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Anatomia della “Scomparsa”: Sciascia, Amaldi, Majorana

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«La ricostruzione minuziosa del dibattito tra Leonardo Sciascia e Edoardo Amaldi su La scomparsa di Majorana. La scuola di Fermi, la vicenda di un genio tormentato, la bomba atomica e le responsabilità della un confronto tra due visioni opposte del mondo. »

Il 6 e il 9 agosto 1945 l’inferno atomico si scatenò sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Quelle terribili esplosioni, che uccisero in un solo accecante momento decine di migliaia di persone, rappresentano per alcuni il «peccato originale» della scienza contemporanea. Il dibattito che si accese subito dopo in tutto il mondo toccò questioni fondamentali, dall’atteggiamento dei fisici durante la guerra, alla responsabilità morale degli scienziati, ai rapporti tra scienza e potere.
L’Italia si trovò in prima linea, dal momento che erano stati gli esperimenti di Enrico Fermi e dei «ragazzi di via Panisperna» a produrre inconsapevolmente la prima fissione dell’uranio ed era stato lo stesso Fermi, emigrato negli Stati Uniti dopo il Nobel, a costruire il primo reattore nucleare e a dirigere i lavori scientifici per la realizzazione della bomba.
Nel 1975, a trent’anni dall’atomica, uscì il libro La scomparsa di Majorana di Leonardo Sciascia, e il dibattito divampò nuovamente sui giornali italiani. Prendendo spunto dalla vicenda del giovane fisico svanito misteriosamente nel nulla nel marzo 1938, Sciascia avanzava l’idea che Ettore Majorana avesse deciso di scomparire avendo presagito la bomba e non volendo macchiarsi di quel delitto. Fermi e gli altri fisici, così solerti nel portare a termine il progetto nucleare, non avevano mostrato, agli occhi dello scrittore siciliano, la stessa integrità.
Al libro reagì sulla stampa Edoardo Amaldi, allievo di Fermi e amico di Majorana, dando il via a una polemica infuocata. Per Amaldi, Majorana non avrebbe avuto modo di intuire l’atomica, e l’intera vicenda del Progetto Manhattan era assai più complessa, anche dal punto di vista etico, di quanto lasciavano intendere le pagine della Scomparsa, per quanto pregevoli fossero dal punto di vista letterario.
Rileggendo La scomparsa di Majorana e analizzando i temi del confronto a distanza tra lo scrittore e il fisico – a cinquant’anni dalla pubblicazione del libro e ottanta dalla tragedia di Hiroshima e Nagasaki –, Vincenzo Barone ci offre in questo saggio, preciso e profondo, l’«anatomia» di un’opera straordinaria e di uno dei dibattiti intellettuali più significativi del Novecento.

257 pages, Kindle Edition

Published October 10, 2025

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February 27, 2026
Della scomparsa del fisico Ettore Majorana, avvenuta plausibilmente il 26 marzo 1938, restano pochissime tracce tangibili e gli unici dati certi da cui formulare delle ipotesi sono due lettere inviate la sera precedente e il giorno stesso della sparizione, in cui dapprima Majorana annunciava le proprie intenzioni, salvo poi mostrare un apparente mutamento d'animo dopo il quale non si sa cosa sia successo.
Probabilmente questo evento sarebbe passato in sordina, finendo nascosto tra le pieghe della Storia, se non fosse per il periodo in cui è accaduto: alle porte della Seconda Guerra Mondiale e, più precisamente, in un momento in cui la ricerca in fisica nucleare (campo di specializzazione di Majorana) era in pieno fermento e avrebbe di lì a poco condotto alla realizzazione della prima bomba atomica.
In "Anatomia della scomparsa", Vincenzo Barone non cerca di risolvere il mistero della sparizione dello scienziato; ricostruisce piuttosto il dibattito tra scienziati e intellettuali umanisti sulla sua figura, dissezionando il diverso modo di analizzare e di ragionare delle due fazioni: se da un lato gli scienziati, capitanati in questa disputa da Edoardo Amaldi (amico e collega di Majorana), restano ancorati ai fatti a disposizione, rispettandone il ricordo e riconoscendone le qualità e i difetti senza indulgere in eccessive fantasticherie, dall’altro intellettuali, come lo scrittore Leonardo Sciascia, sono più propensi ad attribuire significati ulteriori agli avvenimenti e a interpretarli alla luce dei propri ideali.
Nel caso di quest'ultimo, in particolare, ciò si tradusse nella pubblicazione di un libro, nato per l'indignazione scaturita dalla posizione di alcuni scienziati di via Panisperna favorevoli alla bomba. Leonardo Sciascia, quindi, non scrisse di Majorana in quanto persona, ma lo tramutò in un personaggio, nel simbolo dell'uomo di scienza che "compie il gran rifiuto", cioè che invece di essere complice delle atrocità derivanti dall'uso della scienza, invece di collaborare alla creazione di un'arma di distruzione di massa, preferisce farsi da parte, annientarsi.
Nonostante la visione di Sciascia fosse quella classica in Italia -di Croce, Gentile, ecc, per i quali la scienza non fa parte della cultura, ma è solo un mezzo perlopiù nocivo, e quindi da arginare, la sua operazione letteraria ha senz'altro contribuito a tenere viva una questione che negli ultimi tempi è stata un po' lasciata in sordina, ovvero quella delle responsabilità etiche degli scienziati.
E Vincenzo Barone ce lo ricorda con un'analisi spietata e una domanda spiazzante, ma necessaria:
"A ottant'anni da Hiroshima e Nagasaki, la memoria di quella tragedia, e degli eventi che la determinarono, sembra essersi pericolosamente attenuata. Sempre più spesso si evoca l'uso di armi nucleari, e nel continente che fu la culla di due conflitti mondiali si parla, senza pudore, di riarmo. Centinaia di migliaia di ricercatori, coperti dal segreto, mettono il loro ingegno al servizio di agenzie militari e di un pugno di tecnocapitalisti che sono quanto di più simile il mondo occidentale abbia prodotto alla direttrice della clinica dei Fisici di Dürrenmatt.
Non abbiamo bisogno, ancora oggi, di credere nell'utopia dell'individuo che si salva dal tradire la vita tradendo la cospirazione contro la vita?"
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