In den 80er-Jahren durchquert der Abenteurer Robert Peroni Grönland. Tausend Kilometer durch die Eiswüste werden zum Glücksfall seines Lebens. Er beschließt, für immer zu bleiben, und findet, was er längst verloren glaubte: den Sinn des Lebens und eine neue Heimat. Der Druck der Sponsoren war immens. Der Zwang, immer neue Rekorde zu brechen, ermüdend. Robert Peroni erschien sein Leben als professioneller Abenteurer schon lange sinnentleert. Bis ihm mit Ende dreißig eine Expedition durch Grönland einen neuen Weg weist: Die unwirtliche und zugleich wunderschöne Landschaft zieht in magisch an, die Inuit lehren den "weißen Mann", wie reich ein Leben trotz vieler Entbehrungen sein kann. Er siedelt um, in ein 2000-Seelen-Dorf an der wilden, stürmischen Südostküste. In diesem Buch erzählt er liebevoll und mitreißend vom Alltag der Inuit, in deren Wortschatz der Begriff "Zukunft" nicht vorkommt und deren stärkste Waffe ihre Freundlichkeit ist. Sowie von der Bedrohung des fernen, kalten, bemerkenswerten Paradieses Grönland.
Il più distopico dei libri reali. Un inno d'amore per un popolo e un atto di denuncia nei confronti delle istituzioni (prima fra tutte Greenpeace). Da leggere
C’è freddissimo, c’è solo ghiaccio … perché non ce ne siamo stati a casa nostra?
Un altoatesino, amante di ciò che estremo, s’innamora della Groenlandia e degli inuit. Da vent’anni abita in una città di 1.700 persone. Scrive questo libro come testimone di una realtà che lui per primo sa essere destinata a scomparire. O l’ha fatto per racimolare un po’ quattrini e mandare avanti quel po’ che sta riuscendo a fare, finché vivrà. Se ci fosse anche questo scopo, penso che ne regalerò qualche copia ad amici.
Non riporterò le informazioni su questo popolo.
Un motivo è quello che probabilmente non renderei giustizia alla cultura di un popolo del genere. Se usassimo il 50% dello sforzo mentale che usiamo per immedesimarci nella Terra di Mezzo, potremmo intuire (alla lontana) come sia vivere in un ambiente dove la natura non scherza. Una vita nomade perché l’abitazione può sparire da un momento all’altro, dove la sopravvivenza è dovuta al clan, al lavoro comune, ad un solo alimento base: la foca. Metà dell’anno nella notte abitata dalle luci e dai suoni dell’aurora boreale e metà in un lunghissimo giorno. Bisogni e ruoli primari: il mantenimento della famiglia, la dignità di un cacciatore che riesce a sfamare i suoi, i vecchi che insegnano e i giovani che imparano. Una religione di demoni buoni e cattivi, dove c’è posto per ogni dio. Una società in cui la perdita dei ruoli-base significa vivere di sussidi, alcool (e come gli indiani d’America o gli aborigeni d’Australia, nessun enzima per assimilarlo) e suicidio.
Un altro motivo è che a molti non gliene fregherà nulla dei problemi degli inuit. Sono quattro gatti che non hanno nulla di affascinante per noi.
Il terzo è che serve a poco, visto che spariranno e data la nostra memoria ce ne dimenticheremmo 10 minuti dopo il suicidio dell’ultimo inuit.
Il quarto è che se non abbiamo ancora capito per conto nostro cos’è la caccia di sopravvivenza rispetto a quella fatta per rifornirci di una borsa in pelle di foca, non servirebbe a nulla.
Però qualche albergo c’è, magari un week end estivo, partendo dall’Islanda. Se si sa sciare è meglio. C’è il riscaldamento, una cucina che comprende la foca, ma anche altro. I bagni, le docce e persino la carta igienica.
L’autore si è avvicinato un po’ per volta e un po’ per volta è rimasto preso. Fino a correggere sé stesso: non più l’egocentrismo dello scalatore che vede solo la vetta alla quale arrivare. Ha visto diverse volte la morte nelle sue imprese, ma ora, avendo la fortuna di vivere, ha compreso che è per lui necessario impegnarsi per usare al meglio la sua vita. Stare con loro, chiacchierare, offrire una spalla ai giovani che “stanno male” (sanno un belino di depressioni), creare un po’ di lavoro, raccontarli. E’ già qualcosa.
Il tono un po’ incazzato è mio, non suo. Ogni volta che leggo di comunità distrutte dalla nostra civiltà (pellerossa o aborigeni o indios etc) mi viene questo raptus. Chissà perché. Masochismo?
