Quando Alaa Faraj viene indagato, la sua unica colpa è quella di aver sognato un futuro fuori dalla guerra nella quale la Libia era sprofondata, un dove avrebbe potuto fare il calciatore e studiare ingegneria. La sua colpa è stata trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con la nazionalità sbagliata. Ma Alaa, come lui stesso afferma, accetta la condizione di detenuto, ma mai di criminale. Impara l’italiano, studia, lavora, si diploma, si iscrive all’università e combatte i pregiudizi all’interno dei microcosmi carcerari dove si trova. Il tutto continuando a lottare per avere giustizia per se stesso ed i suoi compagni di viaggio. In un sistema giusto, uno in cui la legge fosse uguale per tutti, uno che accerta la colpevolezza dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio prima di emettere una sentenza, la sua innocenza stata riconosciuta dal giorno 0.
A fine Dicembre 2025, Alaa Faraj ha ricevuto la grazia parziale dal Presidente Mattarella. Mi sono chiesta come abbia reagito alla notizia, se abbia potuto lui stesso comunicarlo alla sua famiglia, e se abbia acconsentito a farsi venire a trovare. Lo immagino parlare con Abied e Tarek, e mi chiedo se si sia sentito in colpa per essere stato l’unico tra i suoi amici ad essere graziato. Lo vedo scrivere un’altra lunga lettera ad Alessandra, forse desideroso di poter visitare la Sicilia, una regione che è casa sua da 10 anni ma che ha solo vissuto attraverso le sue carceri. Io non lo so se questo è l’esito che Alaa si augurasse (Sciurba menziona che all’inizio si fosse opposto alla richiesta di grazia). Spero che non sia troppo tardi, e che riesca comunque a conseguire alcuni dei suoi sogni, come farsi una famiglia, anche se sono consapevole che nulla potrà raddrizzare questo scandalo giudiziario e ridargli gli ultimi 10 anni. Credo però che almeno una cosa questo libro l’abbia fatta, una cosa che Alaa chiedeva dal primo giorno: raccontare la propria storia, essere ascoltato e creduto. Per questo motivo è importante che questo libro venga letto e condiviso, non solo per amplificare la voce di Alaa, ma anche di tutte le altre persone come lui la cui vita rimane incastrata nel meccanismo giudiziario italiano. Almeno questo glielo dobbiamo.