Un questuante, una santa, un massaro, un villaggio, due calderai, una famiglia. In questa Pastorale mediterranea si attraversa a piedi scalzi un territorio arcaico e visionario, dove il mito si confonde con la cronaca e le parole si dicono in una lingua aspra e precisa. In un immaginario sacro e fantastico in cui riecheggia il Cunto de li Cunti, attraverso transumanze, riti funebri, apparizioni e fondazioni, scopriamo le storie di questo fabulario, che affondano nella memoria della terra sannita e risuonano nei corpi, nei gesti, nelle migrazioni dei popoli del Sud.
Tra riti e apparizioni, miracoli e migrazioni, prendono vita le storie di un villaggio e dei suoi abitanti: anime semplici, legate alla terra, di umile lignaggio, ma attraversate da un credo profondo, cristiano o pagano che sia.
Con un linguaggio raro ed evocativo, Gerardo Spirito ci accompagna in una raccolta di racconti uniti da un filo sottile, intessuto di legami di sangue e credenze arcaiche.
Una lettura oscura e mistica, perfetta per il periodo.
Gerardo Spirito riporta sulla pagina una lingua che precede il mondo moderno e, in un certo senso, lo ignora. È la lingua dei campi, una lingua che ha a che fare con lo spirito puro e con un intelletto non ancora contaminato dalle parole della tecnica, dell’astrazione sofisticata, della sovrapproduzione del senso. Una lingua che possiede una grazia propria, una profondità che non è più recuperabile una volta perduta. Tenere vive le forme dell’arcaico e dell’antico è un gesto di letteratura vera. Significa scavare con le parole fino a farne monile di assorbimento spirituale, deposito energetico, corpo vivo. È in questa lingua che si manifesta una verità non addomesticata, una relazione diretta tra parola e realtà, tra voce e spirito. Ed è lì che la letteratura torna a essere ciò che dovrebbe sempre restare: atto di scavo, di ascolto, di restituzione. Le parole di questa Pastorale vengono dalla conoscenza di chi sapeva ben poco del Mondo, se non ciò che vedeva intorno a sé e ciò che ascoltava nelle preghiere. Parole profondissime, pronunciate da semianalfabeti, eppure cariche di un peso specifico che oggi la lingua colta fatica a sostenere. Spirito riesce a restituire proprio questo peso: quello della lingua rurale, della lingua naturale. Lo fa popolando i suoi testi di questuanti, calderai, eremiti, prefiche; forme fisse di umanità che hanno attraversato i secoli e che oggi risultano sommerse dalla fiumana della tecnica. Corpi, voci e parole che continuano a dire il mondo da un punto di vista originario ed essenziale.
Atmosfere sospese in un tempo che non esiste più o che forse ristagna tra i monti che sanno ancora di colossale, di sublime. Gente di passaggio che si muove alla ricerca di non si sa bene cosa, forse della vita stessa, persa come è in villaggi dove ogni sentimento è spazzato via dai forti venti o sotterrato nei campi infruttuosi. Nonostante le premesse, "Pastorale mediterranea " si perde nelle frasi frammentate, non lasciando a quel mondo di esprimersi appieno, anche nei non detti. Peccato, perché Spirito sembra essere in grado di costruire e raccontare. 2.5/5
Se è vero che il mondo descritto da Spirito è spietato, fatto di mani callose, ossa che scricchiolano, boschi e sentieri che non tutti possono battere, è anche vero che fra le sue pagine troviamo una costante ricerca di qualcosa di diverso, più alto e indefinibile. C’è luce in queste pagine, ma trovarla è anche una sfida per il lettore, costantemente interrogato: gli occhi non corrono veloci tra vocaboli che affondano le radici in un mondo arcaico, in un paesaggio che lascia poco alla poesia, in riferimenti biblici mai scontati. Eppure è quello che serve: la sintassi spezzata, il lessico ricercato (ma non barocco, anzi, spoglio e preciso) ci trasportano in un Sud profondo e sconosciuto, dove non si vede quasi mai il mare, dove il sole, se c’è, emerge da brume incollate ai versanti delle vere protagoniste di queste storie, le montagne.
Nella prima parte, “Di devoti e itineranti”, troviamo un repertorio di pellegrini. Gerardo non lascia niente all’immaginazione: un saluto, un incontro di una pagina che non avrà seguito, tutti i rami e i muretti su cui lo sguardo si posa sono oggetto della sua prosa, che sa essere lirica, ma anche analitica. Eppure tutti questi viaggiatori scalcinati, con i piedi affondati nel fango, avvezzi alle notti all’addiaccio, soffrono in silenzio, perché troppo alto è lo scopo della loro ricerca. “La benevolenza” arriva a un incontro inatteso che dura pochi istanti e lascia il dubbio che sia successo veramente o meno: poco conta saperlo, dato che cambierà, si presume, la vita del protagonista stanco, derubato, forse non pronto a perdonare. “Storia del giudizio” ci parla di una ricerca ostinata, insistente, di Dio, ma non è una ricerca mistica, è tra gli uomini, nella natura, e sarà doloroso quanto soddisfacente seguirla fino in fondo, perché alla fine, forse, l’oggetto sarà trovato, ma non nell’alto dei cieli… “Trittico del questuante” è forse il mio racconto preferito, e per questo meglio svelarne poco. Dirò solo che anche qui c’è luce, ma non emerge da una fede incrollabile, bensì dal suo scricchiolare nell’incertezza. “La nascita di Aimone” riprende in modo originale il topos del bambino che porterà con sé una nuova età dell’oro, ma lo fa in un’ambientazione inedita attraverso il punto di vista di chi fugge alla propria stessa disperazione.
La seconda parte porta il titolo di “Le erbe amare e la meraviglia delle cose esistenti”. Non più pellegrini, ma gente che vive nei villaggi, che spesso sopravvive, si aggrappa alla speranza, la trova in una santa, in una mistica, nelle lacrime dei parenti. "Il paese degli ignavi" parla di 'onna Tebe, santa, forse strega, idolatrata e detestata. Una storie di speranze che emergono da buio più completo, ma anche di superstizioni e ataviche ignoranze che portano violenza. "Lamento" azzarda finalmente una prima persona, a tratti quasi un flusso di coscienza di un lutto vissuto da una bambina. La raccolta chiude con "La parabola luminosa", splendido racconto di fede e fatica, di vita e morte. Racconta, tra l'altro, la depressione e il pregiudizio.
Una raccolta intensa, che lascia il segno. Non si legge d'un fiato, non è per tutti, ma conduce in territori inesplorati che non si dimenticano. E soprattutto, a differenza di molta narrativa cupa a cui sono avvezzo, lascia penetrare spiragli di luce che possono anche essere accecanti.