It is not easy to write this kind of a book – this kind of autobiographical book about moving to a remote place, a book that has ambitions to describe people living there. Even more as the Inuit suffer from lots of misrepresentation and their image in media is not exactly favourable. I started reading Peroni’s book with lots of distrust. You know, a famous adrenaline addict and extreme Alpinist and explorer (or just a collector of extreme experiences? He himself is not sure about that) who moved into a remote area, isn’t that an extreme (again!) version of all these moving to Tuscany stories? So much can possibly go wrong that I was almost sure I can’t expect too much.
But Peroni won this reading and the book written by him (together with Francesco Casolo) is something worth reading by all means. It doesn’t lay any claim to be a compendium about the Inuit or even Greenland as a place. It is a story of how Peroni chose Greenland to be his home, the people he met there and how they changed his way of thinking and perceiving a lot of the world. The author’s persona is not dominating, although the book is very private, even intimate at times. It is filled with respect, to people and to land, raising many interesting issues in a short, often chatty way.
Peroni is not just telling how important Greenland and its people are to him. His life spins around it – he opened a kind of a community home for young people where they can find a shelter when needed. He then converted it into a hotel, he promotes ecological and ethical tourism on Greenland, trying to make sure it’s the Inuit who get the profit from it. Such behavior, translating your ethics into action, inspires me a great deal. I’m really happy I read this book.
Bellissimo e interessantissimo. Peroni è un alpinista e esploratore che negli anni Ottanta decide di andare a vivere in Groenlandia, e in questo libro racconta la sua esperienza, l'ambiente ostile, la vita e la storia degli Inuit, e senza pretese porta avanti delle riflessioni molto interessanti su un tema sul quale io rifletto da molto tempo senza riuscire a trovare soluzione, ovvero quello dell'intreccio tra progresso, ambientalismo e strutture economiche. Peroni non dà risposte, o meglio le dà ma non vorremmo leggerle. Ho trovato anche molto interessante e onesta la parte in cui Peroni parla della motivazione che lo ha spinto a lasciare la sua città, la famiglia, la carriera, per trasferirsi in un posto dove la vita è cosi`dura.
Bel libro per la maggior parte della sua durata. Per la prima volta si può leggere qualcosa a proposito della vita quotidiana, i costumi, le credenze, le abitudini dei famosi "eschimesi". Gente di cui sappiamo pochissimo e che immaginiamo vivere dentro agli igloo per tutto il loro tempo....beh, scoprirete da subito che igloo non ce ne sono proprio! Peroni descrive molto bene le precarie e selvagge condizioni di vita cui la Groenlandia obbliga i propri abitanti. Con secco approccio alto atesino (praticamente tedesco), analizza ogni aspetto con fare molto oggettivo, quasi scarno, non lasciando spazio all'illusione nemmeno nelle ultime righe. Il racconto però fa riflettere molto sul perchè e sul come un'intera popolazione si sia isolata dal mondo che noi conosciamo e si sia adattata a tanta durezza, al punto da subire in maniera pesante i cambiamenti cui la globalizzazione li sta progressivamente obbligando. Ci si chiede se sia poi davvero giusto voler imporre la "nostra" civiltà anche a popolazioni che ne hanno fatto sempre a meno. Il libro scorre bene quasi sempre, con eccezione delle tante note autobiografiche in cui l'autore ci rende partecipi del suo modo di pensare e di ciò che lo ha spinto a fare certe scelte nella sua avventurosa vita. Ma questo è un mio gusto personale visto che in pratica è lo stesso appunto che ho mosso a Saviano nel suo 000. La lettura è consigliata per quanti vogliano sapere un po' di più e anche capire un minimo su cosa sia dietro la caccia alla foca.
