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L'armadio segreto

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Questo libretto di appena centocinquanta pagine ha il pregio di poter fare da ottima introduzione per chi volesse accostarsi sia alla prosa che alla poesia di un grande personaggio della Russia del secolo scorso; in effetti l'editore italiano ha riunito sotto uno stesso titolo due distinte opere della Cvetaeva - "Il mio Puškin", in prosa, e "Insonnia", in versi. Due composizioni letterarie straordinariamente compiute che ben rappresentano il valore assoluto di questa scrittrice.

Marina Cvetaeva è senza dubbio più nota nel campo della poesia, ma in varie opere, come ne "Il mio Puškin" e "Il diavolo", dimostra una perfetta padronanza della tecnica prosastica e una forte e matura ispirazione. Ebbe anche importanti carteggi epistolari con i grandi della cultura dell'epoca, come Rilke e Pasternak.

La scrittrice ebbe una vita molto movimentata e drammatica, finita con il suicidio il 31 agosto del 1941; nel poemetto "Insonnia" si definisce profeticamente "Monaca senza sonno, senza casa".

154 pages, Paperback

First published March 15, 1991

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About the author

Marina Tsvetaeva

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Марина Цветаева
Marina Ivanovna Tsvetaeva was born in Moscow. Her father, Ivan Tsvetaev, was a professor of art history and the founder of the Museum of Fine Arts. Her mother Mariya, née Meyn, was a talented concert pianist. The family travelled a great deal and Tsvetaeva attended schools in Switzerland, Germany, and at the Sorbonne, Paris. Tsvetaeva started to write verse in her early childhood. She made her debut as a poet at the age of 18 with the collection Evening Album, a tribute to her childhood.

In 1912 Tsvetaeva married Sergei Efron, they had two daughters and one son. Magic Lantern showed her technical mastery and was followed in 1913 by a selection of poems from her first collections. Tsvetaeva's affair with the poet and opera librettist Sofiia Parnok inspired her cycle of poems called Girlfriend. Parnok's career stopped in the late 1920s when she was no longer allowed to publish. The poems composed between 1917 and 1921 appeared in 1957 under the title The Demesne of the Swans. Inspired by her relationship with Konstantin Rodzevich, an ex-Red Army officer she wrote Poem of the Mountain and Poem of the End.

After 1917 Revolution Tsvetaeva was trapped in Moscow for five years. During the famine one of her own daughters died of starvation. Tsvetaeva's poetry reveals her growing interest in folk song and the techniques of the major symbolist and poets, such as Aleksander Blok and Anna Akhmatova. In 1922 Tsvetaeva emigrated with her family to Berlin, where she rejoined her husband, and then to Prague. This was a highly productive period in her life - she published five collections of verse and a number of narrative poems, plays, and essays.

During her years in Paris Tsvetaeva wrote two parts of the planned dramatic trilogy. The last collection published during her lifetime, After Russia, appeared in 1928. Its print, 100 numbered copies, were sold by special subscription. In Paris the family lived in poverty, the income came almost entirely from Tsvetaeva's writings. When her husband started to work for the Soviet security service, the Russian community of Paris turned against Tsvetaeva. Her limited publishing ways for poetry were blocked and she turned to prose. In 1937 appeared MOY PUSHKIN, one of Tsvetaeva's best prose works. To earn extra income, she also produced short stories, memoirs and critical articles.

In exile Tsvetaeva felt more and more isolated. Friendless and almost destitute she returned to the Soviet Union in 1938, where her son and husband already lived. Next year her husband was executed and her daughter was sent to a labor camp. Tsvetaeva was officially ostracized and unable to publish. After the USSR was invaded by German Army in 1941, Tsvetaeva was evacuated to the small provincial town of Elabuga with her son. In despair, she hanged herself ten days later on August 31, 1941.

source: http://www.poemhunter.com/marina-ivan...

