La storia d'amore di due anime ribelli che si rincorrono attraverso gli irriverenti, adrenalinici, dolorosi anni Ottanta. Travolgente e malinconico, Gli indegni racconta l'ansia struggente di vita che lacera ogni giovinezza.
A sedici anni Livio esce di casa senza scarpe, e scappa. Non ne può piú delle gabbie della sua famiglia e vuole andare a Firenze ad ascoltare Patti Smith. Non è un capobranco, piuttosto un mediano. È un ragazzo entusiasta, magari un po' ripete sempre «Livio da Cagliari» a chiunque gli chieda chi sia. Al concerto incontra Anaïs, spregiudicata e magnetica, e se ne innamora alla follia. Lei lo inizia alle droghe, al divertimento oltre ogni limite, alla libertà sessuale, trascinandolo in una nuova epoca della sua esistenza, dal punk all'house music, dai gay club alle affollate disco arcobaleno. Con Anaïs Livio comincia anche a frequentare la casa di Cesare, un uomo gentile che accoglie sotto il suo tetto gli «indegni»: artisti bohémien e giovani che non si arrendono ai modelli di vita imposti dalla società. Anaïs però corre troppo veloce, e Livio la perde subito, la ritrova e la perde altre mille volte. Per un decennio tenta di raggiungerla senza mai riuscirci davvero, cercandola ostinato nel corpo di chiunque incontri. La ritroverà a Parigi, Londra, poi di nuovo a Cagliari, ma sempre piú smarrita in un vortice di sesso e droghe, di relazioni sbagliate e passi falsi. Fino a un epilogo inatteso e commovente.
Fatevene una ragione, siamo indegni. Ma voi siete giovani. Siete ancora in tempo, se volete. Camuffatevi. Barate. Indossate una veste che vi protegga e non vi sveli, nascondetevi tra le persone, mentite a loro, a voi. Nessuno escluso. Però, non ho la certezza che questo vi possa salvare dall'infelicità.
non so esattamente cosa non abbia funzionato a pieno, in questo libro. l’ho letto volentieri, ma ci sono stati momenti in cui mi ha annoiato, momenti in cui mi è sembrato un po’ raffazzonato e poco credibile. Ci sono stati anche momenti in cui ho riso e sperato, fino al finale, che mi ha commosso. Forse le tre stelle sono per la delusione, perché davo per scontato mi avrebbe travolta, così non è stato. Comunque piacevole.
«Anaïs ha atteso il giorno del suo diciottesimo, per scappare via. Ha fregato tutti. Me compreso. E piango. Riprovo a togliere l'anello e rischio di fratturarmi il dito. Come si può fare un simile regalo e programmare l'abbandono? Non ho voglia di parlarne se non con il nostro cane. Degli altri, nessuno escluso, ho vergogna. Vorrei sotterrarmi. Non avevo capito nulla e poco sapevo di Anaïs. Stupido ragazzino. Pazzesco, indegno persino per la casa degli indegni.»
4 ⭐️ Ambientato negli anni ‘80, per me questo libro è stato un pugno al cuore. Il protagonista molto giovane soffre per amore, soffre perché non si sente capito né dai genitori né dalla società di quel tempo. Quello che lo salva è la musica e il distinguersi dalla massa. Livio ha sedici anni, e fugge da casa senza scarpe, fugge dal liceo classico più aristocratico di Cagliari, dove lui non è mai stato accettato dai compagni. Si imbarca su una nave, insieme a Marco Aurelio e altri amici diversi da quelli fighetti della scuola, diretto a Firenze al concerto di Patti Smith. Incontra una ragazza, Anaïs, con gli occhi come il mare, la pelle borotalco e un ciuffo rosa. Lo bacia e lo trascina in un palazzotto dove per la prima volta Livio da Cagliari, così si fa chiamare, impara a fare l’amore. Lei però sparisce lasciando solo un biglietto: “Ci rivediamo, buon viaggio di ritorno.” Ora ha in mente solo una cosa: la caccia ad Anaïs. Questa ragazza che lo sta allontanando dalle sue abitudini: si avvicina alla musica - inizia a lavorare in radio -, si taglia i capelli e prova le droghe e il divertimento nei club. Inizia a frequentare il palazzo di Cesare, un brav’uomo, che accoglie sotto il suo tetto Anaïs e anche tutti gli “indegni” ossia artisti di strada e giovani che vanno contro le regole di vita imposte dalla società. Ma la ragazza corre, scappa, va più veloce di lui e riacciuffarla non è semplice. Diventa un’ossessione per Livio, che intanto fugge da casa per rincorrere i suoi sogni a Parigi, Londra… Mi ha colpito una frase che più o meno recitava così: “Tutti vogliono essere il numero uno, ma solo uno appunto lo sarà. Io punto a essere anche il numero sette, non mi importa”. Un libro partito a rilento che però mi ha davvero colpito. Invito alla lettura tutti voi che mi seguite.