Robert Peroni è un attivista, un inuit nell'animo, un antropologo mancato e un divulgatore. Da giovane ha lasciato la facoltà di Medicina per dedicarsi alla montagna, sua passione e luogo di tante spedizioni. Col tempo, acquisito uno status e avvolto da varie richieste professionali, la sua vita di esploratore e la concezione di ''esplorare'' cambiano e Robert prende la decisione, non facile, di andare in Groenlandia. Ma il vero cambiamento avviene grazie a loro: alcuni amici inuit di Tasilaq (città orientale groelandese). Da loro apprende la filosofia e lo spirito di sopravvivenza e di adattamento. Con semplicità ed enfasi, Robert narra di alcuni accadimenti: spedizioni, cacce alle foche, aspirazioni giovanili, l'arrivo dei ''bianchi'', l'incontro con la sciamana... Non edulcora la Groenlandia, vuole fare riflettere tanto sui pregi quanto sulle difficoltà del popolo inuit in questo territorio. Difficoltà causate anche dai ''bianchi''. Lo consiglio perché è una lettura piacevole e vi sono riflessioni utili sulla sostenibilità, sul valore dei rapporti con gli altri, con la comunità. Vi sono pensieri su un luogo aspro, non certo meta di viaggi estivi, ma che ha dato speranza a molte persone. L'autore non è un antropologo, così come la sua scrittura, ma affronta i temi culturali con passione. È una biografia, la sua opera, e i suoi temi fondamentali si esauriscono in 18 capitoli: rimane costante la vita dell'autore e della sua spedizione, la quotidianità con gli inuit (la caccia, i ''bianchi'' e il disagio inuit). Voto: 7/10 e 4 stelline
Autor idealizuje Inuitów (daw. Eskimosów), twierdzi, że ten kto nie jest „dziwacznym idealistą, nigdy nie zdoła pojąć tego ludu.” Mitologizuje trud życia, cierpienie, samotność, tylko przy tych parametrach ‘wzrasta człowieczeństwo”. Styl życia białych stawia w kontrze jako sielankę. Jak biali mają gorączkę to biorą aspirynę, a przecież ból jest „nieuchronny, jest jednym z wielu aspektów istnienia”. Autor zdaje się mieć również pretensję, że biali leczą nawet swoje emocje, a przecież trzeba być twardym. Jednocześnie wskazuje rosnące statystyki samobójstw wśród Inuitów. Inuici mają jedynie wówczas depresję, gdy obserwują jak biali jeżdżą samochodami, a oni nie mają pieniędzy na benzynę. Inuici spożywają dużo alkoholu, to jest odpowiedzialność białych, bo to oni sprowadzili alkohol na Grenlandię. Inuici są dobrzy i nie mają w sobie ducha toczenia wojen i dlatego z tym nie walczą. Wszystkiemu winny biały człowiek.
Wierzenia w demony przewijają się przez tę mroźną scenerię. Autor pisał książkę dot. szamanizmu. Osoby wrażliwe na krzywdę zwierząt też myślę, że jakoś przebrną przez tę książkę, autor starał się te kwestie opisać z poszanowaniem wrażliwości innych.
L'autore ci racconta, attraverso aneddoti e storie di vita vissuta, il popolo degli Inuit, più noti come eschimesi. Facciamo quindi la conoscenza di un popolo molto semplice, che non conosce odio e rancore, che ha un rapporto molto stretto con la tradizione e un grande rispetto per gli altri. Fondamentalmente gli Inuit hanno molta fiducia nel prossimo e cercano sempre di capire le usanze diverse dalle loro. Purtroppo lo stesso rispetto non viene mostrato nei loro confronti. Le campagne promosse da Greenpeace contro l'uccisione delle foche hanno colpito non poco questa popolazione che uccide solo per sostentamento, non certo per le pellicce o per divertimento. Anche il recente fenomeno del turismo groenlandese sta un po' minando la stabilità di questo popolo. Peroni è pessimista e ipotizza che, col passare degli anni, si estingueranno fagocitati da culture più "forti". Speriamo di no.
Un buon libro ma niente più. Peroni è un personaggio d'altri tempi: l'avventura è il suo pane quotidiano ma una volta che ha scoperto la Groenlandia si è innamorato di questa enorme isola, infatti paragona il mal d'Africa al mal di Groenlandia. In ogni caso il testo parla della sua vita in quel posto sperdutissimo e di come si è integrato con gli Inuit e la loro cultura. Sostanzialmente il libro non verte sulle avventure di Peroni ma parla solo della cultura Inuit. È scritto bene per carità, ma mi aspettavo qualcosa di diverso da un personaggio del genere. Sicuramente fa venire voglia di visitare la Groenlandia (al netto dei costi) ma niente di più, insomma, non emoziona ma più che altro spiega.
Non avrei dato molto a questa lettura. Ed invece ne ho tratto sensazioni assurde. Robert ha ragione e purtroppo l’uomo bianco ovunque vada vede solo un modo di vivere e di vedere le cose: il suo. È forse il nostro più grande errore, da secoli e secoli.. abbiamo così tanto da imparare e così poco tempo ci rimane in questo mondo che va veloce, incurante delle differenze e delle abitudine, delle unicità e delle particolarità di un popolo che è sopravvissuto al clima estremo e alle privazioni..ma che non sopravviverà all’arrivo della civiltà.
Bel libro, diretto e schietto, dà una visione molto personale della vita quotidiana degli inuit, visti da un "bianco" che vive con loro da oltre 20 anni. Non è il solito libro buonista, non è nemmeno farcito di aneddoti, anche se ogni tanto si lascia un po' andare a raccontare se stesso. Molto pessimista nel finale, ma forse visto che Peroni con gli inuit ci ha vissuto, ha ragione lui...
