leggera e precisa. Un testo che si legge con concentrazione per potersi godere tutte le sfumature.
Il teatro dei miei sogni è un romanzo che cattura fin dalle prime pagine grazie alla sua capacità di combinare l’intensità del noir con la delicatezza di un racconto di formazione tardiva.
Victor, investigatore metodico e apparentemente imperturbabile, viene trascinato in un’indagine che si rivela molto più personale di quanto avrebbe mai immaginato.
La scomparsa di Vera è il punto di partenza, ma sotto la superficie si muove un’intera architettura di significati, di memorie represse e di verità emotive che emergono lentamente.
La narrazione si distingue per il modo in cui intreccia tre piani: la realtà dell’indagine, concreta e spietata; il sogno, che irrompe come un linguaggio alternativo, fatto di simboli e intuizioni; il ricordo, che affiora come un’eco dell’infanzia di Victor, segnato da un vuoto mai colmato.
In questo continuo scarto tra visibile e invisibile, il titolo del romanzo trova la sua piena espressione: il teatro non è solo un luogo fisico, ma il simbolo della scena interiore in cui Victor mette in ordine la sua vita, rimescolando ruoli, maschere e verità.
Pambianchi padroneggia con sicurezza la psicologia dei personaggi.
Ogni figura che Victor incontra — alleati, sospetti, presenze fugaci — contribuisce a comporre un mosaico complesso, dove nessuno è privo di ombre.
L’autrice riesce a dare profondità anche ai personaggi minori, rendendoli parte di un’unica grande rappresentazione interpretata dal protagonista.
Ma ciò che rende il romanzo davvero potente è la sua capacità di affrontare temi duri — il dolore non elaborato, la tentazione della vendetta, la speranza fragile della rinascita — senza mai risultare eccessivo o artificioso.
Le rivelazioni finali sorprendono perché arrivano alla fine di un percorso emotivo coerente, inevitabile.
Il teatro dei miei sogni è un libro che si legge come un’indagine, ma si ricorda come una confessione.
Ci sono libri che non si leggono soltanto: si attraversano. L’autrice costruisce una storia che si muove su un confine sottile, dove il giallo incontra l’introspezione e la ricerca della verità diventa, prima di tutto, una discesa dentro sé stessi. Non è un’indagine tradizionale, non è la corsa al colpevole a tenere in tensione le pagine, ma il modo in cui il dolore, i sogni e il corpo parlano quando la razionalità non basta più. Victor è un protagonista segnato, fragile e lucidissimo allo stesso tempo. Un uomo che porta dentro un vuoto antico, che riaffiora nei momenti di maggiore pressione, come una ferita che non smette di pulsare. La scomparsa di una bambina diventa così il pretesto narrativo per raccontare qualcosa di molto più profondo: il legame tra memoria, trauma e identità, e quel linguaggio misterioso che i sogni utilizzano per dirci ciò che da svegli non riusciamo ad ascoltare. La scrittura è evocativa, sensoriale, a tratti quasi onirica. Ci sono immagini che restano addosso – i capelli ricci, il cerchietto, il pianoforte – simboli delicati che si ripetono come note di una melodia malinconica. Il ritmo non è sempre incalzante, ma è coerente con l’anima del romanzo: questo è un libro che chiede tempo, attenzione, ascolto. Ho apprezzato molto il modo in cui l’autrice mette al centro l’interiorità, senza mai banalizzare il dolore o cercare scorciatoie emotive. Una storia che parla di perdita, ma anche di possibilità: quella di ritrovare una chiave, una porta, un frammento di verità nascosto dentro di noi.