Cagliari, anni Ottanta. Al centro del romanzo, l’ansia struggente di una giovinezza caotica, affamata di libertà e segnata da amori tormentati, fughe e ribellioni punk.
“«Non vogliamo morire tra un capolinea e l’altro, vogliamo l’infinito». Ecco perché sto fuggendo. Anch’io punto all’infinito.”
Il protagonista Livio, a sedici anni, esce di casa scalzo e scappa, incontrando Anaïs in un vortice di emozioni che mescola passione, compassione e dolore: un amore come collisione e necessità di salvarsi, specchio di una generazione che cerca la vita ai margini, tra ritmi punk, stragi al telegiornale, pubblicità invadenti e amicizie effimere. Abate, con una prosa travolgente e malinconica, intreccia narrazione corale e storia personale, dedicando il libro a chi non c’è più, amici persi, vite finite male, e trasformando il romanzo in una mappa sentimentale universale, delicata e nostalgica, che riporta a luoghi e atmosfere passate senza mitizzare l’adolescenza, ma rendendola autentica e lacerante.
Un’opera che esplora il bene dell’amore raccontato con lacrime e incontri che impastano l’anima, ideale per chi apprezza storie di formazione intime e riflessive su un tempo cancellato.
“Spesso non diamo una ragione al dolore, lo malediciamo, lo rifuggiamo. E poi il senso arriva quando meno te lo aspetti. Non sempre però la sofferenza risponde a un risarcimento futuro”
Ogni adolescenza coincide con la guerra Che sia falsa, che sia vera Ogni adolescenza coincide con la guerra Che sia vinta, che sia persa
un bel romanzo, che collega anche un pochino i puntini di tanti personaggi dell'universo narrativo di Abate che serve anche come micro seduta psicologica per guardarsi indietro e guardare indietro ad un periodo "di mezzo". Leggendolo si sente un tono molto personale, molto sofferto, in alcuni passaggi, cosa confermata anche nelle presentazioni dei libri.
Ovviamente per chi, come me, è di cagliari, il romanzo ha un sapore ancora migliore perchè ritrova molti posti che ora non ci sono più e anche certe atmosfere rarefatte che solo questa città sa avere.
Un romanzo che ho iniziato a leggere come fosse la vita di altri e invece ci ho trovato anche la mia, perché questo è uno di quei libri che non si leggono soltanto: si vivono di nuovo. Gli indegni di Francesco Abate è così: non è una storia da osservare da fuori, ma una vertigine da cui lasciarsi attraversare, soprattutto se hai conosciuto (io da pischello e poi da adolescente) quell’Italia che stava cambiando pelle, tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta, quando tutto sembrava urgente, necessario, bruciante.
Dentro le sue pagine ho sentito la mia città — Cagliari — con i suoi venti e la sua cappa a volte opprimente che spingono via e trattengono insieme, con quella voglia di partire che ci ha tenuto vivi e quella paura di non sapere cosa fare una volta partiti. Livio da Cagliari è uno di noi (o uno di quelli che avremmo voluto essere). Un ragazzo che non ce la fa più a stare dentro le regole di una famiglia che soffoca e insegue il sogno di un concerto, un simbolo di libertà, un altrove che non sa ancora riconoscere. Quando incontra Anaïs, tutto esplode: la musica, il desiderio, la scoperta, l’abisso. E in quella corsa, tra droghe, amori e illusioni, c’è l’eco di un’epoca e di quelle “indegne” persone che non avevano paura di sporcarsi per cercare la verità.
Francesco Abate racconta quegli anni con la sensibilità di chi li ha attraversati e la lucidità di chi li ha capiti solo dopo. Racconta una generazione inquieta, ribelle e affamata di vita, ma anche la fragilità che stava nascosta dietro ogni eccesso. Gli indegni sono i figli di un tempo che non ammetteva mezze misure: o eri dentro o eri fuori, o ti conformavi o cercavi un’altra strada. E chi sceglieva la seconda finiva spesso per perdersi, ma almeno sapeva di averci provato. Quanto ci ho visto della mia adolescenza, quanto di ciò che ho sofferto e gioito per le amicizie, le ragazze, la musica, il mare, lo sport, per sentirsi parte o esclusi da qualcosa. Quanto anche di quegli indegni che erano ispirazione o odio, dei tanti che oggi non ci sono più o che ci sono ma non sono più quelli.
