Volevo intraprendere una lettura leggera, che mi portasse in terre lontane, bagnate dal mare e scottate dal sole, nel cuore selvaggio della giungla della Malesia…direi che ho scelto un buon titolo con l’ultimo romanzo di Roberta Damiata, di cui non avevo ancora letto nulla. Pur non avendo mai letto il classico il Salgari, conoscevo la storia di Sandokan grazie alla vecchia serie televisiva, e mi ha sempre affascinato l’idea dell’amore tra due persone così diverse, appartenenti a mondi totalmente all’opposto, come Marianna e Sandokan. Questa storia ha l’obiettivo di dare maggior elementi al lettore proprio da questo punto di vista, ed esplorare la parte più romantica della vita della tigre della Malesia. Il contesto è quello della colonizzazione inglese della Malesia della prima metà del 1800, nello specifico le quattro parti settentrionali dell’isola di Borneo, tra cui l’isola di Labuan. In questo contesto sociale e politico molto particolare, apprendiamo di intrighi che hanno portato al rovescio della famiglia reale malese, di cui Sandokan è l’ultimo erede rimasto in vita, che ha come unico obiettivo nella sua vita quello di liberare la popolazione malese dall’oppressione inglese, combattere contro un governo che non riconosce, per rovesciarlo e riportare allo splendore la tradizione e i valori del suo popolo. Marianna invece è la nipote del governatore Guillonk, trasferitasi a Labuan in seguito alla morte dei genitori, una giovane bellissima e dall’indole indomita ed estremamente altruista, promessa al baronetto Brooke che detesta con tutte le sue forze e costretta a vivere una vita assoggettata a delle regole ferree in cui lo spazio per la libertà e i propri desideri personali sembra soltanto un miraggio. Tutto cambia quando Sandoka e Marianna si incontrano, e subito scatta la scintilla dell’amore, letteralmente dal primo sguardo. Nonostante la sua brevità, questo romanzo cambia molto spesso scenari e si muove velocemente attraverso gli anni, pertanto vediamo tanti accadimenti tra l’isola di Labuan, la città dei tigrotti di Mompracem, dove Sandokan ha la sua roccaforte e i suoi fedeli, e l’isola di Giava che li vedrà poi sposi felici. Forse questa è anche un po’ la pecca di questo romanzo, a parer mio. Avrei preferito uno sviluppo di tutti questi elementi con la giusta tempistica e la giusta analisi. Avviene tutto troppo in fretta, e lo stesso sentimento tra Sandokan e Marianna, nonostante ci siano scambi di identità, fraintendimenti, ripensamenti, è davvero troppo troppo profondo e fulmineo tra due persone che, in pratica, neanche si conoscono. È vero che c’è un elemento al limite della magia, della profezia, di un destino che sembra unire le loro anime ancora prima che si conoscano, ma ritengo che questo aspetto, che era poi il filo rosso conduttore di tutta la storia, dovesse essere snocciolato in maniera un po’ più approfondita. In linea generale, il romanzo ha una buona velocità e scorrevolezza; lo stile dell’autrice non mi ha fatto troppo impazzire, perché sembra davvero troppo favoleggiante e distaccato, con questo uso del passato remoto che rende tutto ancora più effimero. C’è un giusto equilibrio tra le parti romantiche e le parti d’azione in cui Sandokan lo riconosciamo come il guerriero, il re pirata che lotta contro l’impero britannico, e le stesse descrizioni dei luoghi, della giungla e della natura sono rese in maniera esaustiva. Avrei preferito che la storia d’amore tra Sandokan e Marianna fosse un po’ più reale e un po’ più concreta, ma è comunque stato piacevole leggerla come una bella favola esotica.