Emanuela - per RFS
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Stefania Bertola, in La Rosa e la Spina, dimostra ancora una volta la sua abilità nel maneggiare un registro narrativo unico: un equilibrio perfetto tra realismo e tenerezza.
Lo sguardo dell’autrice sui suoi personaggi e sulle dinamiche della vita metropolitana è splendidamente disincantato. Non c’è spazio per melodrammi esagerati o idealizzazioni forzate. Le situazioni più assurde – un marito che scappa a Natale, cognate che ispezionano la raccolta differenziata, un’ex nemica del liceo che ritorna – vengono trattate con una lucidità quasi ironica e si traduce in una comicità tagliente e autoironica, soprattutto nei pensieri di Rosa annotati sul suo quaderno Pigna. La Bertola non giudica la meschinità o le debolezze, ma le espone con un sorriso sardonico, invitando il lettore a riconoscere la propria imperfezione in quelle dei suoi personaggi. È una leggerezza intelligente che critica senza appesantire, utilizzando l’umorismo come strumento di analisi della realtà.
Sotto questa patina di cinismo lieve e divertente, però, l’autrice conserva una profonda tenerezza per le sue creature. Ogni personaggio, per quanto stereotipato o ridicolo possa sembrare – dall’affascinante ma pasticcione direttore Claudio, alla sfortunata (ma combattiva) Rosa stessa – viene trattato con un’umanità palpabile.
La Bertola non li condanna, ma ne evidenzia la vulnerabilità e il bisogno, universale, di amore e di una parvenza di normalità. La tenerezza emerge nel modo in cui l’autrice empatizza con la fatica di Rosa nel “tenere insieme i pezzi della sua esistenza” e nell’arte di ricominciare da capo. È un affetto sottile, che si manifesta nel riconoscere la dignità di chi si arrangia con grazia, conferendo profondità e calore anche ai personaggi più eccentrici. Questo duplice approccio impedisce al romanzo di scivolare nella satira pura, ancorandolo invece a una sentita celebrazione della resilienza umana.
Nonostante il piacere della lettura e l’apprezzamento per lo stile, provo un po’ di rammarico per la conclusione del romanzo. Sebbene il finale sia coerente con il ritmo serrato e la natura brillante della commedia, avrei preferito fosse più esteso. Avendo investito emotivamente nel “vortice di vita” di Rosa e nella risoluzione delle sue intricate vicende, un epilogo più lungo a mio avviso avrebbe dato maggiore soddisfazione, permettendo al lettore di assaporare più a lungo la nuova normalità faticosamente conquistata dalla protagonista.