Nel cuore del Novecento l’onda nera del nazifascismo ha rischiato di sommergere l’intera società europea. E non si è ancora del tutto ritirata. La lotta contro di essa resta incerta perché quei linguaggi, quelle immagini, quelle pulsioni c’interpellano direttamente. Riguardano non solo «loro», i fascisti, ma anche «noi». Soltanto riconoscendone l’inquietante latenza nella nostra esperienza, anziché illuderci di esorcizzarla con stanchi rituali, potremo sperare di smontare la sua macchina metafisica. Per quanto in forma aberrante, il fascismo ha sfidato la tradizione filosofica europea sul suo stesso terreno, rovesciando il significato dell’esistenza umana, della vita e della morte. Perciò, prima ancora che sul piano politico, è su di esso che gli va data una risposta. Sulla scorta di un confronto con alcuni dei massimi esponenti del pensiero, della psicoanalisi e della letteratura, da Bataille a Lévinas, da Freud a Schmitt, da Pasolini a Littell, questo libro propone un’interpretazione filosofica dell’evento storico più tragico dell’età contemporanea.
Roberto Esposito was born in Naples where he graduated at University of Naples 'Federico II'. He is Vice Director of the Istituto Italiano di Scienze Umane, is Full Professor of Theoretical Philosophy and the coordinator of the doctoral programme in Philosophy. For five years he was the only Italian member of the International Council of Scholars of the Collège International de Philosophie in Paris. He was one of the founders of the European Political Lexicon Research Centre and the International Centre for a European Legal and Political Lexicon, which was established by a consortium made up of the Universities of Bologna, Florence, Padua, Salerno, Naples L'Orientale and Naples S. Orsola Benincasa. He is co-editor of Filosofia Politica published by il Mulino, the 'Per la Storia della Filosofia Politica' series for publishers Franco Angeli, the series 'Storia e teoria politica' for publishers Bibliopolis and the series 'Comunità e Libertà' for Laterza. He is editor of the 'Teoria e Oggetti' series published by Liguori and also acts as a philosophy consultant for publishers Einaudi.
C’è da chiedersi, o perlomeno io me lo chiedo spesso, se la deriva autoritaria a cui si assiste non solo in Italia, ma in buona parte dei paesi che hanno una tradizione democratica, se il dilagare delle manifestazioni xenofobe e apertamente razziste, se la discriminazione e l’emarginazione anche violenta di qualsiasi forma di alterità e diversità, se la crisi della rappresentatività e la depoliticizzazione che spingono molti a rifugiarsi sotto l’ala protettiva di un capo, di solito giustizialista e autoritario, se il trionfo delle cosiddette ”verità alternative” che smontano studi storici e scienza, siano manifestazioni di un vecchio o nuovo fascismo o no. Non per volontà di appiccicare un’etichetta, ma per capire se questo giocattolo perverso possa essere smontato e come. Il percorso analitico che propone Roberto Esposito in questo saggio mi sembra un contributo importante per addentrarsi nel problema, soprattutto perché raccoglie e fa dialogare le diverse letture e interpretazioni storiografiche, filosofiche, psicologiche e psicoanalitiche elaborate nel corso del tempo che chiamano in causa anche il Noi, la fascinazione che subiamo, la subordinazione, il desiderio di sottomissione e i comportamenti sadici, le pulsioni e le perversioni, che toccano la struttura psichica individuale e sociale, e, come nel periodo tra le due guerre, il capitalismo sta attraversando una crisi dalla quale non è chiaro con quale ristrutturazione economico-sociale se ne uscirà.