È un romanzo d’amore, certo, ma non nel senso convenzionale. È l’amore come collisione, come necessità di salvarsi, come specchio di ciò che siamo stati quando non avevamo ancora paura di cadere, quando la gioventù ti fa scegliere senza pensarci sopra e senza le zavorre che ti inchiodano poi. Anaïs è il sogno e la rovina, Livio è la speranza e la resa. Insieme costruiscono una parabola che parla della giovinezza come di una malattia meravigliosa: ti divora, ma ti lascia addosso la memoria di ciò che eri capace di sentire.
Leggendo Gli indegni mi è tornata addosso quella fame di vita che avevamo allora — l’idea che il mondo fosse tutto lì, da prendere, da vivere, da cambiare, e che forse è ancora così, solo nascosto un po’.
L’amore per la mia città, per la musica e la radio, per il mare sempre e comunque, per la lettura e per le persone, per quegli anni con la voglia di fuggire inseguendo i sogni: sono pochi i libri che ti mettono di fronte a uno specchio, a guardarti com’eri e come oggi sei (o credi di essere). Eppure oggi so che il tempo non è un nemico, ma un alleato, che il vero coraggio non è scappare, ma restare, e che si può trovare equilibrio anche dopo aver vissuto in bilico per anni.
Francesco scrive con la grazia di chi non giudica e la forza di chi ha visto se non tutto, parecchio. Questo suo romanzo è una dichiarazione d’amore verso una generazione che si è persa per imparare a salvarsi, verso chi ha sbagliato senza vergogna, verso chi ha amato fino a distruggersi e poi ha ricominciato da zero. Ed è anche per quelli che non ci sono più, bruciati sull’altare di una vita che chiedeva sacrifici, e per i sopravvissuti che oggi sono rimasti, custodi del loro ricordo.
Non è una celebrazione di un periodo durissimo, non ci sono giudizi, c’è la cronaca e la vita, cruda ma anche straordinariamente ricca di bellezza non edulcorata dalla nebbia dei ricordi.
Ma gli indegni non è solo un viaggio nei ricordi. È una domanda che ci riguarda ancora: quanto di quella libertà abbiamo conservato e quanta ne abbiamo barattata per la sicurezza di una vita più stabile, più ordinata, più accettabile? Ognuno in un libro legge se stesso con il filtro della propria vita, ognuno diverso, ognuno un poco indegno, a modo suo: io so solo che chiudendo il libro ho sentito un nodo in gola e un sorriso negli occhi. Perché in fondo siamo tutti un po’ Livio, tutti un po’ Anaïs, tutti un po’ un pezzo di questi personaggi magicamente tratteggiati da Francesco, tutti un po’ ancora alla ricerca di quel punto in cui la vita smette di farci correre e ci insegna, finalmente, a restare.
At sixteen, Livio flees home in search of freedom, love, and music, swept into punk, drugs, and chaotic nights with Anaïs against a vivid historical backdrop. A deeply introspective protagonist writes with maturity beyond his years, surrounded by vivid supporting characters in a well-rooted era, though the ending feels slightly predictable.
Libro veramente brutto, pieno di luoghi comuni e scritto veramente male. Nessuna emozione da questa storia di una banalità assoluta e chiunque abbia vissuto negli anni in cui è ambientata sa di cosa parlo; ma, ormai, scrivono davvero tutti: pure la mia gelataia ha pubblicato un romanzo: con tutto il rispetto per il gelato, s'intende.
mi è piaciuto un sacco, l’intento del libro era di raffigurare una generazione che ha fatto da prima linea nel cambiamento degli anni ottanta, che ha portato alle conquiste e libertà sociali dei nostri tempi
Un viaggio negli anni Ottanta, un brusco risveglio nel decennio successivo.
Una caratteristica che accomuna ogni generazione: quell’indole a sentirsi invincibili, e quel momento in cui ci si rende conto che, invece, non è così.
Un libro toccante, da prendere con animo un po' sognatore. Esprime benissimo quel senso di ricerca di libertà di chi é nato in una piccola città e sogna in grande.