Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma spalancano un vero e proprio mondo in cui camminare e da cui rimanere travolti... "La ragazza colibrì" è uno di quelli. L'autrice attinge a immaginari ispirati alle civiltà precolombiane e li trasforma in un universo pulsante, vivo, sacro e feroce allo stesso tempo, in un popolo che vive di colori accesi, leggende antiche e rituali scolpiti nel tempo, dove lo Xibalbà non è soltanto un luogo, ma una soglia, un richiamo, e una prova.
Araèn, la protagonista, è giovanissima, fragile e forte insieme, sospesa tra ciò che deve essere e ciò che vorrebbe essere, e porta un dono prezioso e terribile, perché "baciata" dal Colibrì. La si vede crescere pagina dopo pagina, cercare di tenere insieme il peso del ruolo che le viene imposto e il desiderio di capire chi è davvero.
E poi c’è Xerem... ed è impossibile restargli indifferenti. Non parla a causa di una ferita alla gola, ma comunica più di chiunque altro. Non è l’eroe invincibile, non è il salvatore luminoso. È un ragazzo segnato dal dolore, dalla perdita, dal peso di ciò che è stato costretto a diventare. E conoscerlo fa male. Perché ogni gesto, ogni silenzio, ogni ferita intravista di sfuggita ti costringe a vedere quanto ha combattuto per restare fedele a se stesso. Ed è proprio questo che lo rende indimenticabile.
Il legame tra Araèn e Xerem non è immediato, né comodo. È un incontro che accade nel punto in cui l’amore non dovrebbe attecchire. Ed è forse per questo che tocca così a fondo: perché nasce dove tutto è in pericolo, dove le risposte non ci sono, dove ogni passo può essere l’ultimo, e, come dicono anche loro, nell'epoca sbagliata...
Quando ho chiuso il libro, ho avuto la sensazione di essere stata altrove. Di aver veramente camminato tra città-stato e foreste tropicali, di aver ascoltato gli spiriti, di aver visto la notte tremare e tingersi di rosso. "La ragazza colibrì" è una storia di identità, destino, resistenza. Una storia che ricorda che anche quando tutto è buio, basta un solo battito per far muovere l’aria, e farti cambiare direzione. E, a volte, per cambiare la direzione del mondo intero, se non altro di quello che si era imparato a conoscere.