”Nuovo fascismo? Da più parti si parla di un ritorno del fascismo nel nostro tempo. Ma che senso dare a queste parole? Come possiamo essere contemporanei a qualcosa che non esiste più dal 1945? Eppure questa palese "non-contemporaneità" non esclude, e anzi implica, una contemporaneità intesa evidentemente in modo diverso. Una qualche indicazione su questo apparente paradosso ci può venire dalla categoria di Ernst Bloch, già discussa, di "contemporaneità del non-contemporaneo". In base a essa, si può dire che il fascismo ci sia insieme contemporaneo e non-contemporaneo, secondo la maniera in cui lo guardiamo. Ma cosa significa? In che modo contemporaneo e non-contemporaneo s'incrociano nel rapporto problematico che manteniamo col fascismo? E quale nome conferire a questo fenomeno? "Ur-fascismo", "neo-fascismo", "post-fascismo", "a-fascismo", come si è incominciato a fare? Per fornire una risposta non ideologica a tale domanda credo che ci si debba lasciare alle spalle ogni procedimento di tipo analogico. Nonostante la ricorrente tentazione di individuare somiglianze tra quanto accadde allora e quanto accade oggi nelle democrazie occidentali, non mi sembra questa la direzione da intraprendere. L'uso dell'analogia nella storia è destinato a scivolare in quello dell'anacronismo - vale a dire nella tendenza a interpretare una data situazione storica con categorie attinte da un'altra, imparagonabile alla prima: è una delle fallacie ermeneutiche più frequenti che ben conosce chi fa lo storico di mestiere. Se i necessari presupposti della genesi del fascismo negli anni Venti sono stati la massificazione della società, la gravissima crisi postbellica e il timore dell'espansione a ovest della Rivoluzione d'ottobre, nessuna di queste condizioni oggi è presente. Anche se non mancano segni allarmanti di regressione democratica e di derive autoritarie nei paesi occidentali, sarebbe sbagliato dedurne una possibilità concreta di ritorno del fascismo, almeno di quello sorto in Italia e Germania tra il 1922 e il 1945. Se, però, per "fascismo" intendiamo non un singolo evento, esaurito con la sua sconfitta sul campo, ma un processo di lunga durata che lo precede di molto, e che dunque ha una maggiore proiezione nel tempo, le cose possono cambiare. Interrogato nella sua genealogia profonda, il fenomeno fascista può essere riconosciuto, in forma spettrale, nel nostro presente e anche nel nostro futuro. È quanto sostiene Alberto Toscano nel suo recente Tardo fascismo, impegnato ad analizzare, più che la fase "tarda" del fascismo storico, qualcosa che lo precede nel tempo e proprio per questo tende a sopravvivergli. Si tratta del colonialismo e, prima ancora, dello schiavismo, praticato fino all'Ottocento inoltrato con una violenza che si può ben dire fascista, se assumiamo il termine nel suo significato non storico ma paradigmatico. In questo modo, anziché sulle analogie, l'autore invita a lavorare su omologie che non poggiano sulla continuità storica, bensì sulla discontinuità di eventi lontani nel tempo, eppure comparabili nella loro morfologia. Ciò che si ripete, variando nei modi e nei contenuti, è la tendenza del capitalismo a uscire dalle proprie crisi in maniera violenta, che non esclude pratiche persecutorie e perfino genocide. Non si tratta della prosecuzione di esperienze concluse, ma di una ripetizione differenziale che, in circostanze ampiamente mutate, tende a produrre risposte omologhe. Ciò che è in gioco, in tale analisi, non è il prefascismo europeo, ma un fascismo americano che, proprio in quanto strutturalmente diverso da quello conosciuto in Europa, può rinviare in avanti a qualcos'altro di cui stentiamo a delinearne i contorni. Se si leggono i prodromi del fascismo attraverso la letteratura anti-schiavista e abolizionista prima di Du Bois e Césaire, e successivamente di George Jackson e Angela Davis, possiamo vedere in opera una macchina di repressione che, se non somiglia al fascismo storico, tuttavia lo richiama, allo stesso tempo precedendolo e seguendolo.”
Un'analisi della letteratura filosofica sul fascismo (inteso in realtà, principalmente, come il nazismo hitleriano, più che il fascismo italico).
Una lettura a tratti interessante, ma credo di non essere il lettore adatto per questo libro. Sono infatti a digiuno di letture filosofiche, mentre chiaramente l'autore si rivolge a chi mastichi almeno un po', un certo tipo di linguaggio e di strumenti. Insomma, l'ho trovato abbastanza complesso, e confesso di non avere capito il senso di vari capitoli, suppongo per limiti miei più che per limiti dell'autore. Forse in futuro proverò a rileggerlo.