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Profile Image for Héctor Genta.
401 reviews88 followers
December 31, 2018
Un saggio (Il mio Puskin) e un paio di raccolte di poesia (Insonnia e Versi per Blok). Notevole soprattutto lo scritto su Puskin che finisce per dire molto anche sull'autrice. Cvetaeva parla della sua scoperta del padre della letteratura russa all'età di quattro anni, partendo dalla fascinazione esercitata su di lei dal dipinto di Naumov raffigurante il duello con D'Anthes e dalla statua in bronzo del grande poeta. Da questa prima fase (nera come il monumento) passa poi all'incontro con le sue opere, un incontro caratterizzato da una comprensione più emotiva che reale di quei versi. C'è la fase azzurro-lilla, come il colore del volume trovato nell'armadio della sorella: dapprima Gli zingari e la convinzione che l'amore sia perdita non incontro e poi l'Onegin, a rafforzare il concetto ("Io né allora, né dopo, mai amai, quando si baciavo, sempre – quando si separavano. […] Questa prima mia scena d'amore ha segnato tutte le mie successive, tutta la passione in me dell'amore infelice, non corrisposto, impossibile. Da quel preciso momento io non volli essere felice e con ciò mi votai – al non amore"). Ma, come scrive Cvetaeva, "in molto altro Evgenij Onegin ha segnato il mio destino. […] Lezione di coraggio. Lezione di orgoglio. Lezione di fedeltà. Lezione di destino. Lezione di solitudine."
Profile Image for Matteo Celeste.
403 reviews15 followers
February 28, 2022
Vi è un intreccio indissolubile tra l’artista e la sua biografia: da questo solido e vivido legame nasce l’arte; quella migliore, poiché vissuta, amata, odiata, coccolata, sentita, esperita, della quale l’artista sente essere un’esigenza insopprimibile, che se risultasse inascoltata, lo colpirebbe, gli farebbe del male, gli risulterebbe insopportabile addirittura vivere. Così, l’asseconda. E, da questo stato di cose, si generano meraviglie, letterarie, in questo caso.
Ebbene, l’opera della quale vi lascio le mie impressioni non è un romanzo – niente trama, quindi – bensì un volume (piccolo), in cui tutto quanto ho accennato prima trova accoglienza, che raccoglie alcune opere di una delle poetesse russe più importanti (e originali) del XX secolo: Marina Cvetaeva. Il titolo del volume stesso è “L’armadio segreto”. In esso è contenuto un saggio autobiografico dal titolo “Il mio Puškin”, autore che la poetessa amava molto e la lettura delle cui opere, in un «armadio segreto della camera rossa» quando era ancora bambina, la iniziò all’arte poetica, arte che non abbandonerà più da allora, e due cicli: “Insonnia”, il cui concetto, che ne dà il titolo, inerisce non a qualcosa di «passivo», come suggerisce ella stessa in una intervista del 1923, ma all’idea di “insonnia” come «vegliare», ossia come ciò in cui si ravvisa un’esigenza di non dormire – tale esigenza sembra scaturire dal fatto che, proprio come scrisse in una lettera alla sorella, «quando si avvicina la notte io ho paura di lei, come di un uomo dietro l’angolo. È per questo che scrivo di notte, così è meno duro, mi corico quando ormai non ho più forze…» –, e “Versi a Blok”, poeta russo tanto ammirato dalla Cvetaeva da considerarlo un Dio.
Se nel saggio autobiografico il curioso che voglia capire come può nascere l’amore per la poesia (in una bambina) vedrà nutrita la sua curiosità, è certamente con la lettura dei versi dei due cicli poetici che a egli si svela, si scopre Marina Cvetaeva. La lettura dei suoi versi non è facile ed è arditissima. Non è facile per diversi aspetti stilistici e grammaticali, come a esempio l’uso tutto particolare del tiré (o trattino: “—”): “nella lingua russa [– come ci spiega una nota –] esso serve per rendere il verbo essere, ma oltre a ciò nella Cvetaeva esso assume la funzione di isolare e evidenziare la parola o un concetto, restituendo tutta la carica di immagine e sintesi poetica.” Ed è arditissima perché, se all’inizio il suo intento è quello di descrivere con una precisione certosina le situazioni di cui parla con un uso sempre molto parsimonioso di parole, quasi come se volesse avvalersi di fugaci ma nitide immagini cariche di sensazioni potentissime, successivamente, «con gli anni questa esigenza si fa più pressante, diventa necessità di penetrare la cosa, di arrivare alla sua essenza, non più di descriverla, ma di riprodurla tramite la parola.» Insomma, il suo intento alla fine giungerà a essere quello di riprodurre la cosa (che prima descriveva) attraverso la parola.
Così, «dalla «scorrevolezza» del verso [di “Insonnia”, a esempio,] la Cvetaeva si allontanò sempre più con il passare degli anni, pretendendo dal suo lettore sforzo e tensione, quello sforzo e quella tensione che a lei costava il «mestiere» di comporre. […] Nel 1921 [anno in cui più o meno si realizza questo passaggio dalla “descrizione” alla “produzione”] il ritmo si è fatto serrato, frenetico, in un continuo rincorrersi di assonanze, di esclamazioni, di imperativi, che obbligano ad una lettura non «facile», ma che non diventano mai puro gioco verbale, scaturendo dall’esigenza interna di rendere con il suono, con il ritmo una particolare situazione psicologica.»
Vi è una poesia nel ciclo “Insonnia” che, per me, ben rappresenta Marina Cvetaeva che, nonostante dica di avere paura della notte, sa essere quello l’unico momento in cui il verso prende vita luminoso:

Nera come una pupilla, come una pupilla
succhiante
La luce — io ti amo, notte penetrante.

Dammi la voce per cantarti, o progenitrice
Dei canti, nel cui palmo le redini stanno dei
quattro venti.

Te chiamando, te glorificando, sono soltanto
Una conchiglia, dove ancora non s’è ammutolito
l’oceano.

Notte! A lungo ho già guardato in pupille di
uomo!
Fammi cenere, sole nero — notte!

Non so a chi potrebbe piacere questo libro, ma ne consiglio comunque la lettura. Io, per parte mia, sebbene la lettura stessa, la comprensione, la profondità dei suoi versi spesso mi sono risultate difficili da cogliere, ho potuto cionondimeno apprezzare e conoscere una poetessa che Boris Pasternak definiva un’“artista diabolicamente grande”; ora, ciò che posso promettere all’ipotetico lettore, nel caso in cui a esso gli venisse in mente di approcciarsi alla “diabolica” poesia di Marina Cvetaeva, è che avrà senza dubbio la possibilità di avere esperienza di che cosa voglia dire per un verso incarnare la vita di chi l’ha creato.
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