Tutto comincia con un una camminata tra i boschi della Val d'Asta, nell'Appennino emiliano, e il nome di una donna scolpito su una pietra. «Pregate per ea», dice la lapide. Massimo Zamboni raccoglie quell'invito a preservarne la memoria scegliendo di affiancare il racconto alla preghiera. La cronaca dell'uccisione di Domenica Gebennini - vittima imperfetta, che forse «se l'era cercata» - è la storia di una piccola comunità di montagna che per sopravvivere ha preferito il proprio codice eterno alla giustizia, perché «le radici hanno bisogno di oscurità per prosperare». Con una scrittura che è insieme asciutta e poetica, capace di far parlare la terra, i sassi, le stagioni, Zamboni dà forma al suo personalissimo requiem per Domenica, senza cercare colpevoli o assoluzioni, ma evocando un coro di personaggi che torna dal passato per interrogare i vivi.
Durante una camminata nei luoghi familiari, l'apparizione di una lapide nascosta in un bosco. C'è un nome, Domenica Gebennini, una data, il 1870, l'accenno a una morte violenta. La storia di quel delitto si tramanda da un secolo e mezzo nella Val d'Asta, ma nessuno sembra conoscerla questo capita nelle valli chiuse, dove la conca delle montagne trattiene le voci, le mescola e le distorce, e in cui «il non detto governa piú dell'indicibile». Massimo Zamboni, che con quel crinale d'Appennino ha consanguineità, accoglie come un richiamo l'incontro fortuito con la pietra scolpita, mettendo in moto un'indagine letteraria che è anche una discesa nel tempo profondo, dove i documenti storici si confondono con le dicerie, gli atti giudiziari con le leggende familiari. Pregate per ea è il racconto di una uccisione che si fa operazione di memoria collettiva. Massimo Zamboni ci consegna cosí il ritratto di una comunità di montagna in bilico tra due quello antico, fondato su vincoli di sangue, onore e necessità; e quello del nuovo Regno d'Italia, con le sue leggi, i suoi tribunali, le sue carte, la sua lingua che tradisce - con la pretesa di correggerla - la lingua dei paesani. Un romanzo che è insieme ricostruzione e affabulazione, archivio e canto, un atto di giustizia narrativa e affettiva.
Massimo Zamboni (Reggio Emilia, 1957) è un chitarrista, cantautore e scrittore italiano. È stato chitarrista e principale compositore dei CCCP e dei successivi CSI. Musicalmente è considerato uno dei padri del punk rock e del rock alternativo italiani. Dotato di uno stile e sound molto personali, la sua musica è stata d'ispirazione per numerosi gruppi rock italiani, tra cui Subsonica, Marlene Kuntz e Africa Unite, e molto apprezzata da critica e altri musicisti, tra cui Franco Battiato, ammiratore di lunga data di CCCP - Fedeli alla linea e CSI. Ha pubblicato cinque libri, uno dei quali con Giovanni Lindo Ferretti: In Mongolia in retromarcia (Giunti Editore) nel 2000. Gli altri sono Emilia parabolica (Fandango) nel 2002, Il mio primo dopoguerra (Mondadori) nel 2005, una nuova edizione di In Mongolia in retromarcia (NdA Press) nell'anno 2009 e Prove tecniche di resurrezione (Donzelli Editore) nel 2011.