E se, in un'epoca in cui ci si aspetta che ogni esistenza sia eccezionale e degna di essere raccontata, la vera ribellione fosse restarsene sul proprio sofà, senza voler dimostrare nulla? Con profondità e ironia, Elogio della vita ordinaria ci invita a sottrarci al culto della visibilità, alla retorica dell'autorealizzazione, alla corsa verso il successo.
Attraverso una galleria di figure minori della letteratura e della filosofia – dalla Lady Bertram tratteggiata da Jane Austen all'Oblomov di Gončarov –, Filippo La Porta costruisce in queste pagine una controstoria dell'eroismo umano, mettendo in luce una forma alternativa di grandezza. La sua è una presa di distanza dall'onnipresente esaltazione dell'unicità, del vitalismo e del superamento dei limiti che vuole celebrare la possibilità di un'esistenza lontana dai riflettori, vissuta senza voler raggiungere nessun primato, testimoniando anzi come la routine, l'inazione e la marginalità possano essere luoghi di pienezza e autenticità. Alternando i ricordi personali alle idee di pensatori quali Arendt e Camus, Orwell e Brancati, La Porta restituisce dignità alla fragilità e alla semplicità, in un mondo che tende a giudicare le persone soltanto in base al consenso sociale ottenuto e alla capacità di raccontare i propri risultati.
Elogio della vita ordinaria ci mostra invece come il vero eroismo oggi non risieda nel farsi notare, ma nel restare fedeli a se stessi; non nel superarsi, ma nel saper semplicemente «essere». Perché – come scriveva Pirandello – «è molto più facile essere eroi che galantuomini. Eroe si può essere una volta tanto, galantuomo bisogna esserlo sempre».
Filippo La Porta è critico letterario e saggista. Collabora regolarmente con «Repubblica» e «L'Unità». Insegna alla Scuola Holden di Torino, all'Università Luiss e alla scuola Molly Bloom di Roma. Delle sue innumerevoli pubblicazioni citiamo: L’arte del riassunto (Treccani 2024); Splendori e miserie dell'impegno. L'impegno civile degli scrittori da Manzoni a Murgia (Castelvecchi 2023); Come un raggio nell'acqua. Dante e la relazione con l'altro (Edizioni Salerno 2021, tradotto in Messico); Poesia come esperienza. Una formazione nei versi (Fazi 2013); Pasolini (Il Mulino 2012); La nuova narrativa italiana (Bollati Boringhieri 1995).
Questo libro ha catturato la mia attenzione fin da subito, grazie al suo titolo fortemente emblematico. Si tratta di un saggio che critica la moderna concezione di “grandezza”, che svaluta l’ordinarietà delle nostre esistenze. La vita oggi è intesa come continua performance: raggiungere obiettivi e collezionare risultati, avere successo, prestigio, essere produttivi e sempre in movimento. I social sono la massima espressione di questo trend e la sua ostentazione, perchè amplificano il bisogno di visibilità e stima, nonché dunque del consenso degli altri. Tutto diventa un contenuto da postare, ogni esperienza vissuta perde il valore che dovrebbe avere, ossia di costruire l’identità personale di un individuo, di arricchirlo con nuovi stimoli. Il protagonismo individuale diventa la norma in un mondo iperconnesso dominato dall’io più che dal senso di comunità e convivenza con il prossimo. Chi non compie grandi imprese, è ritenuto meno degno, vile, debole, privo di qualsiasi fascino. In realtà nessuna esistenza passa davvero senza lasciare traccia: ogni giorno lasciamo dietro di noi un segno di ciò che siamo, dei valori in cui crediamo. Queste particelle di noi restano nella vita di chi ci ama, nei gesti che ogni giorno compiamo e nelle parole che riserviamo per gli altri. La tanto demonizzata routine, non è che il frutto di un duro lavoro, l’impresa forse più ardua che l’uomo possa compiere, ovvero la costruzione della propria persona, della propria vita, della consapevolezza di sè che si raggiunge solamente con l’esperienza. Filippo La Porta ci guida in questi ragionamenti con l’aiuto di alcuni riferimenti letterari. Si parte con Lady Bertram, protagonista indolente di Mansfield Park della Austen, una contestazione vivente dell’ansia di individuazione tipica della modernità, che ci impone di capire chi siamo e diventare ciò che desideriamo, come se fosse un compito facile e matematico. Lady Bertram conduce un’esistenza priva di qualsiasi aspirazione, mossa solo dal “sentiment of being”, il sentimento dell’esserci e dell’essere presente, ovvero una disposizione d’animo priva di un fine, orientata unicamente al godimento di se stessa. In buona sostanza, Lady Bertram vive senza scopo, non orienta mai le sue azioni al raggiungimento di un risultato, bensì le compie per il puro godimento di farle. Jane Austen, per l’epoca in cui è vissuta, può considerarsi una pioniera nell’introdurre questo cambio di rotta, perchè induce il lettore a guardare il mondo da una prospettiva completamente nuova e sconosciuta, quella della semplicità e della normalità in un periodo storico dove le gesta eroiche contavano come unico carattere distintivo. Oggi questo eroismo ha mutato forma, traducendosi nella colonizzazione della produttività: il nostro tempo è dedicato unicamente ad attività socialmente ritenute utili, in cui il riposo non è più un diritto, ma una tappa funzionale a performare meglio. L’ozio non è più contemplato, è quasi un peccato sociale, pertanto il tempo vuoto deve essere riempito e, qualora ciò non fosse possibile, deve essere giustificato come mindfulness o self-care. In questa frenesia che caratterizza la modernità, fatichiamo ad apprezzare ciò che già abbiamo e questo diviene un malessere interiore simile al “bovarismo”, una perenne insoddisfazione generata dal sognare e desiderare l’inafferrabile. Come Emma Bovary, l’uomo moderno vive idealizzando tutto ciò che non ha, annoiato dalla propria vita, invidioso degli altri e pertanto lontano dalla realtà. La vera ricchezza e liberazione risiede invece nell’apprezzare ed essere grati per quanto si ha. Amare la propria vita e le proprie abitudini diventa così un atto quasi rivoluzionario nella società moderna. Jane Austen ci dona un altro grande esempio di donna autentica con Fanny Price, la cui grazia non ha bisogno di essere lucidata dall’arte della seduzione, bensì contiene tutta l’incertezza e le difficoltà della vita quotidiana. Questa naturalezza priva di artifici la rende fedele a se stessa e quindi profondamente reale. Fanny è un modello di donna a cui ispirarsi che si allontana totalmente dagli esempi che si inseguono oggi: non ha bisogno di teatrini, né tantomeno dell’eloquio di alcuni leader ipercomunicativi, semplicemente esiste nell’unico modo in cui le viene naturale farlo. Anche Tolstoj ci racconta di personaggi come Maša, che si lascia sedurre dalla mondanità e dalla vita patinata della città per poi capire che la vera essenza della vita risiede nella quiete, tornando quindi alle sue origini. La Lucia manzoniana, invece, questa consapevolezza la possiede già: non cade nella trappola delle frivolezze e dei lustrini, per lei la vita autentica è lontana dai riflettori, dalla spettacolarizzazione di sè e delle proprie qualità. Questo la rende concreta e pragmatica e le consente di vivere davvero, senza maschere imposte dalla società, senza illusioni e aspettative irrealizzabili. Questa capacità è segno di eleganza e grande intelligenza: apprezzare la bellezza che ci circonda, sposare principi di cura e ordine e goderne alla vista, senza però disprezzare tutto ciò che non rispetta queste convenzioni. La massima sintesi di questo saggio credo sia quindi esprimibile nel concetto di fare qualcosa solamente per il gusto di farlo, per la beatitudine e felicità che ne traiamo, senza finalizzarla a qualche tipo di risultato. Per esempio “corro perchè amo correre, se poi arrivano degli obiettivi ben venga, ma non devo correre perchè voglio ottenere un risultato specifico". L’azione deve essere scorporata dal fine ultimo. L’unica ambizione a cui tendere è paradossalmente la ricerca della normalità perchè semplicemente a volte “le cose ordinarie valgono più di quelle straordinarie”. Ho amato profondamente questo saggio perchè oggi più che mai avverto la necessità di nuovi modelli a dominare l’immaginario collettivo: credo serva una cesura radicale con il culto del successo, incarnato da influencer e personaggi pubblici, che letteralmente vendono la propria immagine, riducendosi a un brand personale vivente omologato a ciò che è di tendenza, privi di qualsiasi unicità. E io come l’autore ho imparato a diffidare sempre di più delle persone dall’io ingombrante, egoriferite, carismatiche e spumeggianti, piene di qualità e ansiose di esibirle, che nelle relazioni personali tendono a occupare tutto lo spazio a disposizione. Invece va bene anche non avere nessun talento, oppure averlo ma non sentire il desiderio di coltivarlo, amare la propria routine e trovare pace in essa. Perchè chi è consapevole del vero valore della vita sa quanto bello e faticoso possa essere semplicemente esistere e accettare il dono della vita per com’è.
La Porta scomoda molti dei libri da lui letti, molti filosofi studiati e molti autori, per affermare l’ovvio. Lo fa portando esempi soprattutto letterari, articolando pensieri di intellettuali perlopiù ebrei - mi sfugge il perché - occupando tutto un capitolo con l’esposizione di testi legati all’Ebraismo. Lettura dotta, che ondeggia tra pagine di chiara comprensione ad altre più annodate su sé stesse, tra termini filosofici che dubito siano noti all’uomo ordinario e semplice di cui si parla. Purtroppo la difesa laica di questo punto di vista è faticosa: un qualsiasi testo di Buddhismo Theravada sarebbe arrivato al nocciolo in modo più diretto, più utile, più applicabile. E’ vero che vengono citati a più riprese il Vangelo e la Thora, e la loro forza da questo punto di vista è evidente, ma La Porta continua ad usare esempi su esempi tratti da personaggi di finzione. Questo saggio fa emergere senz’altro molte idee, molte liaison, ma non incontra il mio gusto personale fino in fondo: una montagna che mi sembra abbia partorito un topolino.
“La vera grandezza si cela nelle vite semplici, un po’ nascoste, di chi lascia un segno indelebile non tanto nella Storia quanto nel cuore degli altri. La vera sfida non è inseguire l’altrove ma imparare a stare dove siamo.” Che dire, per me è stata una grande scoperta, un libro che si discosta dall’ordinario pur volendo raccontare proprio l’ordinario. Non do cinque stelle per il semplice fatto che le citazioni e i parallelismi con filosofi e critici impediscono la lettura prima di andare a dormire, è un saggio che ha bisogno di tanta concentrazione e soprattutto delle prime luci dell’alba, quando siamo tutti più attenti e svegli.
Saggio illuminante e originale. Da Oblomov a Fanny Price di Austen fino a film come Perfect days di Wenders; ossia subire la vessazione della vita senza saper rispondere, e questa è la risposta: un oblomoviano sottrarsi alle imposture che non vuole dire inazione, anzi è il presupposto per agire in modo autentico. Libro splendido, quanto mai utile quest’oggi. Più importante del titolo è il sottotitolo, Contro un’idea di falsa grandezza.