Stupendo!!! Roberto Peroni ci racconta la storia di un paese dalla natura incontaminata, la Groenlandia, e di un popolo, gli "inuit" (letteralmente "uomini"), a noi conosciuti come eschimesi, in via d estinzione. Fa venire voglia di partire ma fa anche riflettere sul ruolo di noi occidentali.
quasi 5 stelle dove arriviamo noi non cresce più l'erba esportiamo la democrazia, la civiltà, la religione e quando ce ne andiamo non restano che rovine. C'è proprio da esserne fieri.
bah. interessantissimi i capitoli in merito alla cultura inuit, odiosi quelli in merito alla sua vita (l ego maschile 📈) NON consiglio. sarà interessante conoscerlo in meno in 10 gg…..
Questo libro è stata una piacevolissima sorpresa. Solitamente non amo questo genere, ma gli aneddoti e le storie raccontate all'interno mi hanno fatto davvero appassionare, e soprattutto, riflettere su una cultura praticamente sconosciuta: gli inuit, o semplicemente gli eschimesi. Noi li abbiamo sempre immaginati come piccoli abitanti in igloo di ghiaccio, e questa immagine infantile ci rimane anche da adulti perchè, ammettiamolo, non è che gli inuit sono molto noti... non compaiono spesso in tv (direi mai), è quasi impossibile che alla domanda "da dove vieni?" qualcuno ti risponda dalla Groenlandia e così per noi sono sempre rimasti quei simpatici ometti che vivono in un igloo e che quando si salutano si strofinano il naso (cosa che realmente fanno perchè credono che il profumo dell'anima esca dal naso). è stato affascinante scoprire gli usi e i costumi del popolo inuit, le magie e le credenze che fanno di loro quel popolo così particolare. Gli inuit sono un popolo semplice, dalle usanze fino al linguaggio che, a differenza dal nostro, non ha molteplici parole per rappresentare le tante piccole sfumature di un unico concetto. Loro non sanno cosa significhi essere depressi, demoralizzati, tristi, infelici, scontenti, ecc, loro stanno semplicemente "male". Sembra un atteggiamento semplice, viene da pensare, perchè noi usiamo ogni concetto separatamente e per noi rappresenta un determinato umore, ma ammettiamolo, è inutile girare intorno ad un concetto, quando non stiamo bene, stiamo male. Punto. è stato meraviglioso scoprire il rispetto che il popolo inuit ha per la natura, il loro atteggiamento verso le cose e verso le persone, così aperto e genuino... è proprio per questo motivo che sono rimasta così sorpresa nell'apprendere dell'accanimento di associazioni come Greenpeace contro questo popolo così mite. Gli hanno tolto non solo il sostentamento, ma soprattutto la loro unica ragione di vita. Sì, è vero, la caccia alle foche può sembrare un attività barbara a noi che basta aprire il frigo per poterci sfamare, ma loro non cacciano per sport, lo fanno per vivere, per mangiare, per coprirsi, perchè con le pelli fanno anche questo...
Spero che il destino di questo popolo non sia segnato come invece sostiene lo scrittore Robert Peroni, e la speranza forse è proprio nelle nuove generazioni, più aperte verso le diversità e quindo forse anche verso il popolo inuit, la cui diversità deve essere preservata come quella di tutti i popoli.
Questo e molto altro ho letto in "Dove il vento grida più forte"..
Prossimo alla partenza per la Groenlandia volevo leggere qualcosa a riguardo ed ho trovato questo libro di racconti. Solitamente evito i racconti perché non mi entusiasmano ma in questo caso sono una scelta indovinata: un susseguirsi di aneddoti scritti in un certo ordine cronologico che provano a spiegare la realtà del territorio, del clima e della vita degli inuit. Il tutto scritto molto bene, non annoia e non stanca mai. Illuminante e molto interessante
When I read this book I hear the wind blowing on the snow. The ice creaking under my feet. And most of all I hear my friend Robert. This book is one I'd like all of us to read, looking forward to, someday, look at ourselves a bit more like explorers, just like our ancestors used to. I suggest your approach to this reading to be humble and curious.
Stupendo! L'ho divorato in un giorno e avrei anche voluto che durasse di più. Nonostante soprattutto all'inizio ci fossero molte cose che avevo già imparato dalle mie letture artiche precedenti, queste sono raccontate con molta più verve e scorrevolezza quindi è stato come impararle dal nulla. Un'ottima lettura.
Interessante racconto di un'sperienza estrema che si trasforma in una ragione di vita. In modo semplice si entra in contatto con il popolo Inuit che vive nella Groenlandia, tra credenze e necessità, si aprono buoni spunti di riflessione verso nei confronti delle organizzazioni mondiali ambientalistiche; molto adatto per una lettura scolastica di media inferiore.
Un libro per scoprire la popolazione inuit. Offre spunti di riflessione sull'andamento della cultura occidentale e sulle sue relazioni con le altre culture.