Dopo questa seconda lettura credo di aver capito come leggere le opere di Tsutomu Nihei.
Abara va letto come una sacra scrittura. Il punto non è l'ordinamento logico-scientifico del mondo presentato, il punto è il sentimento e l'interpretazione filosofica/morale che il lettore si trova a provare ad attribuire all’opera.
Il mondo presentato è di sua natura alieno. Non si può dire se funzioni come il nostro. Se le leggi di causa ed effetto esistano nella loro interezza ed in ogni angolo del cosmo. Quello che rimane quindi è approcciare la lettura come la manifestazione di un mistero. Non c’è sensatezza nell’immacolata concezione, non c’è sensatezza nel baccanale greco: sono irruzioni nella realtà umana di qualcosa di sovrumano (divino, alieno, metafisico).
Quello che ci viene presentato in Abara è una sorta di apocalisse del mondo. Questa apocalisse avviene attraverso la comparsa di Corpi Rivelati, o Gauna Bianchi, che quando divorano tutti i Mausolei dell’Eterno Distacco porteranno la fine dei tempi. Ad essi si contrappongono i Gauna Neri, la risposta umana-tecnologica (ex bambini addestrati proprio per prepararsi al pericolo della fine dei tempi) alla minaccia dei Gauna Bianchi. Entrambi i tipi di Gauna hanno sembianze umane e sono rivestiti di terrificanti esoscheletri ossei: combattono ad una velocità istantanea, quindi gli umani quasi non li vedono se si muovono. La storia ha il suo climax quando il Gauna Bianco sta per divorare l’ultimo Mausoleo e portare la fine dei tempi, ma viene fermato dal Gruppo della Quarta cronaca, i custodi della conoscenza dell’apocalisse, che con un dispositivo segreto distruggono l’intera umanità ed il pianeta, salvando però i Gauna Neri. Il Gruppo della Quarta Cronaca riesce anche a salvare due umani, uomo e donna, che si risvegliano in una sorta di mondo alieno, chissà dove, forse in un’altra dimensione, forse su un’altro pianeta.
Come si può notare da questa sinossi, Abara non ingaggia il lettore in un discorso sulla realtà. La fruizione estetica non passa attraverso funzioni pedagogiche, morali, di analisi dell’umano, di analisi del sentimento (o le decine di altre funzioni dell’estetica classiche al romanzo o la poesia). Tutto si concentra sulle immagini: c’è il bianco ed il nero in lotta perenne; c’è il dualismo uomo-donna; c’è una società segreta che porta alla fine del mondo per salvare il mondo; c’è la fame dei Gauna Bianchi che mangiano i mausolei, ecc ecc… Siamo nella posizione di fruizione estetica del sacro e della visione: vengono toccate realtà fondanti-basilari della psiche umana (archetipi di Jung?) le quali ci stimolano qualcosa dentro. Probabilmente domande, a volte certezze e sicurezze: del sentimento o della morale. Venire a contatto col dualismo che significa per me?, uomo e donna sono due facce della stessa medaglia? Bianco e nero si possono mischiare o sono perennemente separati? Che cos’è la fame,? ogni essere umano è condannato ad avere fame ed alla ricerca, come i Gauna Bianchi? Si potrà mai soddisfare questa fame senza portare alla fine del mondo? Si potrà mai, nel controllo della propria fame, rischiare di causare la fine del mondo? È crudele o no sacrificare dei bambini a diventare Gauna Neri per proteggersi in futuro dalla fine del mondo? Che cosa significa il finire del mondo?
Alla fine dei conti il punto di un’opera laica che mima una rivelazione sacra è la nostra relazione umana con le visioni, col manifestarsi del mistero. Possiamo credere o non credere, possiamo venire toccati dalle verità misteriche e prenderle come una veridica scoperta della realtà più profonda, o meno. Il manga ci dice davvero poco su come “dovremmo sentirci”: l’unico vero dispositivo retorico usato è una sorta di brutale realismo nel mostrare la sofferenza — realismo che da tanto è forte quasi diventa lirismo e dramma universale. Ma non ha a che fare con la storia, ma solo con la presentazione di essa: la nostra libertà di essere nello spazio infinito dell’interpretazione del mistero ci rimane. L’unica cosa è che magari ci è evidente e ci viene evidentemente detto: è un mistero tragico.
Fa ridere leggere il commento dell’autore alla fine del libro. Per l’edizione speciale Tsutomu scrive 10 anni dopo una brevissima retrospettiva sul suo lavoro. Lo odia. Non lo capisce. Viene tediato da tutte le mancanze ed i buchi di trama e la generale incoerenza di presentazione. Si chiede chi era 10 anni prima, perché doveva fare le cose in un modo così ostico ed apertamente ostile al lettore. Ha ragione. Ma credo che per me come lettore ora le cose siano diverse: apprezzo questa insensatezza. Non la apprezzo in una maniera cool, per sentirmi misterioso e fico: ma la apprezzo perché mi viene data la possibilità come umano e lettore di confrontarmi con qualcosa di sconvolgente e (probabilmente) veritiero, ma che non capisco. Io credo che Tsutomu non sapesse cosa stava disegnando, ma era qualcosa di importante: un mondo ed una storia empirea, proveniente davvero dalle profondità inconoscibili dell’animo (o del cielo); si confrontava e metteva in disegno qualcosa di sublime che toccava davvero i temi fondanti dell’umanità. Probabilmente lui si voleva sentire cool e misterioso usando termini come Mausoleo dell’Eterno Distacco e Gruppo della Quarta Cronaca (e che fine hanno fatto le altre tre Cronache?, booh!): ma non ci interessa, perché questo manierismo fine a sé stesso rimane coerente e potenziante di tutto il resto dell’opera. In ultima analisi, forse a volte l’arte non deve essere sensata per avere valore per noi. Per me questa è stata un’opera davvero importante ed appagante nella lettura.